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Tutta la musica del 2015. Il Pagellone di PcSera

Appuntamento ormai immancabile con il pagellone di PiacenzaSera.it con la musica del 2015

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IL PAGELLONE DEL 2015 DI PIACENZASERA
di Giovanni Battista Menzani (@GiovanniMenzani)

15
BENJAMIN CLEMENTINE – At least for now
(Virgin EMI)

Poeta.
La sua storia strappalacrime – forse un po’ romanzata – ha riempito per settimane le pagine dei tabloid: originario del Ghana, vittima da ragazzo di bullismo per le sue movenze effeminate e la sua passione per libri e musica, Benjamin dopo aver abbandonato l’università si sposta a Parigi dove vive tra i senzatetto, esibendosi alle stazioni della Metrò, finché viene notato e scritturato da un bravo talent scout dell’industria discografica (qualcuno ce n’è ancora).

Tra i pezzi scegliamo il singolo, notissimo, “Cornerstone”, e poi l’opener “Winston Churchil’s boy”, l’incedere di “Nemesis”, l’omaggio alla sua città natale, “London”. E soprattutto la meravigliosa “Condolence”: malinconia a tinte vivaci.  
“Ho fiducia che il mio album riuscirà a toccare il cuore della gente”, ha detto lui.
Touché.

 
14
VILLAGERS – Darling Arithmetic
(Domino)

Ecco di nuovo il dublinese Conor J. O’Brien, aka Villagers, dopo una breve sbandata verso l’elettronica e il dub, con il terzo album “Darling Arithmetic”, ovvero un ritorno alle atmosfere rilassate e rurali del debutto.

Difficile trovare una caduta di stile. “Eveything I am is yours” e “Hot scary summer” hanno una vena folk soul, come del resto “The soul sirene”; in “No one to blame” c’è ancora la lezione di James Blake, “Little bigot” rimanda alle pianure assolate del TexMex più che alle piogge irlandesi. La title-track, “Dawning on me” e soprattutto l’opener “Courage” (”C’è voluto un po’ di tempo per arrivare dove volevo/C’è voluto un po’ di tempo per essere me stesso”) sono infine lamenti struggenti e profondi, canzoni da mandare a memoria nei momenti di down.
 

13
BLUR – The magic whip
(Parlophone)

Le cronache ci hanno raccontato per anni che l’armonia tra Albarn e Coxton era finita, che tra loro era crisi profonda. Mah. In “The magic whip” lavorano benissimo insieme, quasi come Lennon e McCartney in “Abbey Road”, ormai separati in casa.

Ecco, i Beatles. In questo ottavo album dei Blur ci sono poche tracce di britpop. Pensate: non ci sono in pratica ritornelli. Quelli li lasciano ai fratelli Gallagher e alle varie band nate dalla diaspora Oasis, sempre alla ricerca delle melodie semplici ma irresistibili di McCartney.

Al limite qui c’è più Lennon (e noi tra Lennon e McCartney prendiamo su il primo, mille volte): lo schema strofa/ritornello/strofa è sostituito da brani indolenti, a volte trascinati, anche un po’ sporchi, in stile lo-fi.
 
12
KENDRICK LAMAR – To pimp a butterfly
(Top Dawg Entertainment/Aftermath E./Interscope records)

Spesso paragonato a Prince, Kendrick Lamar – da Compton, U.S.A. – è, tra i nuovi fenomeni della black music, il più impegnativo, il più caotico ed energetico.

Il suo “To pimp a butterfly” – premiatissimo nei poll delle riviste serie, mica PiacenzaSera – ammicca tanto agli anni ’70, con i fiati funky e jazzy perennemente sullo sfondo (c’è anche George Clinton. Ma anche Flying Lotus, per dire. Ed echi di James Brown), e una lunga interminabile sequenza di fuck. Notevole il parterre degli ospiti: oltre a Clinton, Dr. Dre, il bassista Thundercoat e il sassofonista Kamasi Washington (il suo “Epic” è il disco dell’anno per storiadellamusica.it).

