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I 20 dischi dell’anno: La playlist 2017 di PiacenzaSera

La nostra classifica sulle uscite del 2017

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La playlist 2017 di PiacenzaSera
I venti dischi dell’anno
 
20
MORRISSEY – “Low in high school”
SLOWDIVE – “Slowdive”

In un anno nero per la perfida terra di Albione, vedi i bicchieri mezzi vuoti di Alt-J, Gorillaz e Kasabian, accorrono i “vecchi” a risollevarne le sorti. L’ex cantante degli Smiths non è ancora bollito, e lo dimostra con un album da figlio sfrontato e irriverente della working class. I pionieri dello shoegaze tornano dopo ben 21 anni, e sorprendono per freschezza e immediatezza.
 

18
SAMPHA – “Process”
Ghanese trapiantato a Los Angeles, Sampha è amatissimo dai big: ha scritto pezzi per Kanye West e Drake, per esempio. Il suo debutto è un’elegante miscela di soul, RnB ed elettronica.
 

17
BRUNORI S.A.S. – “A casa tutto bene”
Qualsiasi cosa si possa pensare della nuova generazione di cantautori italiani, alle volte eccessivamente incensati, Dario Brunori da Cosenza per noi resta il migliore. E il verso “Te ne sei accorto sì/Che parti per scalare le montagne/E poi ti fermi al primo ristorante/E non ci pensi più” non ci esce dalla testa.
 
15
ST. VINCENT – “Masseducation”
SPOON – “Hot thoughs”

Lei [vero nome: Annie Clark] è ormai assurta al ruolo incontrastato di eroina o sacerdotessa della scena alternativa, e anche stavolta delude le attese. Loro non sbagliano un disco da decenni, e da decenni non se li fila (quasi) nessumo.
 
14
CLOUD NOTHINGS  – “Life without sound”
Se il termine indie-rock nel 2017 può ancora avere un senso, o una prospettiva, lo si deve a un nutrito parco di piccole e grandi bands disseminate su tutto il globo terrestre, e troppo spesso misconosciute. Bands vive e vegete. Bands che lottano insieme a noi. Tra queste, i Cloud Nothings da Cleveland, Ohio.
 
13
KENDRICK LAMAR – “DAMN!”
È il re senza rivali del rap e dell’hip hop, riferimento inarrivabile per la folta schiera dei nostri giovani adepti.
 
11
LORDE – “Melodrama”
SZA – “Ctrl”

Ecco qui le due nuove big thing, premiate e incensate dalla critica di tutto il mondo, anzi di tutto l’universo. Classe ed eleganza, ma anche un occhio alle classifiche e al mainstream. Lorde [vero nome: ] arriva dalla Nuova Zelanda e ha una vena più pop, SZA [vero nome: Solána Imani Rowe] dal Missouri e colleziona una sfilza di “Explicit” da far rabbividire Charles Bukowski, in salsa soul/RnB però.
 
10
LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA – “Terra”
Forse il lavoro migliore di Vasco Brondi dai tempi del debutto. Immagnifiche istantanee dal nostro paese, “sotto un cielo blu metallizzato, tra supermercati più grandi delle più grandi moschee”. Rispetto al recente passato, le rime e gli accostamenti appaiono meno casuali. Da un punto di vista più strettamente musicale, lo spoken word di scuola Massimo Volume mantiene un ruolo importante, così come le consuete basi elettroniche, ma ora si fanno spazio melodie ben costruite e ritmi più serrati.
 
9
MOUNT EERIE – “A crow looked at me”
Qui si parla di corvi, merli, uccellacci e uccellini. Si parla di morte: “Death is real” è l’incipit, dedicato alla sua giovane compagna scomparsa di cancro. “Una settimana dopo che sei morta è arrivato un pacco col tuo nome/E dentro c’era un regalo per nostra figlia che avevi ordinato senza dirmelo.” Musica senza tempo, quasi sospesa. Eterea, devastante e commovente. Se avete amato l’ultimo Sufjan Stevens.
 
8
MOSES SUMNEY – “Aromanticism”
Una voce pazzesca e una grande tecnica, con virtuosismi degni di un Tim Buckley; anche se si legge l’influenza di Bon Iver. Minimale, ibrido, quasi jazz.
 
7
THE WAR ON DRUGS – “A deeper undergound”
Ormai anche il cattivo – ma geniale – Mark Kozelek pare essersi rassegnato all’evidenza: la band della Pennsylvania, che fu di Kurt Vile (davvero buono il suo album con la star australiana Courtney Barnett), è una delle certezze del panorama folk-rock psichedelico attuale. Melodie dolci e raffinate, atmosfere delicate e nostalgiche, mai – o quasi – stucchevoli.
 
6
KING KRULE – “The OOZ”
Archy Ivan Marshall – aka King Krule – è un fenomeno. L’artista britannico (era ora. Quanta poca musica inglese, in questa playlist) ha appena 23 anni ma è già al terzo album. “The OOZ” mescola sapientemente elettronica trip hop, free jazz e atmosfere dark. Musica notturna, esistenziale, anche drammatica. La rivelazione. (Grazie a Elia)
 
5
THE NATIONAL – “Sleep well beast”
Il nuovo National si apre in modo persino eccessivamente tetro, “Nobody else will be there” è infatti sospesa tra pianoforte, alcol e depressione (Tom Waits, ecco chi è il maestro), ma la successiva”Day I die” riporta indietro le lancette dell’orologio, garage-rock a là National al 100%. È solo un’illusione. Il disco procede splendido tra ballate rarefatte ed elettronica minimalista, con le vette (quasi) inarrivabili di “Carin at the liquor store” – che cita il grande John Cheever – e “Guilty party”, da ascrivere tra i loro capolavori di sempre. Qualcuno ha scritto che “Sleep well beast” è una fucilata al cuore, un viaggio introspettivo in bianco e nero attraverso l’inquietudine del nostro secolo.
 
4
LCD SOUNDSYSTEM – “American dream”
La band di James Murphy torna dopo sette anni di silenzio con un album ben scritto e arrangiato, lungo, complesso ed eclettico, dall’atmosfera dark e wave. Sono stati scomodati Bowie, Doors, Joy Division, Suicide e certamente Talking Heads. Serve altro?
 
2
VAGABON – “Infinite words”
JAY SOM – “Everybody works”

In una classifica mai così femminile, vogliamo premiare con il podio queste due giovanissime e bravissime ragazze, entrambe polistrumentiste e meravigliose figlie del melting pot contemporaneo. Vagabon è di nascita camerunense [vero nome: Lætitia Tamko; anni 25] e sta dalle parti del lo-fi e dell’alt-folk. Jay Som è di origine filippina [vero nome: Melina Duterte; anni 22] ed è cresciuta in California al suono un po’ fuzzy degli Eels. Dedicato a chi costruisce muri.
 
1
PERFUME GENIUS – “No shape”
Mike Hadreas arriva da Seattle, una città di predestinati (Hendrix e Cobain, che in verità è nato ad Aberdeen). Il suo quarto e ultimo album evidenzia un’intensità e un’urgenza molto rare. La sua musica è un glam teatrale e barocco, a volte drammatico, steso su basi elettroniche raffinate ed eleganti. Per noi, “No shape” è il disco dell’anno.

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