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“Dove sono io c’è un gatto, dove c’è un gatto ci sono io”

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Se ne è andata silenziosa, senza fare rumore, come i gatti che tanto amava.

Ha lasciato attoniti, disarmati, storditi di fronte all’imprevedibilità della vita e di eventi che non si possono comprendere, perché, scriveva nei suoi racconti, “La morte toglie la luce, di colpo. Chi non ne ha paura?”

Era Lucia Aldrighi, 59 anni. Residente a Borgotrebbia e impiegata presso la segreteria dell’Istituto tecnico Romagnosi di Piacenza.
Il suo grande amore erano i gatti: domestici, di strada, di montagna.

Era “un’anima gatta”. Sincerità, tenerezza semplicità continuamente cercate e donate, ma difficilmente incontrate nella gente. Trovate invece sempre negli amati felini.
Donna senza marito e senza figli, la dedizione incondizionata a questi animali era per lei una passione, una missione, uno scopo vitale, tanto da anteporla ai propri stessi bisogni.

Instancabile nella cura dei gatti che lei amava come figli, fuori dal lavoro viveva per loro: oltre ad accudire in tutte le loro esigenze quelli domestici (otto in tutto), si occupava infatti di numerose colonie randagie distribuite sul comune di Piacenza, pubbliche e private. Dalla zona di abitazione a Borgotrebbia a quella di lavoro vicino alla scuola Romagnosi, per arrivare poi nelle vicinanze di Palazzo Farnese. Infine una colonia privata, in prossimità di via Pietro Cella.

Lucia Aldrighi, terminato il lavoro alle 14, pensava a tutto da sola. Portava acqua, cibo e medicine ai gatti delle diverse colonie, variando in base alle necessità di ognuno. Tutto a proprie spese, a costo di incorrere in disagi economici importanti e disporre di minori risorse per sé.
Perché per lei lasciar morire quei gatti sarebbe stato come abbandonare un essere umano, un bambino indifeso.

E allora stava con loro, finchè non aveva finito di nutrirli ed accudirli tutti, di costruire un riparo per la notte o per l’arrivo dei cani che ne disturbavano la quiete. Teneva gli ambienti sempre puliti e spesso durante la giornata tornava più volte a controllare come stessero le colonie.

Pochi gli altri volontari che la aiutavano. Tanto che la donna per un periodo si è presa cura dei gatti randagi anche zoppicando e utilizzando un paio di stampelle. A rischio quindi della propria salute. Il Regolamento comunale dell’Ufficio Tutela Animali non prevede la distribuzione di cibo e l’accudimento di randagi, se non relativamente a vaccinazioni e sterilizzazioni.

Come può allora una persona singola pensare a tutto, quando il numero di animali e di luoghi da governare è elevato? Lucia ha chiesto aiuto più volte per la distribuzione e il rifornimento delle risorse necessarie ai gatti delle colonie.

Le risposte sono state scarse. Le istituzioni hanno sempre seguito il regolamento ufficiale.
Mentre le persone, per quanto possano aiutare, hanno ciascuna i propri impegni, la propria vita. Spesso troppa fretta per fermarsi rinunciando ad un angolo di sé.

Occorre riflettere sull’incapacità di ascoltare e condividere, che può suscitare sfiducia e abbandono. Oggi fortemente diffusa.

Ora però le parole servono a poco.
Lucia Aldrighi ormai è morta.

Possiamo solo ricordare il suo donarsi senza riserve. Lei che rinunciava ai propri pasti pur di accudire tutti i gatti di strada e non negava mai un aiuto ad amici o vicini di casa.
“Artista per gioco”, come le piaceva definirsi, amava cantare, recitare, dipingere, scrivere poesie e racconti.

“La vita è la più difficile delle arti”- lei lo sapeva- ma “il desiderio di vivere, amare e ridefinire sé stessi” è così intenso da ”rendere impossibile immaginare una vita diversa”.

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