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"La Resistenza era tolleranza, il settarismo è dei fascisti"  foto

Sono le espressioni del presidente dell’Anpi di Piacenza Mario Cravedi che segnano in maniera forte il 66esimo anniversario della Liberazione in piazza Cavalli. Cravedi, che ha parlato dal palco anche per le associazioni combattentistiche, ha avuto parole chiare e nette anche nei confronti dei contestatori - LE FOTO 

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"Indignamoci contro chi propone di abolire la norma transitoria della Costituzione che vieta la ricostituzione del partito Fascista, indignamoci contro chi vuole parificare per legge le bande dei fascisti che compirono le stragi anche nella nostra provincia con quelle dei partigiani". Sono le espressioni del presidente dell’Anpi di Piacenza Mario Cravedi che segnano in maniera forte il 66esimo anniversario della Liberazione celebrato in piazza Cavalli. Cravedi, che ha parlato dal palco anche in rappresentanza delle associazioni combattentistiche, ha avuto parole chiare e nette anche nei confronti dei contestatori "da sinistra" del 25 aprile: "E’ brutto contestare questo giorno con una visione errata della Resistenza, che non è stata tutta rossa. La lotta di liberazione è stata una lotta di popolo, la Resistenza è stata tolleranza, fratellanza, qualcuno l’ha definita poesia, la poesia degli uomini liberi. Mentre il settarismo è dei fascisti".

Improntati a stabilire un legame tra i 150 anni dell’Unità d’Italia e la Liberazione i discorsi del presidente della Provincia Massimo Trespidi e del sindaco di Piacenza Roberto Reggi, locutore ufficiale. Qualche timido tentativo di protesta da parte del gruppetto di giovani di Rifondazione Comunista in piazza, ma niente a che vedere con la selva di fischi dell’anno passato.

Mario Cravedi ha voluto esordire con un commosso ricordo di Vittorio Arrigoni, il volontario italiano ucciso in Palestina. "E’ stato un giovane resistente, perchè la Resistenza è un valore universale. Arrigoni è stato un esempio proprio come gli 800 giovani piacentini che caddero nella guerra di Liberazione. Oggi vogliamo essere vicini a tutti gli eroi della Resistenza, ai partigiani, al ricostituito esercito italiano, agli internati in Germania, a tutti quegli italiani che scelsero di restare prigionieri nei campi con dignità". Infine non è mancata nelle parole del presidente dell’Anpi una sferzata alle miserie politiche del nostro presente: "C’è un bellissimo articolo della nostra Carta che dice che quando vengono assunte cariche pubbliche occorre offrire esempi di moralità. Quando si scende in campo, lo si fa per difendere gli interessi di tutti e non di uno solo; non esistono leggi ad personam con valore collettivo, come qualche intelligenza locale ha sostenuto".

Trespidi: "Questo anniversario sia l’inizio di una nuova stagione di impegno civile"

"Siamo orgogliosi – ha affermato dal palco il presidente della Provincia Massimo Trespidi – di rendere omaggio a chi ha donato la vita per la libertà e riconoscere il sacrificio di tutti quelli che hanno combattuto: il primo pensiero va ai partigiani, ma come è stato ricordato con un recente convegno non possiamo dimenticare anche gli ultimi soldati del Re che si unirono alla lotta spinti dal senso del dovere. A chi ci sostiene che le giornate come oggi siano solo occasioni obsolete di retorica diciamo che oggi dobbiamo riappropriarci dei valori della Resistenza, alla base di una politica pluralista e per farne l’inizio di una nuova stagione di impegno civile e di riconciliazione nazionale. Una nuova stagione che non può che mettere al centro la persona umana". Assai più blande le proteste al presidente della Provincia rispetto all’anno passato, sotto al palco l’azione di un isolato contestatore disabile, mentre il gruppo della sinistra antagonista si è tenuto a debita distanza facendosi sentire solo con qualche slogan polemico, niente fischi.

