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“La vita dispari”: riso amaro con l’ultimo libro di Paolo Colagrande

Si sorride, si ride anche, con “La vita è dispari”, ultimo libro dello scrittore piacentino Paolo Colagrande edito da Einaudi. Ma è un riso amaro.

L’ha evidenziato Gianni D’Amo a Palazzo Ghizzoni Nasalli di Piacenza, dialogando con l’autore durante la presentazione del volume a cura della libreria Fahrenheit 451.

Considerazioni reciproche tra amici, più che tra esperti, condivise con un pubblico partecipe.

“La vita dispari” è sicuramente la parabola pirotecnica, esilarante di un ragazzino, di cui leggiamo fin dalla copertina”- ha detto D’Amo- ” incentrata pero su un’esistenza problematica e conflittuale, aspetto a mio parere sottovaluto dalla critica”.

Fondamento del romanzo sono infatti le (dis)avventure formative ed esistenziali di Buttarelli, il protagonista, dall’infanzia, all’adolescenza, ai “diversi fidanzamenti”, al lavoro, al matrimonio.

Capace di leggere correttamente solo le pagine dispari per una difficoltà di rappresentazione mentale, Buttarelli è “Un irregolare”- ha spiegato Colagrande – “che tenterà tutta la vita (spesso su consiglio o imposizione altrui) di uniformarsi all’odiato, mediocre senso comune, senza riuscirci”.

“A me poi non piace molto l’ironia”- continua lo scrittore- “sono distante dalla volontà di salire in cattedra a ironizzare sulle vicende dei personaggi che descrivo. Preferisco quindi parlare di parodia in questo caso – o di auto parodia – di un ‘esistenza subita dal protagonista”.

Si avverte chiara anche l’impronta storicista di D’Amo quando sottolinea come il libro, ambientato nell’imprecisato sobborgo di “Medialopoli”, “racchiuda mezzo secolo di Storia italiana, pur presentando una data solo all’inizio della quarta parte”.

Dagli anni anni ’50 a inizio 2000, dall’assenza del digitale al suo avvento; passando per la vittoria dell’Italia contro il Brasile ai Mondiali del 1982- prima indicazione temporale precisa-, ma soprattutto attraversando la rivoluzione sessuale del ’68, evento determinante nella vita di Buttarelli.

Ma chi narra le vicende del protagonista e dei personaggi che gli ruotano attorno?

“Non è una prima persona singolare, nè una terza persona del tutto estranea alla storia”- fa notare D’Amo.

E Colagrande chiarisce la questione: “Ho infatti un problema con la terza persona singolare – spiega- troppo asettica, acrilica. Ma anche con la prima che, se costante,s embra assumere un atteggiamento giudicante rispetto alle vicende.

Ho risolto la questione stando nel mezzo: la voce narrante è nipote di uno dei personaggi, lo zio Gualtieri- tutti morti da almeno quindici anni, Buttarelli compreso- e, unica vivente, ne raccoglie la voce, raccontando ciò che da lui ha sentito”.

Raccontando ciò che lo zio le ha riferito, la voce narrante si fa chiaramente mediatrice anche del punto di vista degli altri personaggi, dai quali spesso prende le distanze in prima persona, come per invitare il lettore alla diffidenza verso protagonisti detentori di false verità e verso il suo stesso racconto.

Non a caso la voce più “genuina è quella corale della strada Furio Muratori”- aggiunge l’autore- il vialone princpale del paese dove tutti passano e si trovano, smentendo bugie e sotterfugi”.

Nella storia bislacca di Buttarelli, sempre in bilico tra pulsione istintuale e razionalità, “si inseriscono poi digressioni dal linguaggio specialistico- sottolinea ancora D’Amo-.

“Senza però inficiare la coesione del racconto, ma solo rallentando il ritmo” sottolinea Colagrande.

Considerazioni di teologia, filosofia, neuorologia, agronomia entrano in queste pagine formando un pasticcio linguistico che può ricordare Gadda.

Fuochi d’artificio, soluzioni bizzarre, che fanno sorridere non eliminano la nota dominante della solitudine. Quella di un protagonista per cui niente va mai come si aspetta o come come davvero vorrebbe.

E quella degli altri personaggi maschi del romanzo, che sì, magari sono fidanzati, sposati, ma devono sempre fare i conti con donne di potere, dominanti e non esattamente accoglienti.

Del resto il povero Buttarelli lo sapeva già dalle elementari, quando ha scoperto che il maschio del cefalopode argonauta è venti volte più piccolo della femmina. E questa scoperta l’ha segnato di terrore per tutta la vita.

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