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Sun Kil Moon, la recensione di PcSera

Che nessuno tocchi Mark Kozelek. Prolifico (e prolisso) come nessun altro, il guru o supposto tale della scena alternativa statunitense se ne esce con una nuova collezione di canzoni lunghe, lunghissime, oltre due ore e dieci minuti di musica folk

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SUN KIL MOON
“Common as light and love are red valleys of blood” (2017)

Che nessuno tocchi Mark Kozelek.

Prolifico (e prolisso) come nessun altro, il guru o supposto tale della scena alternativa statunitense se ne esce con una nuova collezione di canzoni lunghe, lunghissime, oltre due ore e dieci minuti di musica folk o slowcore ossessiva e così talmente ripetitiva.

Un ascolto difficile, arduo, faticosissimo, il “Guerra e pace” delle sette note. Anche se Kozelek non è Tolstoj. Tuttavia, la sua è sempre meno musica e sempre più letteratura.

Mancano – è vero – qui l’equilibrio e la misura che avevano fatto di “Benji” uno dei dischi del decennio e uno dei capisaldi della cultura americano di questo scorcio di secolo. Kozelek  – da sempre arrogante e poco accomodante, in particolare con i media – è diventato così rancoroso e verboso, anzi incontinente, da dovergli consigliare l’uso del pannolone.

Tutto vero. E, ovviamente, fioccano le stroncature (per Metacritic è 66/100, mentre per i lettori è 8,0 il voto medio).

Ma. C’è un ma.

Difficile non innamorarsi di alcune delle canzoni qui contenute. Il trittico iniziale, ad esempio: “God bless Ohio”, acida cartolina dalla terra natia, “Chili lemon peanuts”, una confessione a cuore aperto, “Philadelphia Cop”, sentito elogio della figura di Bowie.

O il giro di basso di “Bergen to Trondheim”, che è anche una tratta di un vecchio interrail che abbiamo ancora in qualche cassetto. E poi, ancora, racconti e impressioni, ricordi personali e anatemi sulla società dei consumi su basi spesso elettroniche e se possibili ancora più scarne, quasi un hip hop al rallentatore. Che ti assale e ti entra dentro, come un mantra.
 
Voto: 7

@GiovanniMenzani

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