IL TESTO DEL DISCORSO DI TRESPIDI

Signor Prefetto, signor Sindaco, autorità civili  e militari, associazioni
combattentistiche cittadini tutti,

siamo qui per ringraziare e onorare i nostri caduti per la libertà. Siamo anche qui per testimoniare  che il tempo non cancella la memoria del sacrificio dei defunti e  il dolore patito dagli uomini e dalle donne che hanno donato la vita per la libertà e la democrazia del nostro Paese.

Anche se a volte pensiamo che il silenzio, meglio di tante parole riesca ad esprimere più degnamente e intensamente la commemorazione che stiamo celebrando, non mancano i pensieri per commentare questo momento e tentare di riassumere i sentimenti che ci hanno portati oggi ad essere presenti in questa piazza.

Il 25 aprile del 1945 il Comitato nazionale di liberazione dell’Alta Italia proclamava l’insurrezione generale in tutto il Nord per incalzare i tedeschi in fuga e quel giorno ci fu la scossa decisiva ed è divenuto così il simbolo di una lotta lunga e difficile che ha portato il nostro Paese ad una stagione nuova.

La guerra di liberazione fu una lotta dura e generosa, combattuta con armi impari, contro un nemico spesso pieno di rancore. Ricordare i nostri partigiani, quelli di tutto il Paese, è il primo fondamentale pensiero di questo giorno. Ricordiamo inoltre che qualche settimana fa l’Associazione Nazionale Partigiani ha promosso un importante Convegno  per ricordare "i dimenticati " Gli ultimi soldati del Re d’Italia: quelli che dal 1944 al 1945, inquadrati nell’esercito regolare, hanno combattuto insieme con gli "Alleati" contro i tedeschi. Non con odio, ma spinti da senso del dovere, amore per la patria, desiderio di finire al più presto una guerra che lacerava i corpi e le coscienze.

La storia di questi uomini, negli annali dell’Italia ufficiale, occupa un ruolo minore e per questo l’iniziativa dell’Anpi ha avuto ancor maggior merito. Una vicenda spesso ignorata dalla storiografia "ufficiale" riguardante la "Liberazione" eppure nel biennio 1943-1945 l’esercito italiano diede un forte contributo alla Guerra di Liberazione, anche in termini di vite umane(87.000 vittime).

Nell’inferno della guerra,  le persone non sono mai quello che sembrano e solo dopo occorre con coraggio riaffermare a gran voce la verità perchè, come scrive Pablo Neruda, "non c’è silenzio che non abbia fine". E’ un atto di estremo coraggio, di fedeltà ai valori ,riaffermare la verità storica e riconoscere il sacrificio di quelli che si sono battuti per riconquistare la libertà contro la tirannide nazista e fascista.

A coloro che ritengono queste giornate di commemorazione obsolete occasioni di retorica, mi sento di affermare che mai come in questi tempi si debba sentire la stringente necessità di ritrovare, riscoprire e  riappropriarci dei valori che mossero i nostri eroi della liberazione.

Il 25 aprile segnò l’avvio della nostra ripresa civile e politica, di una politica profondamente vicina ai sentimenti e alle esigenze dei cittadini. Di una politica che subito appassionò tutti gli italiani chiamandoli a decidere tra la monarchia e la Repubblica e ad eleggere l’Assemblea Costituente che ci ha dato la nostra Carta fondamentale che nacque, pur nella diversità delle posizioni politiche,  nella condivisione delle regole di fondo della convivenza democratica. Lavoro, tolleranza, dialogo, autonomia, pluralismo, ricerca della cooperazione internazionale per impedire ogni guerra, rifiuto della discriminazione, uguaglianza, libertà come condizione per la solidarietà: sono questi i riferimenti primari assoluti della nostra fede repubblicana e democratica. Festeggiare oggi il 25 aprile, nell’anno del 150esimo dell’unità d’Italia, rappresenta un’occasione di grande riconciliazione nazionale. Così come 66 anni fa alla liberazione dall’oppressione nazifascista seguì una stagione di grande impegno civile, allo stesso modo oggi questo momento deve rappresentare un’opportunità per tutti – istituzioni, politica e cittadini – di risveglio della coscienza civile italiana. Questa ricorrenza dice della necessità di ritrovare la nostra voglia di fare, di ridestare quell’entusiasmo che fu dei nostri padri e che seguì a un periodo buio della storia novecentesca. L’appello che oggi facciamo nostro è questo: che la festa della Liberazione sia l’occasione per ridestare l’io della persona, per un nuovo autentico umanesimo.