Disco essenzialmente politico, tra oppressione e speranza, denuncia e rinuncia.
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11
VERDENA – Endkadenz, Voll. 1 – 2
(Universal)

Tra i due volumi alla fine – di un soffio – scegliamo il secondo: manca qui il singolo importante, o il riff di “Un po’ esageri” o ancora la lucida follia di “Puzzle”, ma di “Wow” si recupera la vena psycho-pop e una certa propensione melodica, dove invece nel primo c’era dappertutto il volume molto alto e il distorsore a balla e più centrale era l’eco stoner e punk (Kyuss e Motorpsycho, tra i nomi).

È incredibile infatti il baccano che riescono a fare questi tre, se si considera che i pezzi sono per lo più dei “lenti”; li abbiamo rivisti dal vivo, al Fabrique di Milano: travolgenti e un po’ disorientati, il giusto.
Un piccolo manifesto di libertà, ha scritto qualcuno.
“Creiamo improvvisando”, dicono loro, “non stiamo a guardare le note. Insomma, vogliamo divertirci”.

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10
PAUL WELLER – Saturns pattern

(Parlophone)

In questo caso ci fidiamo ciecamente di Antonio “Tony Face” Bacciocchi, che ci giura che è in assoluto il suo disco dell’anno.
E Tony, quando si parla del Modfather, non è mai di parte….

Ecco le parole che ci ha girato:
Un po’ inaspettatamente, quasi alla soglia dei 60 anni, Paul Weller scrive uno dei suoi migliori album solisti, attingendo, come sempre, dalle consuete radici (soul, pop, 60’s, funk) ma rielaborandole, con spirito autenticamente modernista, in chiave attuale, con un sound fresco e avanguardistico. Non ci sono flessioni né momenti di stanca in “Saturns Pattern” ma solo grandi canzoni e suoni originali che ci confermano quanto lui stesso ha detto in sede promozionale: “Non c’è nulla in circolazione che suoni come questo disco”.

 
9
BEACH HOUSE – Depression cherry

Thank your lucky stars
(Sub Pop/Bella Union)

Come i Verdena, anche i Beach House se ne escono – anziché con un doppio LP – con due album a poca distanza l’uno dall’altro (nel loro caso si tratta di poche settimane), e stavolta senza nemmeno un preavviso. “Thank your lucky stars” arriva quindi, graditissimo regalo, quando ancora non abbiamo smesso di ascoltare e apprezzare “Depression cherry”.

I due nuovi lavori non si discostano più di tanto. Entrambi sono pervasi dal consueto dream pop  etereo, a tratti quasi evanescente, con delicati tappeti di tastiere a far da sfondo al meraviglioso canto della Legrand, un contralto che ricorda Nico (anche i Velvet Underground ci stanno, tra le coordinate). Qualcuno dice che i Beach House sono noiosi. Noi rispondiamo che questa noia ci piace.
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8
SHYE BEN TZUER, JONNIE GREENWOOD & THE RAJASTHAN EXPRESS

Junun, the soundtrack
(disponibile sulla piattaforma Mubi)

Presentato al Festival del Cinema di New York lo scorso ottobre, “Junun” è un documentario sul concerto tenuto da Shye Ben Tzur e il Rajasthan Express entro le sale del Forte di Mehrangarh. Seduti in cerchio, con un’intensità emotiva eccezionale, ai limiti dell’estasi.

Ben Tzur è un incredibile musicista nato in Israele ma trasferitosi presto in India. Lo ha scoperto, quasi per caso, il chitarrista dei Radiohead Johnny Greenwood, che nell’occasione accompagna l’ensemble di ben 19 componenti, restando tuttavia rispettosamente ai margini, e che ha convinto il suo storico produttore Nigel Godrich e il regista americano Paul Thomas Anderson (“Magnolia”, “Il petroliere”) a raggiungerlo in Asia per girare la pellicola.
“Junun” celebra l’esuberanza e la gioia del fare musica, è stato scritto.

