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Entusiasmo al Municipale per Les Ballets Trockadero FOTO foto

I Trocks hanno inaugurato la Stagione di Danza 2013-2014 della Fondazione Teatri di Piacenza. Un ritorno, dopo tre anni, di una delle compagnie più apprezzate degli ultimi anni dal nostro pubblico.

Grande entusiasmo al teatro Municipale di Piacenza, gremito per il ritorno dei Les Ballets Trockadero de Monte Carlo, che domenica pomeriggio hanno inaugurato la Stagione di Danza 2013-2014 della Fondazione Teatri di Piacenza, la prima sotto al direzione artistica di Cristina Ferrari. IL FOTOSERVIZIO DI PROSPERO CRAVEDI

Un ritorno, dopo tre anni, di una delle compagnie più apprezzate degli ultimi anni dal nostro pubblico. I Trocks, come vengono affettuosamente chiamati, con il loro modo di mettere in scena in modo scherzoso il balletto classico tradizionale presentandolo in parodia e en travesti hanno fin da subito colpito l’attenzione di chiunque abbia avuto modo di assistere ad uno dei loro spettacoli.

Non è, infatti, usuale vedere una compagnia di danza formata da ballerini (uomini) professionisti che si esibiscono nel vasto repertorio di balletto e di danza moderna, nel pieno rispetto delle regole canoniche del balletto classico tradizionale. L’aspetto comico nei loro spettacoli viene raggiunto esagerando le manie, gli incidenti ed esasperando le caratteristiche tipiche della danza rigorosa. Vedere degli uomini danzare in tutti i ruoli possibili – con i loro corpi pesanti che delicatamente si bilanciano sulle punte come cigni, silfidi, spiritelli acquatici, romantiche principesse, angosciate donne Vittoriane, ecc. – valorizza lo spirito della danza come forma d’arte, deliziando e divertendo sia il pubblico più esperto che meno preparato.

Al centro delle loro parodie, infatti, non c’è la donna, ma la ballerina. Nella sua immagine costruita di perfezione irraggiungibile, agghindata solo di ornamenti e nel portamento elevato, ossia in punta. Coi Trocks, inoltre, questa immagine viene contaminata, anche, dai riti del quotidiano, dalle miserie della vita e, in fondo, dall’opacità dei lustrini.
A partire fin già dal nome della compagnia. Il cui ostentato francese è bugiardo. Allude, non senza malizia, ai nomi delle tante compagnie di balletto nate dallo scioglimento dei Ballets Russes di Djaghilev, sparse poi per il mondo intero a diffondere il nuovo verbo ballettistico della famosa compagnia russa fondata, però, a Parigi.

E lo stesso vale per i nomi di battaglia delle ballerine, surrogati in un improbabile russo di aria imperiale. I Trocks nascono, in verità, a New York City, nei primi anni 70, in pieno clima di liberazione sessuale e di rivendicazione identitaria di tutte le minoranze. Un clima che ha rivoluzionato soprattutto il linguaggio, a partire dal termine camp rilanciato da Susan Sontag fin dal 1964, per definire la crisi delle gerarchie culturali a favore di un gusto o stile citazionale capace di celebrare l’eccessivo, l’artificioso e il travestimento in tutti i settori della vita come dell’arte.

Il Lago dei cigni (Atto II) su (ma meglio sarebbe scrivere, ispirato alla) coreografia di Lev Ivanov e la musica immortale di Cajkovskij, è in realtà un atto unico: qui infatti tutto succede e tutto si conclude. Può capitare però che il cattivo Rotbar, a forza di abbaiare alla luna abbia il fiatone, mentre il verso del cigno sembra quello di una beccaccia; il principe, nel giorno del suo genetliaco, che va a caccia notturna con un dispettoso aiutante, è in realtà un adolescente in calore, mentre la bella prigioniera Odette è in cerca più di un buon matrimonio che di una favola di liberazione. Il tutto raccontato anche attraverso un uso iperespressivo della gestica mimica prevista nei balletti del repertorio romantico: può capitare anche che i cignetti siano aitanti e aggressivi, mentre il principe si riveli, alla fine, un vanesio perdente.

Uno dei lavori più riusciti e giustamente noti, però, è Go for Barocco, coreografia di Peter Anastos, su musica di J. S. Bach, parodia nobile di un balletto fondativo della cultura coreica americana, quale è Concerto Barocco di George Balanchine. Qui la parodia non è meno feroce e iperbolica anche se avviene sulle linee astratte e iperclassiche di un modello coreografico e musicale di estremo e disciplinato rigore formale. Ma questa è la forza dei Trocks’, ricondurre a una vertigine comica anche il balletto più astratto e mentale. Così le nuove posizioni, le catene complicate, le contaminazioni jazz che Balanchine assemblò in una partitura coreografica esemplare e consegnata alla storia di quest’arte, sono qui riprese e come rovesciate, amplificate, e anche spodestate nella loro riconoscibilità estetica.

Anche in Raymonda’s Wedding, ispirato al capolavoro in tre atti di Marius Petipa con le musiche di Alexander Glazunov, e declinato come un tradizionale e ingarbugliato divertissement in due scene, vanno in scena, in fondo, sempre e ‘soltanto’ extravaganti variazioni della tradizione. Troviamo qui invitati invadenti, una torta che non si consuma, alcuni eccessi nelle difficoltà tecniche nel gioco degli attacchi musicali, che nel balletto devono essere matematici. E poi, coppie improbabili e instabili, un primo danseur distratto, una straniante telefonata in quinta, insomma una parodia che non combina soltanto l’alto con il basso, ma anche il virtuosismo più esigente con le preoccupazioni delle azioni più ordinarie. All’improvviso, un divertissement che sarebbe un pezzo di sola bravura diventa la fiera inaspettata di un’umanità intera.
Così come nel corso dello spettacolo, nella scaletta del programma, tra inattesi soli e improvvisi passi a due, altre sorprese potranno certamente non mancare.

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