Qualche tempo fa, ho trovato una bellissima frase di un giovane, che scriveva: "Vorrei che l’Italia riprendesse coscienza di ciò che è stata nel suo passato anche recente per vivere il presente e avere finalmente la garanzia di un futuro migliore". Dare voce e sostanza a queste parole è la condizione del cambiamento e dello sviluppo oggi. Abbiamo di fronte sfide impegnative, che per essere affrontate richiedono un popolo di gente viva, libera, capace di volersi veramente bene, che vuole vivere all’altezza degli ideali a cui il cuore di ognuno spinge senza sosta. Persone che vogliono realizzare nella propria vita quelle esigenze di felicità, di giustizia e di verità che sentono vibrare dentro la propria umanità. Prendere sul serio questi desideri, lottare insieme, tutti uniti, per costruire opere che  siano l’esito del lavoro, della passione e dell’entusiasmo di tutti noi: questa è la decisione oggi più grande che insieme posiamo prendere perché il futuro è adesso e vogliamo costruirlo con audacia e coraggio.

Vogliamo che la grande festa di popolo di oggi possa essere l’occasione concreta per riaffermare questo desiderio di essere uomini veri. "Non conosciamo mai la nostra altezza finchè non siamo chiamati ad alzarci. E se siamo fedeli al nostro compito, arriva al cielo la nostra statura" ( E. Dickinson).

Tutti siamo chiamati a tessere la trama di una vita comune intensa, autentica e quotidiana: vivere con passione e coraggio questi ideali significa far vincere all’Italia le sfide che abbiamo di fronte per una nuova stagione di Liberazione.

Viva l’Italia. Viva Piacenza Primogenita. Viva Piacenza medaglia d’oro.

Reggi: "Resistenza, il nostro secondo Risorgimento. Oggi respingiamo l’attacco alla Costituzione"
IL TESTO DEL DISCORSO UFFICIALE

Autorità civili, militari e religiose
Rappresentanti delle Associazioni combattentistiche,
Cittadini

“Viva l’Italia” è la frase più pronunciata dai partigiani nell’ultimo anelito di vita. Scritta nelle lettere dei condannati a morte, sussurrata o gridata cadendo sotto i colpi del fuoco nemico, è – questa frase – la testimonianza del sacrificio, dell’amore per il proprio Paese, dello spirito di abnegazione con cui i tanti martiri della Resistenza hanno combattuto e lottato per la rinascita dell’Italia all’indomani dell’8 settembre, liberandola dalle oppressioni del regime nazifascista.

“Viva l’Italia” è anche l’espressione con sui solitamente si chiudono i discorsi solenni e con cui invece, quest’oggi, intendo commemorare il 66° anniversario della Liberazione, perché l’orgoglio nazionale e il senso di appartenenza che in questi mesi hanno ritrovato vigore, sventolando nei tanti tricolori ancora appesi alle finestre, è anche orgoglio partigiano e consapevolezza di aver dato vita a uno Stato cui la democrazia e la libertà non sono state regalate, bensì conquistate e difese dalle generazioni precedenti che a questi valori hanno creduto fino in fondo.

