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Le Rubriche di PiacenzaSera.it - Nave in bottiglia

Guareschi 50 anni dopo: le sue terre, i personaggi e un fascino che non muore

Nella nuova “Nave in Bottiglia” Mauro Molinaroli ricorda la figura di Giovannino Guareschi a 50 anni dalla scomparsa

E’ delizioso farsi accompagnare dalla propria auto un po’ demodé nella bellezza del paesaggio che da Piacenza, sfiorando il Grande Fiume, giunge a Roccabianca, paese in cui è nato Giavannino Guareschi (1908-1968) di cui ricorrono in questi giorni i cinquant’anni dalla scomparsa, fino a Brescello: dai silenzi dei campi, dai cieli aperti, dalle aziende agricole che hanno mantenute intatte le loro strutture esterne, pur rimodernandole, in quella fetta di terra tra il fiume e il monte con il sole che ammazza le voglie, possono accadere cose che da altre parti non succedono.

I luoghi che hanno ispirato i racconti di Guareschi hanno un fascino straordinario. Insieme a Don Camillo e Peppone, Giovannino ha ridisegnato non soltanto la geografia di queste terre, ma anche la loro anima. A Brescello, Roccabianca, San Secondo Parmense, ritrovi angoli di geografia affettiva, una mappa del cuore e della memoria: sono ricordi familiari, simili per certi aspetti alle terre piacentine, ai luoghi e agli itinerari verdiani tra Villanova e Sant’Agata, ma anche Cortemaggiore e Busseto, dai quali non trasudano soltanto romanze, ma anche racconti, storie che Giovannino Guareschi ha reso vita e che fotografi come Carlo Bavagnoli hanno immortalato, dando loro una dimensione magica.

La magia dei racconti di Giovannino, le descrizioni dei suoi paesaggi, delle sue strade polverose la puoi ritrovare costeggiando il grande Po, nei paesini che da Piacenza in poi, sono protetti dai grandi argini, che paiono essere grandi muraglie dalle quali ancora oggi puoi vedere un uomo in bicicletta in questa calda estate, ma anche romeni che sono accampati in vecchi casolari e che si sono impossessati delle coste del fiume, mettendo paura a chi vive da quelle parti.

Allora immergersi in queste zone per ritrovare l’atmosfera di quella “favola vera” che è il Mondo Piccolo, concilia con un passato che ci appartiene, con una storia che non muore. Perché qui, in questi luoghi, la realtà ispira la letteratura, ma la letteratura inventa il vero.

Giovannino Guareschi non era persona facile, non ha mai abbandonato la sua terra, nella quale ha ritrovato la sua più profonda umanità che è uguale in tutti gli uomini. Attraverso la favola del Mondo Piccolo ha saputo raccontare il buono che c’è in tutti gli uomini. Lo scrittore Guido Conti con un suo bel libro, “Il grande fiume Po: una storia da raccontare” (Mondadori, 2012), ha contribuito a descrivere la magia di questi luoghi.

E’ anche vero però che nel 1957 Giovannino Guareschi si ritirò da direttore del “Candido”, rimanendo tuttavia un collaboratore della rivista. Nel giugno 1961 fu colto da un infarto, da cui si riprese con fatica. Nell’ottobre dello stesso anno uscì il quarto film della saga: “Don Camillo monsignore… ma non troppo”. La storia era tratta dai suoi romanzi e il film era prodotto dalla Cineriz di Angelo Rizzoli che era anche editore di “Candido”. Lo scrittore sconfessò la sceneggiatura, giudicandola lontanissima dallo spirito del romanzo. Ne nacque una dura discussione con Angelo Rizzoli. Il dissidio non si ricompose: Guareschi decise di interrompere definitivamente la collaborazione con il giornale.

Nel 1968 gli fu riproposta la direzione del “Candido” da parte di Giorgio Pisanò, ma Guareschi morì prima di poter ricominciare. Fu stroncato da un attacco cardiaco, il 22 luglio di cinquant’anni fa. I suoi funerali sotto la bandiera con lo stemma sabaudo, furono disertati dalle istituzioni.

Unici personaggi di rilievo presenti per l’estremo saluto, Nino Nutrizio direttore de “La Notte”, Enzo Biagi ed Enzo Ferrari. Ma a Brescello, Guareschi e i suoi personaggi rivivono, anche in questa calda estate.

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