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Dogman: luci e ombre dentro un male senza scampo

Nasce da un cruento episodio di cronaca nera studiato per dodici anni, la storia del Canaro della Magliana, ma diventa molto altro e molto di più: un’analisi profonda sulla soggettività umana, individuale e universale al tempo stesso. Gioco di sfumature e di contrasti.

È Dogman, l’ultimo film di Matteo Garrone, proposto recentemente in rassegna all’Arena Daturi di Piacenza.

Lo spunto narrativo che muove l’opera è il delitto di Pietro De Negri, avvenuto circa trent’anni fa nella periferia romana. Proprietario di un negozio di tolettatura per cani alla Magliana, De Negri (detto er Canaro) torturò a morte in una gabbia per cani l’ex pugile e piccolo delinquente Giancarlo Ricci, esasperato dalle continue prepotenze subite.

Il film è però un racconto diverso. È la storia di Marcello (Marcello Fonte, formidabile attore non professionista, Palma d’oro a Cannes) e di Simone (Edoardo Pesce); del loro rapporto ambivalente. La storia di un quartiere degradato, in cui gli unici valori sono la forza e l’assenza del bello.

Depurata dalla componente macabra e spettacolare del fatto di cronaca, Dogman diventa quindi la vicenda di un’umanità perduta, dove la tenerezza presente non basta a salvare dall’abisso dell’oscurità. Marcello infatti (il Dogman del film) è mite e amorevole con i cani e la figlia, ma è soggiogato da Simone, bullo di quartiere al quale non riesce a sottrarsi e dal quale vorrebbe essere rispettato.

Quella di Marcello sembra essere una progressiva discesa agli inferi, fino alla finale ed inutile decisione di uccidere Simone nel tentativo di riscattarsi dalle prepotenze subite. Un percorso di alienazione che Garrone delinea magistralmente non tanto e non solo con fatti espliciti, ma soprattutto attraverso lo scambio di sguardi e di gesti tra i due protagonisti. Gesti d’ira incontrollati. Sguardi imposti e subiti. Marcello e Simone inquadrati sempre insieme, o alla stessa distanza.

I rumori in controcampo (rombo della moto, sirena della polizia) accentuano la tensione del film e dei protagonisti, in un quartiere dove tutti si muovono secondo logiche egoistiche. Luogo reale, ma sospeso, simile a tante altre metropoli italiane non identificabili, i palazzi fatiscenti e grigi del quartiere (ed è bellissima la fotografia realizzata), non lasciando spazio all’elevazione dell’individuo. Sono quadri di desolazione.

Il riscatto finale di Marcello è impossibile, perché ciò che gli rimane addosso non è giustizia, ma solo solitudine, nei confronti di sé e degli altri.

Micaela Ghisoni

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