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Il labirinto senza Filo d’Arianna di Milovan Farronato

Un grande labirinto senza direzioni, dove tutte le strade sono possibili e nessuna è giusta, o sbagliata.

Diventa questo il Padiglione Italia per la 58esima eposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, su progetto del curatore designato per l’edizione 2019, Milovan Farronato. Un labirinto come metafora di paradosso estetico e semantico, di disorientamento e ritrovata libertà. Ma anche display, cornice espositiva di opere dialoganti tra loro, in armoniosa differenza.

A raccontare questa sfida – toccando anche qualche questione peculiare dell’ arte contemporanea – lo stesso Farronato, di origini borgonovesi, arrivato a Piacenza davanti al pubblico dell’Auditorium della Fondazione di via S. Eufemia (nella sala di Palazzo Rota Pisaroni). Presentato dal Presidente della Fondazione Massimo Toscani e da Eugenio Gazzola, lo studioso, già direttore del prestigioso Fiorucci Art Trust di Londra, è considerato una delle intellighenzie dell’arte contemporanea. Reputazione definitivamente consacrata dalla nomina a curatore del Padiglione Italia.

Tre diverse mostre dei tre artisti presenti, Liliana Moro, Enrico David e Chiara Fumai, si uniscono in una sola nello spazio dilatato del Padiglione Italia, diventato labirinto. Il titolo complessivo e piuttosto rivelatore dell’esposizione diventa: Nè altra Né questa: la sfida al Labirinto, indicando che è solo lo spettatore a scegliere se e quale percorso intraprendere per interagire con le opere e lo spazio circostante. Uno spazio che, pur estremamente razionale e pulito, è altrettanto straniante.

E Milovan Farronato ce lo spiega, riprendendo Calvino, eredità spirituale del suo lavoro:”Il senso del labirinto non è trovarne l’uscita, ma il suo centro”- diceva il celebre scrittore nel suo saggio del 1962 sulla molteplicità coesistente di linguaggi possibili.

“Quando si entra in un labirinto – spiega lo studioso – lo scopo è quello di uscirne, tuttavia la sua esistenza paradossale porta, quando si arriva a tornare sui propri passi o a sbattere simbolicamente contro lo stesso muro, a scordarsi del motivo per cui si è entrati. In quel momento il tempo improvvisamente si dilata, si perde l’idea dell’orologio”.

Un’idea, quella del labirinto, nata all’aldilà di Calvino, Borges e tanti altri, durante un festival d’arte performativa sull’Isola di Stromboli: “Luogo pericoloso, ma ricco di vegetazione – sottolinea Farronato – dove il tempo è più climatico che cronologico, montagna, oltre che isola. Dove insomma i contrari si contraddicono, eppure coesistono e dialogano”.

E così nel labirinto del Padiglione Italia, perfettamente immerso in quello di Venezia, sempre in bilico tra terra ferma e acqua, si giustappongono e comunicano le opere dei tre artisti. “Nè in cielo nè in terra” è un caso esemplare di come la semplicità luminosa di Liliana Moro, con la sua scritta illuminata a neon, dialoga e cattura la poetica umbratile, quasi grottesca delle sculture antropomorfe di Enrico David.

Ma è solo un richiamo, uno tra i tanti, in uno spazio senza filo preordinato: che moltiplica i livelli di percorrenza e la percezione dei volumi, inserendo grandi superfici verticali specchianti e colorati tendoni teatrali, come escamotage fuorvianti di connessione e spaesamento insieme. Su tutto, tra David e Moro e oltre, Chiara Fumai, artista morta suicida a 39 anni. Lei divina, oracolare, misterica, nella sua opera che nel complesso costituisce “invocazione di protezione contro le gerarchie patriarcali”.

Un lavoro distribuito in vari segmenti della mostra, poi ricomposto in un’unica stanza, quasi essenza del labirinto stesso. Un Padiglione quello di Farronato che appare riflesso, antitesi e sintesi della società contemporanea, dove lo stesso curatore non è più autore di opere, semmai di mostre e dell’interrelazione dinamica esistente tra i lavori.

Uno spazio in continuo mutamento come la stessa vita vissuta, dove la capacità, il bisogno, o la chiusura nell’abbracciare cambiamenti e punti di vista diversi segna orientamento e perdita. Non c’è direzione tracciata.

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