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7
MBONGWANA STAR – From Kinshasa

(World Circuit)

Minimalismo africano. Sembrerebbe, a prima vista, un ossimoro. Eppure. Prendiamo “Coco blues”, ad esempio. Una dolcezza infinita, un intreccio sontuoso di voci e di melodie su una base quasi trip hop.

Altrove c’è il funk, il blues, il reggae, l’elettronica. Paul Weller e Fela Kuti.
La loro biografia è di quelle che non lasciano indifferenti. Due di loro (Coco “Yakaia” Ngamabi e Theo Nzonza) fuoriescono dai Staff Benda Bilili, combo congolese costituito da musicisti disabili a causa della poliomelite e nato nelle bidonville nei pressi dello zoo di Kinshasa, combo che dopo il successo internazionale in tempi recenti è rovinosamente imploso, lasciando anche strascichi polemici.

Ma la ripartenza non lascia spazio alla nostalgia del passato: “Sembra arrivare da un altro pianeta – scrive l’Indipendent – è davvero un miracolo che una musica del genere si stata prodotta.” E invece arriva da Kinshasa, Congo.
“Creano magia dalla spazzatura”, ha detto invece il loro produttore, Liam Farrell aka Doctor L.
Un po’ ingeneroso, non trovate?

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6
IBEYI – Ibeyi

(XL Recordings)

Sono due gemelle, Lisa Kaindé e Naomi, e figlie di un eroe del Buena Vista Social Club e di una donna francese di orgini venezuelane (e per un gemello – come chi scrive – è senza dubbio un punto a favore, direi un valore aggiunto: “Ibeyi” significa infatti gemelle in yoruba, lingua che gli schiavi dell’Africa occidentale hanno portato ai Caraibi oltre tre secoli orsono… ma della manifesta superiorità dei gemelli parleremo altrove…).

Questo loro esordio omonimo è tra le cose più belle del 2015; un equilibrio perfetto tra il rigore compositivo dell’occidente classico, le nuove frontiere dell’elettronica e un’anima soul e blues: è come se Nina Simone incontrasse James Blake, è stato scritto.
La world music due punto zero.

 
5
WILCO – Star wars

(dBpm)

Quante sono le bands che dopo due decenni di onesta e celebrata carriera restano a certi livelli? Poche. Pochissime. “Star wars”, il nono capitolo della saga Wilco, è tanto breve quanto intenso.

Solo poco più di 33 minuti, e nessun cedimento al mainstream, nessun segno di stanchezza. Un sound scarno ed essenziale, a volte persino spigoloso (“Pickled ginger” e “Random name generator” – che bel titolo, eh!). Non manca il marchio di fabbrica, si ascoltino le ballate “Taste teh ceiling” e “More…” (è di Lennon/McCartney?), ma gli episodi più notevoli sono “Cold stope”, che parte come un blues a là Jack White, la melodica “The joke explained”, e le gemme psichedeliche “Magnetized” e “You satellite”.

Quante sono le bands oggi emergenti che dovrebbero chinarsi al loro cospetto, e allacciare loro le scarpe?
 
4
COURTNEY BARNETT – Sometimes I sit and think, and sometimes I just sit

(Marathon Artists)

Lo avrete certamente notato, la nostra classifica abbraccia sempre più generi e abbatte tutti i confini. Ma le radici non si dimenticano, e tutti noi nostalgici dei nineties, dell’estetica slacker e dei camicioni a quadri, del lo-fi e del grunge (Courtney, vi ricorda qualcuno?), abbiamo trovato la nostra nuova eroina.

