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Jukeboxe all’idrogeno: Joy Division – Unknown Pleasures

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JUKEBOX ALL’IDROGENO: JOY DIVISION – UNKNOWN PLEASURES

Questa nuova rubrica – il cui titolo è preso in prestito da una famosa raccolta di poesie di Allen Ginsberg, profeta della Beat Generation – è dedicata ai pochi ma imprescindibili dischi che hanno fatto la storia della musica dei nostri giorni e si apre con l’esordio dei Joy Division, “Unknown pleasures”, che proprio nei giorni scorsi ha compiuto 40 anni (uscì il 15 giugno 1979).

Potremmo considerarlo, per la verità, l’unico album della seminale band inglese, perché “Closer” – il suo seguito, altrettanto oscuro e bello – uscì postumo nel luglio del 1980: quasi un epitaffio, a soli due mesi dal suicidio del cantante Ian Curtis che, da tempo sofferente di forti attacchi epilettici per combattere i quali faceva largo uso di barbiturici, si impiccò a soli ventitre anni nella cucina di casa. La sua storia è stata raccontata da Anton Corbijn nel lungometraggio “Control” (2007).

Attivi prima come Warsaw (in omaggio al monumentale brano del Bowie berlinese), nati sulla spinta di un concerto dei Sex Pistols, che da pochi mesi avevano – insieme ai Clash, l’ala più politica del movimento – spazzato via tutto con la loro furia iconoclasta, avevano poi scelto un nome davvero inquietante, ispirato da un racconto del deportato polacco Ka-Tzetnik 1355633 (o Karol Cetinsky, come lo chiamano ancora gli inglesi): quello con cui i nazisti avevano ribattezzato le detenute dei lager costrette al loro “gioioso” intrattenimento sessuale (allora, in tanti facevano un uso provocatorio dell’iconografia nazi-fascista per esprimere sentimenti nichilisti e “not politically correct”).

Erano quattro ragazzi nati nella periferia di Manchester, città post-industriale all’epoca senza prospettive, triste e malinconica, ed erano attratti dal punk e dalla nascente scena goth-rock (Siouxie & the Banshees, Cure), dal krautrock tedesco (Can, Faust e Kraftwerk su tutti) e dai Velvet Underground di Lou Reed. Stando alle cronache, dal punto di vista tecnico erano tutt’altro che eccelsi. Anzi. Su tutti, tuttavia, spiccava il genio romantico e depresso del frontman, Ian Curtis, un ex operaio appassionato di letteratura – nei suoi testi si trovano tante citazioni, da Ballard (“Axtrocity Exhibition”) a Burroughs (“Interzone”) a Gogol (“Dead souls”) – autore di testi criptici e dal forte impatto emotivo.

Ma ebbero la fortuna di incrociare Tony Wilson, noto conduttore televisivo, che li scritturò per la compilation promozionale della sua uscente (e mitica) etichetta indipendente, la Factory. Pochi mesi dopo erano in studio per “Unknown pleasures”, che venne registrato – nell’improvvisazione generale – in soli quattro o cinque giorni: era davvero difficile immaginare la genesi un simile capolavoro, in tali condizioni.

Eppure. Dietro alla perfezione stilistica di questo disco c’è un altro misconosciuto, il produttore Martin Hannett, che riuscì a rendere più etereo e sognante – persino rallentandolo – il loro sound, prima di allora più diretto, più rozzo, più punk, inserendo anche i sintetizzatori e i primi effettacci speciali (una porta che sbatte, vetri che si rompono). Il suo lavoro non mancò di creare dissapori e malumori nella band: il bassista Peter Cook disse che sembravano i Pink Floyd, e per lui non era certo un complimento; inutile qui sottolineare che la musica dei Joy Division aveva poco che a vedere con quella di Waters e soci.

E anche l’opera di un designer, Peter Saville, che realizzò l’indimenticabile copertina. Su suggerimento del batterista Morris, utilizzò un’illustrazione delle onde radio emesse da una stella, la Pulsar CP 1919, ovvero la prima mai osservata dall’uomo, prelevandola – e leggermente modificandola, invertendo cioè il bianco e il nero – dalla Cambridge Encyclopedia of Astronomy. Un’immagine perfetta per descrivere la malinconia cosmica della loro musica, si dirà poi. Lo stesso Saville ne parlerà così: “È un’immagine sia tecnica che sensuale. È tesa come la batteria di Stephen ma è anche fluida: molti sono convinti che rappresenti il battito del cuore”.

Il disco si apre con la programmatica “Disorder”, con il suo magnifico incipit (“I’ve been waiting for a guide to come and take me by the hand”); una canzone che entrerebbe di diritto in un ipotetico Museo della canzone, ancor più della celebre “Love will tear us apart”, che uscirà come singolo anch’esso postumo nel 1980. E si schiude con “I remember nothing”, un altro capolavoro sull’alienazione e la solitudine (“Me in my own world,yeah you there beside/The gaps are enormous, we stare from each side/We were strangers for way too long”).

In mezzo ci sono i loro ormai classici giri di chitarra, monocordi e ripetuti sino alla nausea; una base ritmica sincopata e dall’incedere marziale; i giri di basso ipnotici (“Insight” e l’epica “New dawn fades”); le atmosfere lugubri e funeree (“Shadowplay” e “Day of the lords”, il loro pezzo più doorsiano). E infine il canto disperato e spettrale di Curtis, tra l’urlo e il lamento, che alcuni hanno avvicinato all’ultimo Morrison. La sua angoscia, il suo male di vivere. I suoi testi drammatici, tetri, claustrofobici. Senza speranza. Senza via d’uscita.

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