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“L’idea di Europa è nata dalla lotta contro il nazifascismo” fotogallery

L’idea d’Europa a cui dobbiamo ispirarci ancora oggi è nata dalla lotta contro il nazifascismo, quando diversi popoli si ritrovarono insieme a resistere e combattere per uscire dalla tragedia della guerra. Non è un caso che il manifesto di Altiero Spinelli, con i principi fondanti dell’Europa, sia nato a Ventotene, tra persone confinate dal fascismo”.

Le parole di Gianni D’Amo risuonano sotto la pioggia sulla collina di Monticello di Gazzola, sferzata dal vento in una mattinata di aprile con un tempo da lupi. Qui 74 anni fa infuriò una delle battaglie più sanguinose della Resistenza, la più importante del movimento di liberazione piacentino (vedi sotto).

A ricordarla – attraverso un piccolo rito civile che si rinnova ogni anno a metà di aprile – diverse decine di persone, rappresentanti delle istituzioni e dell’Anpi. Che non si sono lasciati scoraggiare dal freddo e dal maltempo. Presenti anche alcuni partigiani della Val Trebbia, Eligio Everri e Renato Cravedi, che combattè la battaglia del castello di Monticello.

Oratore ufficiale Gianni D’Amo, professore e punto di riferimento dell’associazione culturale Cittàcomune.

Prima di lui hanno portato il saluto dai piedi del monumento al Valoroso, il partigiano Lino Vescovi caduto a Monticello, il presidente provinciale dell’Anpi Stefano Pronti, il sindaco di Gazzola Simone Maserati e un alunno della scuola del paese.

La commemorazione della battaglia partigiana di Monticello

“Non c’è bisogno di gonfiare i numeri della battaglia militare – ha esordito nella sua orazione D’Amo – per celebrare il valore della Resistenza, sebbene siamo qui in un luogo dove avvenne uno scontro cruento tra partigiani e nazifascisti”.

Dobbiamo ricordare i partigiani per un semplice motivo: grazie alle loro lotte ci hanno conquistato il diritto di redigere una costituzione e di andare a elezioni libere. Direi che solo questo può bastare. Ci hanno consegnato il diritto decidere il nostro futuro, attraverso l’assemblea costituente e il voto libero”.

“La Resistenza è stata fatta da giovani – ha sottolineato – che hanno deciso con la loro testa di combattere, perchè non dobbiamo mai dimenticare il contesto: dopo l’8 settembre era tutto molto più precario nel nostro paese, e certamente era difficile prendere una decisione”.

“Non c’erano i partiti, non c’era il confronto delle idee, ma eravano cresciuti per 20 anni a pane e fascismo. Poi con l’8 settembre arrivò lo sfascio di tutto questo. Ci fu allora un elemento individuale fondamentale nella scelta di ciascuno, e questo è un grande valore”.

“E poi – ha aggiunto – dobbiamo evidenziare che questi partigiani non avrebbero resistito per 20 mesi sui monti senza il supporto della popolazione. Un sostegno che fu diffuso e discreto, ma fondamentale”.

“Con la lotta di liberazione – ha concluso – per la prima volta anche la povera gente diventò protagonista, fece una scelta decisiva per il futuro”.

La Battaglia di Monticello, avvenuta nella notte fra il 15 e il 16 aprile del 1945, è al tempo stesso eroica e tragica, sicuramente fra le più cruente di tutta la Resistenza piacentina.

La vittoria riportata dei 32 partigiani, assediati per diverse ore nel castello, e in cui soccorso arrivarono una decina di uomini provenienti da Monteventano sotto la guida di Lino Vescovi “Il Valoroso”, è stata davvero eroica se si considera che ad attaccare Monticello c’erano circa quattrocento uomini fra camice nere, SS italiane e Xa MAS organizzati ed armati di tutto punto.

Alla fine della giornata la battaglia fu vinta: le forze nazifasciste si ritirarono verso la pianura aprendo la strada alla Liberazione della città di Piacenza che sarebbe avvenuta il 28 aprile.

Ma per questa vittoria le forze partigiane pagarono un importante tributo di sangue, quattro partigiani morirono durante la battaglia: Gino Cerri commissario di brigata, Carlo Ciceri partigiano, Aldo Passerini partigiano e uno fra i più famosi comandanti della Resistenza piacentina, Lino Vescovi “Il Valoroso” che, ferito a morte, dimostrò ulteriormente la propria grandezza esortando i compagni di lotta a trattare con umanità i prigionieri nazifasciti con la frase “Curateli, non maltratteli”.

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