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Il ritorno di The Libertines, la recensione di PcSera

Sempre in tema di recensioni ignoranti – qualche settimana fa è toccata ai Chemical Brothers – ecco il ritorno dei Libertines, tra le bands più importanti della scena britannica di inizio millennio.

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Sempre in tema di recensioni ignoranti – qualche settimana fa è toccata ai Chemical Brothers – ecco il ritorno dei Libertines, tra le bands più importanti della scena britannica di inizio millennio.

Siamo sicuri che vi importa poco della vita travagliata e dissoluta del leader Pete Doherty, dei suoi problemi di alcool, droga e depressione e del percorso di disintossicazione intrapreso in Thainlandia, dove anche l’album è stato registrato, e ancor meno vi frega delle sue relazioni sentimentali e dei pettegolezzi da tabloid inglese, ovvero la spazzatura elevata al cubo. Non sappiamo nemmeno se hanno avuto il privilegio di essere stati inseriti nella categoria dei “succhiacazzi” coniata da un Noel Gallagher davvero ingeneroso (e omofobo), così come gli Arctic Monkeys, ad esempio.

E dunque, com’è questo “Anthems for the youth”?

L’opener “Barbarians” ci riporta indietro di qualche tempo, ma emoziona poco. Il primo singolo “Gunga Din” (ecco l’Asia) ha una bella narrazione reggae, per virare improvvisamente – questi strappi tra strofa e ritornello sono tipici loro, alle volte si direbbe che li abbinino in modo quasi casuale, con una modalità random: è il “generatore automatico dei ritornelli dei Libertines”) – in un inno da strada, ma solo mezzo gridato; il video li ritrae in mezzo a una strada a luci rosse mentre camminano tra la folla con atteggiamento indolente e sfrontato, che a noi ci viene voglia di prenderli a schiaffi. E poi due o tre pezzi minori. A risollevare le sorti del disco ci pensa la freschezza di “Heart of the matter” e “Fury of Chomburi”, due altri potenziali singoli, mentre “Glasgow coma scale blues” parte alla grande, tra Stooges e Radio Birdman, ma cede purtroppo al famigerato generatore automatico di cui sopra; “You’re my Waterloo” è, invece, una ballata gradevole, ma eccessivamente leccata.

In definitiva, i brani che si fanno preferire sono l’altra ballata “The milkman’s horse”, che è una rilettura di un pezzo già inciso dal solo Doherty, e la notevole “Iceman”, con una progressione fantastica e un’atmosfera lisergica degna di una meravigliosa Londra anni ‘60. Sarebbe piaciuta ai Kinks.
 
Giovanni Battista Menzani
@GiovanniMenzani

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