Sembra poco più di una ragazzina ma quest’anno ne ha fatti 28 a novembre, ed è nata sulle spiagge settentrionali dell’Australia, vicino a Sidney.
“Sometimes I Sit And Think, And Sometimes I Just Sit” (“Qualche volta mi siedo e penso, altre volte mi siedo e basta”) non è un capolavoro. Le melodie sono semplici, in qualche episodio scontate. Eppure suona bene.

Leggero e rapido. Brilliant, si è detto. Senza troppe pretese intellettuali – certo, in questi tempi da hipster fa più figo ascoltare Benjamin Clementine, vedi punto 15 – ma con testi e immagini tratte dal quotidiano e personaggi molto letterari, seppur grotteschi.
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3
DRAKE – If you reading this, it’s too late

(Cash Money/Young Money/
OVO Sound/Republic)

Vero nome: Aubrey Graham. Da Toronto, Canada (come il pur bravo The Weeknd).

L’atmosfera è oscura, da club notturno e fumoso, adatta a un lungo viaggio su un’autostrada deserta, e il sound morbido, raffinato. L’hip hop stavolta è appena accennato, quasi annullato, spesso sostituito da un dubstep e uno spoken word elegante e sensuale, forse persino fighetto. Sessantotto minuti e oltre di ottima musica, con l’aiuto di una selva impossibile di produttori e collaboratori: chi ci può capire qualcosa?
“The sad rapper”, così lo hanno ribattezzato oltreoceano.

Tra i brani migliori: “Now and forever”, “Madonna”, la notevole “Know yourself” e infine “Legend” (“Oh my God, oh my God/If I die, I’m a legend/Oh my God, oh my God/If I die, I’m a legend”).
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2
JAMIE XX – In colour

(Young turks)

Ci aveva abituato a un’atmosfera languida e rilassata, tutta in bianco e nero, con i suoi XX (“XX”, 2009; “Coexist”, 2012). Jamie Smith, classe 1988, ora – non del tutto inaspettatamente, da anni è uno stimato dj e produttore britannico – batte altre strade.

“In colour”: già il titolo del disco rende subito esplicito il cambio di marcia: si tratta infatti di un’opera magica e caleidoscopica, cromaticamente eterogenea, densa di suoni e di immagini, che esplora territori finora sconosciuti. House, techno, dance e samples celestiali, echi di rave e addirittura un incedere hip hop. E tanti ospiti, più o meno noti.

Per carità: tutto già sentito. Ma tutto meravigliosamente messo in un grande frullatore spaziale: che, attenzione, non è un macchinario facile da usare. Beh, Jamie lo usa da Dio.
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1
SUFJAN STEVENS – Carrie & Lowell

(Ashtamatic Kitty, fondata da Sufjan con Lowell)

Dov’è finita la vena pop del folle e bizzarro compositore di Detroit? E i consueti cori, così magniloquenti e barocchi? Gli archi? I fiati? “Carrie & Lowell”, infatti, è una collezione di veri e propri bozzetti intimisti con delicati arpeggi di banjo, perfetta per gli amanti delle tinte grigie: per chi volesse qualche coordinata in più, è stato paragonato a Nick Drake, Eels, Bon Iver.

Nel disco – dedicato a sua madre Carrie, recentemente morta di cancro, una figura fragile, schizofrenica e bipolare, incline all’abuso di alcool e farmaci, e al patrigno Lowell – Stevens si espone e affronta il tema in modo esplicito, a tratti crudo, come mai aveva fatto sinora.

I versi sono, sì, pervasi dal dolore, ma non c’è pessimismo, bensì serenità e accettazione di una tragedia. Una quiete assoluta.  
“Questo non è un progetto artistico. Questa è la mia vita”

 
Gli altri quindici
 
16
EZRA FURMAN – Perpetual motion people

(Bella Union)

Lo scapestrato folletto di Chicago – la città di Obama domina questa classifica, visto il primato di Sufjan Stevens – che veste in calzamaglia e tacco alto è l’autore di una manciata di canzoni bizzarre e divertenti (“Haunted head”, “Lousy connection” e “Restless year”, nel mucchio). Tra garage anni ’60 e psichedelia, con un’attitudine squisitamente lo-fi. L’erede di Ziggy Stardust?
 
