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L’ultimo Bowie di “Blackstar”, la recensione di PcSera

Difficile scrivere ora la recensione di "Blackstar", il disco uscito l'8 gennaio in occasione del 69esimo compleanno di David Bowie, ora che a soli tre giorni di distanza il Duca Bianco è morto.

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Difficile scrivere ora la recensione di “Blackstar”, il disco uscito l’8 gennaio in occasione del 69esimo compleanno di David Bowie, ora che a soli tre giorni di distanza il Duca Bianco è morto.

Potremmo raccontarvi la sua storia, le sue mille stagioni e i suoi travestimenti, Bowie il camaleonte, Bowie l’icona gay, il suo continuo rincorrere il momento, l’interpretare come pochi lo spirito del proprio tempo, raccontare del teatrale e fantascientifico Bowie dell’era Ziggy Stardust, o la straordinaria trilogia berlinese (il Bowie che preferiamo. Non solo noi. Anche Philip Glass).

Ma già tanti, meglio di noi, lo hanno già fatto in queste ore.
E allora proviamo a portare a termine la recensione che avevamo abbozzato prima della terribile notizia.

Il cupo e drammatico “Blackstar”, che sia o meno il suo testamento spirituale (come si affrettano a dire in queste ore) o un inconsueto regalo d’addio, è un gran bel disco; la cosa tuttavia non ci sorprende: già il suo penultimo conteneva diverse tracce notevoli, anche se per qualcuno era un artista finito da un pezzo.

I temi dominanti sono il dolore e la morte, e riletti con il senno di poi i testi possono davvero essere paragonati a un lungo addio. La resurrezione di “Lazarus”, ad esempio, l’ultimo singolo: “Guarda quassù, sono in paradiso… sono in pericolo. Ma non ho piu nulla da perdere”. Oppure “Girl loves me” – che nel ritmo ha qualcosa del migliore Peter Gabriel, quello tribale e terzomondista, e il merito è del leader degli LCD – il cui verso “Where the fuck did monday go?” pare proprio un fottuto presagio: oggi è proprio lunedi, uno dei più tristi lunedì della storia della musica.

Per non parlare del Bowie mummia nel video del brano che da il titolo all’album, una bellissima suite progressive di quasi dieci minuti: 9′ 58″ per la precisione, ma solo dopo il taglio degli iniziali 11 minuti resosi necessario per la vendita su iTunes. E quel letto da ospedale del video della stessa “Lazarus”: come abbiamo fatto a non accorgercene?

Gli altri episodi che si fanno preferire sono la ballata classica e raffinata “Dollar days”, con il sax in primo piano, o il drumming sincipato e il giro di basso di “Sue (or in a season of crime”), funky a là Talking Heads. Ma in tutte le sette tracce prevale una scrittura complessa e tutt’altro che AOR,  tra sperimentalismo e freejazz, prog e atmosfere dark, ispirazione mistica, echi kraut e amore per la musica black (lo stesso Bowie ha recentemente reso pubblica la sua stima per Kendrick Lamar).

Un canto del cigno all’altezza di una carriera che ormai saprete (ne parlano proprio tutti).

Giovanni Battista Menzani
@GiovanniMenzani

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