E’ nel clima della ricorrenza dei 150 anni dell’unità d’Italia che la celebrazione e la cerimonia di oggi assumono significati nuovi, ricordandoci l’impegno di tutti coloro che con il loro coraggio, facendosi interpreti di quegli stessi ideali che guidarono il faticoso processo di unificazione, hanno scritto una delle pagine più importanti della storia italiana, segnando il punto di svolta dalla parentesi di buio, repressione e orrore rappresentata dal fascismo.
Perché sono i partigiani gli eredi legittimi dei nostri padri risorgimentali, ed è anche alla lotta per la Liberazione che dobbiamo la riacquisizione della nostra dignità e della nostra coscienza di popolo. Gli eroi della Resistenza – mi piace chiamarli così – rinnovarono il sacrificio dei tanti giovani patrioti che nel cammino dell’unificazione nazionale diedero la loro vita per la patria, per un’Italia non più divisa, non più frammentata. Come sostiene Luigi Salvatorelli, uno dei più importanti storici di formazione liberale, la Resistenza è il punto di arrivo del grande processo storico nazionale: “Il Risorgimento – dice – aveva, dopo lunghi secoli, ridato agli italiani una dignità morale, facendo sentire a gente che pareva per sempre affondata in un torpido e scettico egoismo, la bellezza di un ideale per il quale si deve lottare e, quando occorra, morire; il grande moto della Resistenza ha ridato all’Italia, dopo il ripudio definitivo della dittatura, dignità, onore, vita”.

Una interpretazione quella del  “secondo Risorgimento” elaborata oltre che da Luigi Salvatorelli anche dallo studioso e storico inglese Denis Mack Smith, cui ha attinto anche l’ex Presidente della Repubblica Sandro Pertini, quando sottolinea il ruolo della gente comune nella lotta partigiana. “Rifiutare l’uso strumentale della memoria impone infatti – afferma Pertini – di raccontare il cammino della liberazione come fu davvero: storia di popolo e non di partito”. Perché la Resistenza fu fenomeno diffuso, c’è chi si impegnò in prima persona “salendo la montagna” e chi – come le donne partigiane – ebbe un ruolo decisivo nel coordinamento e nell’organizzazione, senza mai tirarsi indietro dalle prime linee. Fondamentale fu, poi, il sostegno generale della popolazione civile: molti, pur non essendo azionisti, offrirono un rifugio ai partigiani nelle proprie cantine o ripostigli, mettendo a repentaglio la loro stessa incolumità per salvare la vita altrui.

Rendiamo onore, quindi, a chi ci ha permesso di essere uomini liberi, a chi ha sacrificato il bene più alto, la vita, per l’ideale di un Paese veramente democratico e per una politica che non fosse oppressione ma dialogo, apertura e confronto. E’ “una memoria di sangue, di fuoco e di martirio”, come l’ha definita il poeta Salvatore Quasimodo, un ricordo – è bene aggiungere – che pesa e che rischia di svanire sotto i colpi di un revisionismo semplicistico e noncurante, a volte dozzinale e volgare.
E non è un caso che a volte sfugga la visione tragica di quegli anni e il partito dei “distratti” sembri aumentare, tant’è che di recente abbiamo assistito all’assurda richiesta di cancellazione del reato di apologia fascista impresso nella nostra Carta costituzionale. Quella stessa Costituzione che affonda le sue radici più profonde nei valori della Resistenza e con cui i padri costituenti – da Piero Calamandrei a Giorgio La Pira – intessendo in un testo i principi che hanno ispirato la lotta di liberazione, hanno fatto a noi tutti e alle generazioni future un inestimabile dono. Gli stessi Comitati di Liberazione furono laboratori per la nascita di quella democrazia rappresentativa sancita dalla scelta repubblicana nel referendum del giugno del 1946.

Oggi, le istituzioni sono chiamate con senso di responsabilità a contrastare l’oblio. Dobbiamo fare uno sforzo, ricordare, mai dimenticare e allora non possiamo non citare i 5 mila militari morti a Cefalonia, i primi veri resistenti; le vite spezzate negli eccidi di Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema e delle fosse Ardeatine, perché è doveroso avere memoria dei luoghi dove si è costruita la nostra storia: è il primo passo per edificare un presente e un futuro consapevoli, al riparo da errori già commessi.
Resistenza significa oggi ergere muri di fronte a ogni forma di mortificazione e appiattimento della dignità e della libertà umana; rifiutare l’ideologia del male per scegliere quella del bene; trasmettere ai giovani il senso più profondo dell’esperienza resistenziale nell’attuale contesto politico-sociale, perché come ha scritto il filosofo e giurista Norberto Bobbio “la Resistenza continua ad alimentare speranze, a suscitare ansie ed energie di rinnovamento”.

