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Il nuovo album di P.J Harvey, la recensione di PcSera

"The hope six demolition" trae il suo titolo dai progetti HOPE VI, attraverso i quali le case popolari delle aree urbane statunitensi con il più alto tasso di criminalità vengono demolite per fare spazio a nuove e migliori abitazioni, causa di gentrification

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P.J. HARVEY – The hope six demolition (2016)
 
La piccola  Polly Jean è in questi giorni in Italia per due reading – a Milano, alla Casa della Cultura, e a Genova, ospite del Festival Internazionale della Poesia – dei suoi componimenti raccolti in “The hollow of the hand”, nati dai viaggi in Kosovo, Afghanistan e a Washington DC insieme al fotografo e videomaker Seamus Murphy.

Ma non è questa, la notizia. Non solo.

La notizia è l’uscita, negli stessi giorni (15 aprile), del nono album di studio dell’artista britannica, una delle icone della gloriosa stagione indie. Cinque anni dopo il celebratissimo, visionario (e bellissimo) “Let England shake”, rispetto al quale suona molto più “americano”.

“The hope six demolition” trae il suo titolo dai progetti HOPE VI, attraverso i quali le case popolari delle aree urbane statunitensi con il più alto tasso di criminalità vengono demolite per fare spazio a nuove e migliori abitazioni, causa di gentrification.

Ma molti dei brani prendono spunto dai viaggi di cui sopra, e sono stati scritti come fossero delle corrispondenze di guerra. Qualcuno l’ha accusata di demagogia, e di non dare risposte ai problemi che solleva e che denuncia. Come se stesse alla piccola Polly risolverli. Lei dice: io non voglio convincere nessuno, ho solo voglia di raccontare il mondo.

Il primo ascolto suscita grande entusiasmo.

Epico e dark, ruvido e tagliente, maturo e “nuovista”, classico e futurista, in bilico tra folk un po’ zingaro, fiati jazz (si veda la jam session di “The ministry of social affair”) e cori immagnifici (come nella sorella “The ministry of defense”, favolosa, par di sentire il Nick Cave dei tempi di “The mercy seat”), “The hope six demolition” è un disco di brani atipici, che sfuggono a ogni etichetta.

Impossibile fare una scelta, ma se proprio dobbiamo citiamo anche “Near the memorial Vietnam and Lincoln”, la ballata “The community of hope” – nel cui video compaiono anche Enrico Gabrielli (Der Maurer, Calibro 35, The Winstons) e Alessandro ‘Asso’ Stefana (Guano Padano), coinvolti nelle registrazioni del disco – e il singolo “The wheel”.

Musica contemporanea, di altissimo livello. Il blues dell’apocalisse 

Giovanni Battista Menzani
@GiovanniMenzani

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