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Folfiri o folfox, il ritorno degli Afterhours. La recensione di PcSera

Lo stupore è relativo al fatto che trattasi di un lavoro complesso e articolato, a tratti discontinuo o kitch. D’altronde è un doppio album, una risposta ai Verdena?, di quelli che si facevano una volta, quasi un concept su Dio, il dolore, la malattia, la morte

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AFTERHOURS
Folfiri o folfox
2016

“Avevamo un patto io e te/ma poi ti si è spento/dentro”: la voce mai così urticante del nostro Manuel fa da contraltare a una coda sinfonica addirittura magniloquente.

È un incipit imperioso quello di “Grande”, un manifesto e insieme una promessa, “qualcosa per cui valga la pena/qualcosa di bello/grande/grande”.

Potrebbero bastare questi primi minuti del nuovo disco degli Afterhours per placare le polemiche seguite all’annuncio dello stesso Manuel, prossimamente in veste di giudice a XFactor (“Sui giovani d’oggi ci guadagno su”, il post più ingeneroso). Ma era in un certo senso inevitabile.

A noi viene in mente la reazione dei fans duri e puri alla notizia della partecipazione della band milanese a Sanremo… ma poi venne il notevolissimo “Padania” (2012).

Recentemente abbiamo chiacchierato con lui, a margine della strepitosa serata al Caffè Letterario Melville. “Sono stanco di essere sempre l’Agnelli che tutti si aspettano”, questa la sintesi del suo pensiero: “ho voglia di divertirmi”. E perché no?

Il secondo brano, la sghemba “Il mio popolo si fa/(Dio, fortuna e Trans)”, tra le prime anticipazioni insieme al singolo “Non voglio ritrovare il tuo nome” (che è già un classico AHS), consolida la sensazione iniziale di un’opera tutt’altro che mainstream o magari ripiegata verso un pop-rock, tipicamente italiano, di più facile presa.

“Folfiri o folfox” – il titolo, apparentemente bizzarro, si riferisce a due cicli di chemioterapia, e non è l’unico rimando alla recente morte del padre di Manuel, si veda la malinconica e jazzata “L’odore della giacca di mio padre” – si piazza ciò nonostante al primo posto della classifica dei più venduti in Italia, in appena due giorni.

Intendiamoci: mica c’è da vergognarsi. Lo stupore è relativo al fatto che trattasi di un lavoro complesso e articolato, a tratti discontinuo o kitsch. D’altronde è un doppio album, una risposta ai Verdena?, di quelli che si facevano una volta, quasi un concept su Dio, il dolore, la malattia, la morte.

Tra i diciotto pezzi della nuova raccolta – tutti inediti – noi segnaliamo le bellissime ballate “Lasciati ingannare (una volta ancora)” e “Oggi” (“Ti direi che oggi può guarire tutto/ti direi che oggi è dove sei/e che lì il tuo male ora non ci troverà mai/non ci prenderà mai”), l’amerikana impeccabile di “Né pani né pesci”, la partenza in salita di “Ti cambia il sapore” e l’apatia di una squallida stanza di motel in “Noi non faremo niente”; mentre tra i pezzi più ostici troviamo la title-track (quasi un collage grandguignolesco, tra Frank Zappa e Captain Beefheart), “Tra i non viventi vivremo noi” e “Fa male solo la prima volta”, con Iriondo e Dell’Era sugli scudi.

Tra gli episodi meno significativi i due inediti, anche se “Cetuximab” ha un bel sound da stoner rock del deserto californiano, oltre alla trascurabile “San Miguel”: ma ai fuoriclasse si perdona tutto.

In chiusura il pop levigato e sontuoso di “Se io fossi il giudice” sembra rispondere alle “famose”critiche: “Libero di non essere più me/libero di non piacerti più/libero di buttare tutto via/oggi svegliandomi/ho realizzato che/tutto il resto è stupido/voglio provare a vivere”. “Ognuno ha il suo modo di abbracciare il mondo/il modo che ho è soffrire fino in fondo”.

Giovanni Battista Menzani
@GiovanniMenzani

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