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De Gregori canta Bob Dylan, la recensione di PiacenzaSera

Amore e Furto (2015)
Chissà da quanto tempo lo aveva in testa, rendere omaggio al suo unico e inarrivabile maestro. Certo, tradurre Dylan non è mica una passeggiata. È come scalare una montagna. E che montagna. Ma arrivato a un certo punto della carriera, e che carriera, Francesco De Gregori deve aver pensato che poteva permetterselo.

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Amore e Furto (2015)
Chissà da quanto tempo lo aveva in testa, rendere omaggio al suo unico e inarrivabile maestro. Certo, tradurre Dylan non è mica una passeggiata. È come scalare una montagna. E che montagna. Ma arrivato a un certo punto della carriera, e che carriera, Francesco De Gregori deve aver pensato che poteva permetterselo. E allora ecco questo “Amore e furto” – titolo preso in prestito da “Love and theft” (2001), a sua volta un disco di cover di Dylan- composto da undici brani tradotti, più o meno fedelmente per esigenze di metrica, da altrettanti dell’artista di Duluth.

De Gregori non è nuovo a queste cose. Ci aveva già provato con “Via della povertà” (“Desolation row”), poi incisa da Fabrizio De Andrè nel suo “Canzoni” (1974) e qui riproposta in una versione aggiornata e con un sound più rock, una carrellata di oltre dieci minuti di personaggi strambi e reietti alla deriva; lo stesso Faber ripropose a distanza di qualche anno “Avventura a Durango” (“Romance to Durango”, da “Rimini” del 1978): già era noto per le sue splendide versioni da Leonard Cohen. Ma un disco intero è un’impresa assai più ardua. Il risultato – lo diciamo subito, senza indugi – è notevole, di gran lunga superiore alle attese.

La scelta dei pezzi, intanto, è poco ovvia. Certe assenze pesano (noi, ad esempio, avremmo apprezzato “Love minus zero”, “Rainy day women No. 12&35”, “You’re a big girl now” o “It’s all over now, baby blue”… addirittura non c’è nulla da un capolavoro immortale come “Blonde on blonde”), ma è lo stesso De Gregori a raccontare di aver abbandonato certe traduzioni per l’impossibilità di rendere giustizia ai testi originali: tra esse “My back pages”, ed è un vero peccato. E poi, scegliere in un repertorio così vasto e sconfinato…Va sottolineato che il cantautore romano si rifiuta di celebrare solo il Dylan degli inizi, il paladino dei diritti civili, il menestrello folk del Greenwich Village che cantava – con il suo stile sghembo e la sua voce rauca – i tempi che stavano cambiando, e pesca invece in modo equilibrato tra i vari periodi dell’artista americano.

Gli anni Sessanta comunque non mancano, ci sono la melodia meravigliosa di “I shall be released” (“Come ogni giorno”, incisa dalla Band nel 1968: “E la mia luce intorno/È d’innocenza e verità/Ogni giorno è il giorno/Benedetto il giorno che uscirò da qua”), la gia citata “Desolation row” (da un’altra pietra miliare come “Highway 61 revisited”, ) e un grande classico come “Subterranean homesick blues” (“Seminterrato acido”), forse una delle meno riuscite del lotto: il celebre brano, influenzato dai
“Sotterranei” di Kerouac e dalle “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevsky, è quasi un rap ante litteram (20 anni prima), e l’italiano – si sa – non si presta a questo genere. I Settanta della conversione all’elettrico – vi dice niente Newport? – sono rappresentati da una ballata acustica come “If you see her, say hello” (“Non dirle che non è così”: “Faccio un lavoro strano, vedo gente in quantità/E mi capita ogni tanto di sentire il suo nome in giro per le città/E non c’ho fatto ancora l’abitudine o forse mai ce la farò/ Sarà che sono troppo sensibile o nella testa chissà che c’ho”), tratta da “Blood on the tracks”, tra le più belle del lotto insieme a “Not dark yet” (“Non è buio ancora”, da “Time out of mind”, 1997).
 
Spazio poi al periodo più spirituale, vedi “Gotta get somebody” (“Servire qualcuno”, da “Slow train coming” del 1979: “Puoi essere un ladrone, puoi essere un Senatore/Possono chiamarti Capo, possono chiamarti Dottore/Ma devi sempre servire qualcuno”) e alla rinascita degli anni Ottanta, anche grazie alla collaborazione con Daniel Lanois: in questo caso gli arrangiamenti sono più fedeli agli originali, con una robusta dose di blues rock sobrio e ben fatto (l’ottima e potente “Dignity/dignità”, quasi meglio dell’originale, e “Series of dreams/Una serie di sogni”).Inusuale, infine, la scelta del singolo “Sweetheart like you” (“Un angioletto come te”: “Ruba una mela/ti mettono in galera/ruba un palazzo/e ti faranno re” spopola su twitter), un oscuro brano da “Infidels” (1983): il sospetto è che il cantautore abbia voluto autocitarsi, con quella donna che cammina
sui pezzi di vetro… 

Per chiudere, va detto che il valore più grande di questa operazione, a nostro giudizio, è l’averci regalato la possibilità di apprezzare – anche nella nostra lingua – alcuni dei testi più significativi tra i tanti, straordinari, di un artista come Dylan, un autore di quelli che nascono solo una volta al secolo.
 
“Sono nato senza chiederlo/senza volerlo morirò
Sembra che mi stia spostando/ma sono immobile da un po’.
E il peso che mi porto addosso/è l’unica ricchezza che ho
Non è buio ancora/Ah, lo sarà fra un po’”
 
Giovanni Battista Menzani
@GiovanniMenzani

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