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Smentire i luoghi comuni sulla disabilità. La cronaca di una “tutor” foto

La nostra redattrice di “UniversiMicaela Ghisoni ha vissuto una giornata da tutor di “Mettiti nei miei panni” all’Università Cattolica di Piacenza.

L’evento di sensibilizzazione sulla disabilità organizzato per la seconda volta nell’ateneo piacentino. Il suo racconto “dal vivo” ci aiuta a capire meglio le reazioni dei tanti che hanno provato a “mettersi nei panni” di un disabile.

Ecco il suo pezzo.

L’iniziativa “Mettiti nei miei panni” è tornata anche quest’anno presso l’Università Cattolica di Piacenza, lo scorso 17 aprile. Seconda edizione piacentina della giornata di sensibilizzazione nei confronti della disabilità, motoria, visiva e sensoriale, organizzata dall’Ateneo.

Evento coordinato dal Servizio integrazione studenti con disabilità e DSA, “Mettiti nei panni”, aperto a tutti, ha coinvolto direttamente universitari ed esterni, invitandoli a provare “sulla propria pelle” l’esperienza della disabilità.

A tale scopo i partecipanti all’iniziativa hanno effettuato brevi percorsi in carrozzina, o ad occhi bendati all’interno dell’università, accompagnati da tutor con disabilità e volontari normodotati. Il tragitto aveva inizio presso la piazzetta di Economia della Cattolica.

La “simulazione” della disabilità uditiva è stata invece possibile tramite la visione di spezzoni filmici, deprivati del sonoro o sottotitolati, costruiti appositamente per suscitare riflessioni sul tema.

Cosa si prova su una sedia a rotelle? Oppure non potendo vedere o sentire gli altri attorno a sé? Difficile da descrivere e soprattutto impossibile da comprendere a fondo in una sola giornata, fatta di esperienze brevi e transitorie.

Tuttavia l’iniziativa del 17 aprile ha ”positivamente smentito luoghi comuni correnti”, si potrebbe dire dal punto di vista privilegiato di un tutor con disabilità che accompagnava i partecipanti durante i percorsi.

Già di primo mattino, la piazzetta di Economia piena di giovani studenti volontari con indosso la maglietta dell’università Cattolica, testimoniava la volontà genuina dei ragazzi di impegnarsi per la buona riuscita dell’evento. Atteggiamenti propositivi, espressioni solari ed emozionate, comunicavano la voglia di mettersi in gioco.

I percorsi organizzati hanno però rilevato di più: i partecipanti desideravano comprendere e sapere il più possibile riguardo alla particolare condizione che stavano sperimentando. Frequenti considerazioni, o domande sono state infatti rivolte ai tutor disabili che fungevano da guida.

Chi il 17 aprile si è seduto in sedia a rotelle per percorrere un breve tratto, dentro e fuori dall’Ateneo, non era affatto disinteressato o indifferente, come si potrebbe forse pensare.

Si trattava di persone diverse tra loro nei modi, come del resto è differente l’approccio di ogni disabile con il proprio handicap: alcune più disinvolte e scherzose, altre più timide e serie, ma tutte sinceramente coinvolte nell’esperienza che stavano vivendo.

Mettiti nei miei panni 2018

“Non deve essere facile dipendere dagli altri e doversi fidare” commentavano i partecipanti rivolti al tutor, mentre venivano trasportati in carrozzina dal volontario incaricato durante il percorso.

E poi nel cortile universitario, dove spesso la sedia a rotelle rallentava, faticando a procedere a causa di buche ed erba: “Qui la differenza di pavimentazione rispetto all’interno si avverte parecchio” – dicevano- “Ci si sente meno sicuri e per spingersi da soli occorrono molta forza e abitudine”!

Per tentare di capire meglio sensazioni e difficoltà provate da coetanei disabili, soprattutto i ragazzi chiedevano poi la possibilità di provare a spingere autonomamente la sedia a rotelle nei corridoi della Cattolica. Quasi tutti hanno osservato come spingersi da soli fosse più difficoltoso, ma ci si sentisse più indipendenti.

Il desiderio di entrare in relazione con l’altro e con le sue difficoltà, lontane, poco conosciuta, ma in quella giornata meno distanti, è stato forse l’elemento chiave emerso durante i percorsi: i partecipanti erano interessati ai ragazzi disabili come persone e alla loro vita quotidiana. “Cosa studi? Lavori? Cosa ti piace di più fare?” – domandavano – “hai bisogno di aiuto negli spostamenti?

“Vivi con i tuoi genitori?” Al sentirsi descrivere una vita “normale”, e anzi, ricca di attività, affetti, passioni, nonostante l’handicap e le inevitabili difficoltà, erano piacevolmente stupiti, contenti di poter conoscere una realtà diversa e nuova, prima percepita come distante, se non estranea.

Stupore simile a quello, un po’più amaro, che le persone manifestavano non appena venivano fatte notare loro la scomodità d’accesso e la faticosa usufruibilità dei servizi igienici, a cominciare dalle porte pesanti, che non rimanevano aperte. “Entrare qui solo, per chi non è autonomo, diventa veramente impossibile!”, commentava la gente come se prima non avesse mai visto quei bagni.

Non tutte le persone, e i ragazzi in particolare, sono privi di empatia.
Piuttosto spaventa e viene evitato ciò che non si conosce: la disabilità spesso si incontra, ma non si conosce. Per questo le occasioni di scambio spontaneo tra portatori di handicap e normodotati dovrebbero aumentare e non limitarsi ad aventi sporadici precostituiti.

Solo chi vive in prima persona la disabilità può comprenderla profondamente, tuttavia gli altri possono “avvicinarla”. Percepire concretamente che si può vivere bene anche con difficoltà importanti, arricchisce sia la persona sana, che impara a rapportarsi con realtà diverse dalla propria e ad apprezzarle, sia quella con handicap, che lentamente vede sfumare distanze e timori nei suoi confronti.

È quindi la conoscenza l’arma più potente per realizzare l’inclusione.

Micaela Ghisoni

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