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Il Buscetta di Bellocchio: traditore a metà, italiano (anzi siciliano) vero

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La recensione di Micaela Ghisoni del film di Marco Bellocchio proiettato a Piacenza all’Arena Daturi nella rassegna di cinema all’aperto.

Un film di due ore che sembra durare mezz’ora. La storia degli ultimi vent’anni di vita di Tommaso Buscetta, primo mafioso di Cosa Nostra a diventare negli anni ’80 grande collaboratore di giustizia davanti al giudice Giovanni Falcone smascherando nomi e volti dietro i traffici e gli attentati più efferati.

“Traditore”? Si, ma soltanto a metà. Se prima a tradire i valori dell’antica Cosa Nostra sono state le nuove famiglie mafiose dei Corleonesi capitanate da Totò Riina, uccidendo anche donne e bambini e mettendo il potere davanti a tutto. Come i vecchi amici, “loro si, i traditori” – dice Buscetta -, passati dalla parte dei nuovi arrivati, diventando i nemici peggiori. Non è neppure un “pentito” Buscetta, ma certamente “un uomo d’onore”, come ogni italiano che si rispetti. Lo dichiara più volte davanti ai giudici: “Non mi considero un pentito, semmai uno sconfitto. Dopo l’estradizione in Italia dal Brasile ho perso tutto, anche la libertà, lontano dalla famiglia. Cosa Nostra è finita, ora bisogna parlare”.

“Il traditore” di Marco Bellocchio, uscito da Cannes 2019 senza premi ma strappando sulla Croisette ben 13 minuti di applausi, è quindi la storia del “boss dei due mondi”(Italia- Brasile) Tommaso Buscetta. Dalla festa di Santa Rosalia tra Famiglie del 1980, che apre in grande stile le prime inquadrature del film sulla scia evidente del Gattopardo e del Padrino (siglando la pace apparente tra i palermitani e i corleonesi), all’aprile del 2000, giorno in cui Tommaso (Masino) Buscetta muore – nel suo letto, come si era sempre augurato – dall’altra parte del mondo, negli States.

Un Pierfrancesco Favino davvero magistrale nel rendere la complessità del protagonista: criminale mafioso, con alle spalle decine di omicidi. E uomo, padre di famiglia, non esente da dolcezza e fragilità. Due aspetti mai osservati dalla medesima angolazione, eppure complementari nel personaggio. Il quale, tra l’altro, non viene certo dipinto dal regista come “l’erlore” che passa dal mondo dei cattivi a quello dei buoni. “Non esiste una mafia migliore di un’altra – gli dice il giudice Falcone (un bravissimo Fausto Alesi) durante l’interrogatorio -, ora non venga qui a parlarmi di valori”.

E se Favino con questo formidabile ruolo, in cui abilmente si destreggia dal siciliano, al portoghese all’italiano, conferma brillantemente di meritare un posto di primo piano nella cinematografia del momento – italiana e internazionale -, lo fa avvalendosi di un validissimo cast di comprimari. Oltre al già citato Giovanni Falcone – Fausto Alesi, il Pippo Calò di Fabrizio Ferracane, la Cristina di Maria Fernanda Candido, fino al Totuccio Contorno di Luigi Lo Cascio. Tutti maestri nell’imprimere al film il giusto ritmo.

Ma “Il traditor”e è molto di più della parabola discendente di Tommaso Buscetta. È storia d’Italia, nelle sue pieghe più oscure e malate, connivente con i crimini peggiori. La pellicola ripercorre infatti 20 anni di storia italiana, le stragi più ignobili (tra cui quella di Capaci del ’92, causa della morte di Falcone) e una resa dei conti infinita tra Riina e gli affiliati di Stefano Bontate. Scatti fotografici imprimono con forza i volti di quell’Italia, fermando il tempo. Salgono una ad una le infamie commesse: ed è geniale il crescendo numerico in basso a sinistra dello schermo con cui Bellocchio rimarca la serie di uccisioni durante la faida tra Corleonesi e palermitani)

La mafia, che pure Bellocchio racconta come un fenomeno altro, lontano, che non gli appartiene, pericolosamente si infiltra nello Stato e lo contamina, spesso sostituendosi ad esso. I mafiosi confessano senza pentirsi e la sola confessione può essere garanzia di assoluzione, o comunque di protezione. Ma cosa confessa Tommaso Buscetta? Mai direttamente e in modo chiaro gli omicidi da lui commessi, solo i delitti degli altri che porteranno a 366 mandati di cattura. E a Roma Capitale non arriva, se non quando, molto dopo la morte di Falcone, farà per la prima volta il nome di Giulio Andreotti. Che tuttavia, nel film, sgattaiolerà via come un’ombra aldilà di ogni notizia. Data l’inattendibilità del teste.

Traditore senza tradire, confesso senza delitti e pentimento, onorevole senza onore. Ma da trattare con riguardo, in fondo, perchè da lui dipende la Giustizia. Le scene magistrali del maxiprocesso di Palermo diventano allora una vera e propria arena teatrale: detenuti imprecanti, testimoni e giudici posizionati su fronti apposti – sia fisicamente, sia linguisticamente (un siciliano stretto e un italiano forbito) -, non sempre reciprocamente comprensibili. Eppure racchiusi nel medesimo spazio.

E quando uno dei boss dietro le sbarre si cuce la bocca per non parlare, omertà e sangue macchiano ancora una volta la Giustizia, almeno simbolicamente. Che del resto copre le proprie colpevoli connivenze con l’altisonante retorica del “Va Pensiero”, sottofondo delle sentenze processuali. L’Italia, in fin dei conti, è la Sicilia tra parentesi, mentre la Sicilia è l’Italia al quadrato. E questo film il capolavoro che le mette allo specchio. Con Bellocchio maestro.

Micaela Ghisoni

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