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Anche il “nostro” Ecce Homo alla mostra milanese dedicata a Antonello Da Messina foto

Più che per le sue mirabili opere – a lungo tempo sottovalutate o addirittura ignorate – Antonello da Messina è ricordato dalla storia dell’arte per il suo ruolo di ambasciatore in Italia della pittura fiamminga. Il suo arrivo in laguna nel 1475-76 favorì infatti la nascita del tonalismo e della Scuola Veneta; ed è grazie all’epocale scoperta della pittura a olio, che Antonello portò al nord dopo averla appresa da Van Eyck (Giovanni da Bruggia, dice il Vasari nelle sue Vite) in persona, che si poté aprire una stagione che vide protagonisti i Bellini e Carpaccio, poi Tiziano, Giorgione e Lotto, infine Tintoretto e Veronese.

Non è un caso che la bella mostra al Palazzo Reale di Milano (aperta fino al 2 giugno) si apra con un dipinto che raffigura un Giovanni Bellini talmente invidioso dei colori e delle velature di Antonello, e talmente curioso da fingersi – opportunamente abbigliato – un nobiluomo veneziano e da recarsi dal maestro siciliano per farsi ritrarre; fu durante quelle sedute da modello, pare, che il Bellini apprese le tecniche del collega più anziano.

È molto probabile che la ricostruzione vasariana, piuttosto romanzata ma accettata fino all’Ottocento, non corrisponda al vero. È probabile che non andò così, anche se l’aneddoto è cosi bello che viene voglia di crederci lo stesso, ma è certo che verso la metà del Quattrocento il porto di Messina era un nodo cruciale per i commerci e gli scambi nel Mediterraneo, e di lì passavano le navi borgognone (le Fiandre allora erano sotto il loro dominio) con stoffe e oggetti di lusso.

Ed è ancora più certo che la Corte di Napoli – città dive Antonello perfeziono la sua formazione nella bottega di Colantonio, anche se il suo vero riferimento fu Piero della Francesca – era assai interessata ai fiamminghi; il francese Fouquet e altri passarono di lì.

Antonello fu dunque il tramite. Il primo importantissimo incontro tra le due scuole che stavano cambiando in modo irreversibile l’arte tardomedievale, ancora influenzata da un seppur raffinato Gotico internazionale: quella italiana, prima ancora fiorentina, improntata al disegno, alla prospettiva e allo spazio, chiaramente ispirata ai modelli classici; quella nordica, una pittura di luce, di ambiente, attenta al paesaggio naturale e ai dettagli.

Questa influenza è ben visibile nei dettagli dell’Ecce Homo piacentino – in mostra a Milano, non c’era a Palermo – con la barba, i capelli e le lacrime, che appaiono ingigantiti sulle pareti della mostra.

Un Cristo mai così umano, indagato con fine psicologia e con sensibilità ineguagliabile, così come pure negli altri bellissimi ritratti esposti (in particolare, il celebre “Trivulzio” del 1476). Dunque non solo importante nodo cruciale, ma anche pittore divino (così come fu ribattezzato dal figlio – “pittore non umano”), capace di capolavori assoluti, da collocare tra le vette più alte raggiunte dal primo Rinascimento italiano.

I capolavori palermitani esposti sono il “Girolamo nel suo studio” (1474-75), una tavoletta di dimensioni minuscole ma minuziosamente dettagliata e precisa nelle prospettive dei loggiati e nei giochi di luce, che entra nello studio da punti diversi, e l’inarrivabile “Annunciata” (1476-77), un’annunciazione assolutamente atipica, ovvero senza l’angelo; quasi un’immagine fotografica, un istante (quello appena successivo al messaggio) che coglie timore e rassegnazione, disagio e accettazione, resa lampante di quel gesto delle mani che rappresentano forse le mani più famose della storia dell’arte, eccezion fatta ovviamente per la creazione d’Adamo che Michelangelo dipinse sulla volta della Cappella Sistina.

Mani di scorcio, che mostrano la grande maestria di Antonello (solo pochi decenni prima, che gesto ancora goffo quello della Sant’Anna di Masaccio e Masolino…).

Parallelamente alla mostra su Antonello, di grande interesse è la ricostruzione – attraverso manoscritti, schizzi, appunti autografi – dell’opera di ricerca di Giovanni Battista Cavalcaselle, colui che nell’Ottocento ebbe il merito di riscoprire uno dei più grandi artisti della Rinascita italiana ed europea.

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