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Il Beatles “Bianco” compie 50 anni, l’omaggio in Fondazione

Compie 50 anni il “White Album” dei Beatles, e Piacenza celebra l’anniversario con uno evento in programma questa sera, 3 dicembre (ore 21), all’Auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano. “Women in the White Album” il titolo dell’iniziativa, uno spettacolo multimediale tra visioni, canzoni, teatro e danza.

Con Giovanni Battista Menzani ripercorriamo la storia di un album che ha segnato un’epoca

IL BEATLES “BIANCO” – Era un compito davvero improbo quello di dare un seguito al trionfo planetario di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” (1967), un ineguagliabile successo di pubblico e di critica: un disco che non è soltanto un disco, è stato infatti definito “un momento decisivo nella storia della civiltà occidentale” (K. Tynan).

Il clima tra gli scarafaggi, oltretutto, era tutt’altro che sereno e rilassato, e la complicità degli esordi, dei tempi di Amburgo o del Cavern Club, era solo un lontano e pallido ricordo.

A cominciare dalla cover: quella che l’artista britannico Peter Blake aveva pensato per il loro capolavoro dell’età matura, con i quattro attorniati da un coloratissimo collage di personaggi più o meno famosi, tra i quali inizialmente doveva esserci persino Hitler, era già leggenda.

Come superarsi? Semplice, suggerì Richard Hamilton, uno dei padri della Pop Art (qui più attratto dal minimalismo di Judd e Lewitt), chiamato d’urgenza al “capezzale”: non ci mettiamo nulla.

Nulla?, devono aver reagito un po’ tutti. George Martin in testa: lo storico manager era assolutamente contrario anche al fatto che si trattasse un album doppio.

Sì, nulla. Una copertina tutta bianca, con solo la scritta The BEATLES in rilievo, quasi illeggibile, senza nemmeno un titolo (la prima idea fu “A doll’s house”, ispirato a Ibsen, ma i Family furono più lesti).

Se a noi, cinquanta anni dopo, può sembrare una cosa da poco, all’epoca – un’epoca in cui le immagini dei Fab Four erano da sole una garanzia assoluta di vendita – fu una vera e propria provocazione, anzi un rischio enorme. Rischio calcolato, aggiungiamo oggi, dal momento che l’album vendette qualcosa come due milioni di copie in una settimana solo negli Stati Uniti.

E poi la musica, tanta, tantissima: oltre 90 minuti (93 minuti e 43 secondi, per la precisione), uno scrigno di autentici tesori e di piccoli o grandi capolavori pop. Decisamente vario per stili e contenuti – i quattro erano sempre più divisi, anche quando scrivevano – suona tuttavia come un ritorno alla semplicità e all’immediatezza delle origini dopo la sbornia psichedelica dei due anni precedenti (“Revolver”, per molti il loro vero capolavoro, segnò la svolta nel 1966), oltre che un allontanamento dai dogmi e dalle influenze delle religioni orientali che tanto li avevano attratti (si ascolti ad esempio “Sexy Sadie”).

Non mancano brani strutturalmente più complessi – tra i quali un posto di primo piano occupa la surreale e immaginifica “Happiness is a warm gun” di Lennon (“La felicità è una pistola calda”), che deve il suo titolo a Linus (Schultz) ed è stata scelta da Michael Moore per “Bowling a Columbine” – o le canzoni politiche, come le due “Revolution” (n. 1 e n. 9) o “Piggies”, un atto di accusa contro la classe borghese – purtroppo salita alle cronache per i noti misfatti di Charles Manson – firmato da Harrison, autore anche della delicatissima “While my guitar gently weeps”.

Ma è tanto lo spazio per il rock’n roll tiratissimo di “Back in the U.S.S.R.” e “Birthday”, per il proto-punk nonsense di “Helter Skelter”, per il country per la verità un po’ innocuo di “Don’t pass me by” (ovvero il primo originale di Ringo), per il blues – “Yer blues”, appunto – e per magnifiche ballate acustiche (“Blackbird” su tutte, poi “I will” e “Mother Nature’s son” di Paul, e ancora “Julia”, dedicata da John alla madre prematuramente scomparsa) e non (“Dear Prudence”).

E anche per qualche scivolone, vedi la filastrocca di “Ob-la-dì Ob-la-dà” di McCartney (“Musica per vecchie zitelle”, la definirà più tardi Lennon, quando ormai le tensioni e le invidie tra i due ex compagni di vita erano definitivamente sfociate in odio e rancore.

@GiovanniMenzani

N.B.

Una curiosità: la celebre rivista americana “Rolling Stone” inserito il “White Album al decimo posto tra gli album più belli di tutti i tempi, dietro a “Sgt. Pepper” (primo posto assoluto), a “Revolver” (terzo) e a “Rubber soul” (5), mentre “Abbey Road” è “solo” al dodicesimo posto.

Nella speciale classifica “100 best Beatles songs” della stessa rivista figurano, per limitarci i primi posti, “While my guitar gently weeps” (10), “Revolution 1” (13) e “Happiness is a warm gun” (24).

Per quelli proprio curiosissimi: no, non ha vinto “Yesterday”, che è solo quarta, ma la monumentale “A day in the life”. Ma la battaglia è durissima, basti pensare che “Eleanor Rigby” è solo ventiduesima …

 

 

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