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Nel futuro meno lavoro ma più creatività produttiva “Serve un nuovo patto sociale”

“Se ogni strumento riuscisse a compiere la sua funzione dietro a un comando o prevedendolo in anticipo, se le spole tessessero da sole e i plettri suonassero la cetra, i capi artigiani non avrebbrero bisogno di opereai, nè i padroni di schiavi”.

Lo scriveva Aristotele nel 300 AC nel suo libro “La politica”, “anticipando – sottolinea il professor Domenico De Masi, sociologo del lavoro di fama internazionale -, ciò che succede oggi e soprattutto accadrà in futuro, con l’avvento di robot e intelligenza artificiale”.

Nel corso del XXI secolo infatti, la quantità di lavoro disponibile sarà sempre minore, sostituita da macchine e intelligenze artificiali che subentreranno anche a molte professioni intellettuali. Ciò significherà maggiore discuccupazione, se il lavoro non verrà ridistribuito equamente. Un lavoro, comunque, sempre più incentrato sulla produzione creativa di idee e sempre meno su beni materiali.

Questi i tratti fondamentali del quadro accuratamente tracciato da De Masi, ospite all’Auditorium della Fondazione Picenza e Vigevano per il terzo “Giovedì della Biotica”.

Professore emerito di Sociologia del lavoro all’Università “La Sapienza” di Roma, già preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione e fondatore della SIT (Società Italiana per il Telelavoro), a presentare Domenico De Masi nell’incontro “Il lavoro del XXI secolo”, titolo del suo ultimo libro, è stato – come sempre in queste occasioni – il presidente della sezione Emilia Romagna dell’Istituto di Bioetica, Giorgio Macellari, accompagnato dall’ex direttore di Libertà Gaetano Rizzuto e dell’avvocato Susanna Lombardini.

“Nuovi lavori a forte impronta tecnologica si affacciano, altri sono a notevole rischio di estinzione e pochi manterranno il proprio trand attuale, con grandi problemi etici conseguenti” – sottolinea Macellari. “Quello che offre De Masi con il suo libro è un vero e proprio viaggio nella storia dell’umanità e del lavoro, tra passato, presente e, soprattutto, verso il prossimo futuro” – spiega poi Rizzuto.

Dalla schiavitú alla rivoluzione industriale, fino al XXI secolo, il professore mostra infatti il radicale mutamemto dei paradigmi socio-antropologici avvenuti nel tempo. “A diversi tipi di società – spiega – corrispondono diverse percezioni del lavoro e differenti fattori che lo influenzano”.

“Fino alla fine del ‘700, in epocola rurale, il lavoro era considerato “sordido”, indegno di un uomo libero, una condanna, nell’antichità greco-romana, che fiaccava il corpo e toglieva tempo allo spirito. Poi, con l’avvento di Illuminismo e società industriale (1750-1950) il lavoro diventa il centro della vita dell’uomo, addiritura – con Marx – la sua essenza. Produzione e consumo in serie esponenziale di beni materiali giungono in breve a costituire l’ossatura del sistema economico”.

“Oggi però – chiarisce ancora De Masi- il panorama sociale, soprattutto grazie a trasformazioni tecnogiche sempre più rapide e potenti, è ulteriormente mutato, tanto da poter parlare di “paradigma post- industriale”.

“Beni materiali, lavoro operaio nelle fabbriche (e quindi industria e agricoltura tradizionali) non sono più infatti al centro del processo produttivo. Lo sono invece beni immateriali, quali servizi, informazioni, valori, simboli, estetica; in una parola tutto ciò che fa capo alla creatività”.

E diverse, chiaramente, sono le variabili che infuenzano la produzione di tali beni immateriali, e quindi il lavoro. Digitalizzazione e intelligenza artificiale soprattutto. “A fronte di soggetti digitali che sempre più prevarranno su quelli analogici e intelligenze artificiali che ridurranno il lavoro disponibile per l’uomo (con una demografia crescente a livello mondiale), occorre – secondo De Masi- riorganizzare profondamente il mercato del lavoro”.

Come? Riducendo il monte ore lavorativo pro-capite per redistribuire e aumentare l’occupazione, incrementando tra l’altro – molto probabilmente- la resa produttiva. Perchè – dice De Masi – “produrre idee non è come fare bulloni. Il risultato non è direttamente proporziale alle ore di lavoro”.

In Germania- e non solo – lo hanno fatto già da tempo: lavorano circa 1300 ore annue, con tasso di discupazione del 3,8 per cento e reddito pro-capite di 41.701 euro. Un quadro che permette anche di valorizzare il tempo libero. In Italia si lavora per circa 1700 ore all’anno, con tasso di disoccupazione dell’11 per cento e Pil pro- capite di 30.532 euro.

Molti economisti (52%) e molti Paesi (tra cui l’Italia), “credono che la nuova ondata di progresso tecnologico, sul lungo termine, porterà un aumento del lavoro” – fa notare il professor De Masi. Mentre la maggior parte dei sociologi, lui incluso, pensano che “le nuove tecnologie ditruggeranno più posti di impego di quanti ne creeranno”.

Potrebbero risultare vere entrambe le ipotesi, ma intanto occorre agire modificando incisivamente il mercato del lavoro per contrastare disoccupazione e povertà, che fin d’ora costituiscono fenomeni preoccupanti; soprattutto in Italia. Per farlo serve un “nuovo, serio patto tra le differenti categorie sociali – sostiene con fermezza De Masi-, che ridistribuisca richezza, lavoro, potere, sapere, opportunità, tutele”.

In questo modo potrà valorizzarsi quell'”ozio creativo”, che, per Domenico De Masi , è “sintesi di lavoro, studio e gioco”, e che probalmente costuirà la dimensione centrale del nostro futuro. Ma per cambiare occorre innanzitutto prendere coscienza di un mutamento profondo. Operazione non facile per politica e società italiane. Rapida, tantomeno.

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