17
IOSONOUNCANE – DIE

(La famosa etichetta Trovarobato/Audioglobe)

Iosonouncane è un cantautore sardo trapiantato a Bologna.  “DIE” è una suite lunga 38 minuti – suddivisa per colpa del digitale in sei parti – che raccoglie i pensieri di un uomo in mezzo al mare in burrasca e di una donna, sulla terraferma, che teme per la sua vita. Un flusso sonoro allo stesso tempo arcaico e contemporaneo, fatto di improvvisazioni e di attenta manipolazione.
 
18
BJORK – Vulnicura

(One Little Indian/Megaforce)

La classe non è acqua: l’artista islandese non sbaglia un disco ormai da anni. La sua musica è colta e sperimentale, forse anche pretenziosa, e non ha più nulla a che fare con il pop o con il rock o con tutte queste categorie oggi decisamente logore e inutili.
Anche se rispetto a “Medulla” e “Biophilia” l’ascolto si rivela meno ostico.

19
JULIA HOLTER – Have you in my wilderness

(Domino)

Le tracklist di fine anno premiano Grimes, Adele, Florence & the Machine.
Noi optiamo per la timida cantautrice di Los Angeles, che ci aveva abituato ad atmosfere gotiche, musiche da camera e a un’attitudine avanguardista (tra i suoi riferimenti, John Cage e Laurie Anderson) e che con “Have you in my wilderness” ci restituisce un sound più accessibile, in cui prevalgono una certa serenità di fondo e la splendida purezza del suono.

 
20
DEERHUNTER – Fading frontier

(4AD)

Da Atlanta, Georgia (stessa città degli Algiers, autori dell’ottimo album omonimo: dark apocalittico. Scena interessante, quella di Atlanta, non si vive di sola coca cola). Loro si autodefiniscono “ambient punk”, qualsiasi cosa voglia dire…

Ormai da un decennio accasati alla mitica label 4AD, i Deerhunter scrivono un semplice album di “canzoni”, melodiche e quasi perfette. Tra le migliori di tutto il 2015.
 
21
DE GREGORI canta BOB DYLAN – Amore e furto

(Caravan)

Chissà da quanto tempo lo aveva in testa, rendere omaggio al suo unico e inarrivabile maestro. Certo, tradurre Dylan non è mica una passeggiata. È come scalare una montagna. E che montagna. Ma arrivato a un certo punto della carriera, e che carriera, De Gregori deve aver pensato che poteva permetterselo. E allora ecco questo “Amore e furto”, composto da undici brani tradotti da altrettanti del più grande folksinger di sempre.
 
22
TIGRAN HAMASYAN – Mokroot

(Nonesuch)

Un pianista jazz armeno che è cresciuto a khorovatz (NB_spiedini di agnello, tipico piatto armeno) e Led Zeppelin, e che ascolta il trash metal, I Tool e John Zorn: cari amici hipster in ascolto, cosa potete chiedere di più? Intendiamo gli hipster non vegani, ovvio (una minoranza?).
Spesso paragonato a Corea, Hancock e Jarrett, questo ragazzo di soli ventotto anni ha davvero bruciato le tappe.

 
23
IBRAHIM MALOOF – Red and black light

(Mi’ster Productions)

Già sul palco insieme al suddetto Tigran Hamasyan e all’ottima Hindi Zahra, questo jazzista nasce a Beirut nel 1980, e Beirut nel 1980 non è mica un bel posto dove vivere, per cui si trasferisce in Francia, dove inizia a studiare la tromba. “Red and black light” è un disco potente e godibile, con echi progressive e scuola di Canterbury, Soft Machine e Area (per chi ama il genere, suggeriamo gli Homunculus Res, da Palermo). E anche di post rock.
 
24
LILITH & THE SINNERSAINTS – Revoluce

(AlphaSouth Records/ Audioglobe)

“Una rivoluzione interiore, a volte molto intima, a volte necessaria e manifesta”. La summa dell’artista piacentina: un tributo alle radici del proprio sound, e dunque al punk/new wave degli esordi con i Not Moving nei tardi anni ’70, al blues del Delta e al garage-rock dei sixties, alla tradizione folk e alla canzone d’autore. Con un dolce blues in dialetto dell’alta val Nure: Lilith è infatti originaria di Centenaro.
 
25
LOW – Ones and sixes

(Sub Pop)

Alfieri dello slowcore esistenzialista, i Low rappresentano una certezza granitica. Qui massicce dosi di beat e percussioni elettroniche – usano gli stessi studi di Bon Iver – non rinnegano l’impostazione originale e la filosofia della band di Duluth (sì, la stessa città del Minnesota che ha dato i natali a Bob Dylan).
Il disco che gli Editors non sono capaci di fare.
Tra i brani, “Lies”, “What part of me” e la dolente “The innocents”.

 
26
TAME IMPALA – Currents

(Interscope)

Nel 2012 li abbiamo premiati (maybe) oltremisura con il secondo gradino del podio. Di questa band di Perth, Australia, ci avevano colpito i testi claustrofobici e introspettivi, e la sua miscela entusiasmante di Flaming Lips, space-rock, Cream, Jefferson Airplane. Questo “Currents” parte in quarta, con lo strepitoso funk di “Let it happen”, ma poi non sempre confermano le attese, e alla fine prevale un synth senza mordente.
 
27
SLEAFORD MODS – Key markets

(Harbirger Sounds)

Un’altra collezione di brani direttissimi per il duo, che non è di Sleaford ma di Grantham, cittadina (poco) ridente del Lincolnshire. Sfacciati e sboccati, arroganti e aggressivi come solo certo sottoproletariato inglese sa essere. Insomma, l’attitudine è punk, più che mods: brutti-sporchi-cattivi.
Con un incedere sbilenco, su basi sintetiche graffianti e sincopate, mai banali.

 
28
CHEMICAL BROTHERS – Born in the echoes

(Virgin EMI)

Magari non hanno più il fisico per le anfetamine e i rave alla Hacienda, ma in compenso hanno acquisito mestiere e saggezza. In “Born in the echoes” c’è la loro indole smaccatamente tamarra, ci sono le (troppe?) collaborazioni, c’è la nostalgia per la Cool Britain. Ma cercate bene. Troverete la trama orientale di “I’ll see you there” , lo strumentale “Reflexion” e infine la gemma psichedelica “Radiate”, che pare un omaggio ai primi Pink Floyd.
 
29
SUN KIL MOON – Universal themes

(Caldo Verde )

Mark Kozelek è parecchio stronzo. Lo scorso anno insultò i War On Drugs, nel 2015 una malcapitata giornalista inglese. Tuttavia: è un fuoriclasse. Uno dei pochi. “Universal themes”, però, è un disco imperfetto, lungo, prolisso, stavolta smaccatamente autoreferenziale, quasi un ininterrotto stream of consciousness, quando invece in “Benji” tutto era in equilibrio, seppur precario. In “Benji” c’erano i pieni e c’erano i vuoti. Qui c’è solo il pieno, e il pieno a volte può risultare soffocante.
 
30
KURT VILE – B’lieve I’m goin down…

(Matador)

A proposito di War on drugs. Il loro ex vocalist non tradisce il suo approccio acido e claustrofobico, anzi depresso; questa volta però gli arrangiamenti sono meno monocordi. E non c’è solo Lou Reed, nel suo pantheon. Kurt si esibisce con J. Mascis e cita dei classici inospettabili: “It’s my sequel to Donald Fagen’s The Nightfly”.
Nella categoria “cantautori indie” batte – di poco – John Grant e Father John Misty.

 

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