Piacenza, Medaglia d’oro al Valore Militare, ricorda oggi i suoi caduti per la libertà: partigiani, uomini e donne, giovani e vecchi, operai, intellettuali e contadini legati ai sentimenti dell’uguaglianza, della democrazia e della giustizia sociale, protagonisti di battaglie efferate e drammatiche, impresse nella storia, nelle lapidi, nei monumenti ad essi dedicati, come monito per non dimenticare il tributo di sangue e libertà versato dalla nostra città. Il 28 aprile 1945, tre giorni dopo la liberazione di Milano, anche qui  le forze partigiane facevano il loro ingresso in città, arrivando in piazza Cavalli accolti da una popolazione entusiasta per la ritrovata libertà, ma non dimentica dei 778 caduti piacentini per la conquista della democrazia.

Oggi come allora, è nel ricordo di quei terribili giorni che ritroviamo la nostra coscienza unitaria, la consapevolezza di un cammino comune che cementa il nostro essere popolo. In questi anni in cui gli italiani paradossalmente stanno diventando sempre più i nemici di se stessi, resistere allo strisciante svilimento delle istituzioni, all’attacco alla nostra Costituzione, al tentativo di declinare al plurale l’Italia che è una e indivisibile è il miglior modo per onorare il 25 aprile, festa di tutti.
Come ha affermato il giornalista e scrittore Arrigo Levi, il 25 aprile “si festeggia una fine, ma anche un principio. La fine di un incubo e l’aprirsi degli animi a una nuova speranza. Il panorama delle città in rovina, le sconvolgenti immagini di campi di sterminio dove si aggiravano gli scheletri dei pochi sopravvissuti, erano divenute di colpo, in quella giornata di primavera del 25 aprile, il passato. Il nostro passato”.

Viva la Resistenza, viva la Libertà, Viva L’Italia.

IL PROGRAMMA DELLA GIORNATA

Grandi iniziative in programma, quest’anno, per ricordare la ricorrenza della Liberazione. A Piacenza il programma prevede dalle ore 10.30-12.30 la cerimonia ufficiale con corteo da piazzale Genova alle 10.30, i discorsi in piazzetta Mercanti e cerimonia religiosa nella basilica di San Francesco. Sempre in mattinata si intoneranno canti partigiani con la chitarra. In piazza Cavalli, a partire dalle ore 17.30, racconti partigiani e videoproiezioni su maxischermo di videointerviste e cortometraggi realizzati a cura dell’Anpi Comitato Giovani – spazio ludico per bambini con giochi dal mondo – spazi informativi delle associazioni, dalle ore 19  – aperitivo popolare.
 
Dalle 21 grande concerto dell’Orchestra di via Padova, musiche e suoni di tutto il mondo per l’incontro tra i popoli e la condivisione culturale. Via Padova è quel luogo dove tutto succede e tutto si dimentica in fretta… per sopravvivenza. Tutti passano con la loro storia, i loro ritmi, i loro colori; ma senza fermarsi.

L’Orchestra di via Padova è composta da musicisti professionisti italiani e stranieri che, per i motivi più diversi, e con il proprio bagaglio culturale, vivono la zona compresa tra via Padova e viale Monza e nasce con la voglia di lasciare un segno diverso, positivo e propositivo,  in questo luogo, al di là di facili stereotipi. Un segno che rappresenta anche una forma di cittadinanza per chi, per esprimersi e vivere, è costretto a vagare in continuazione.

La band, nata nell’ottobre 2006 per favorire lo scambio tra le diverse culture presenti in uno dei quartieri con la più alta percentuale di stranieri della città di Milano, si compone di 15 musicisti di 9 nazionalità diverse. Nel tempo è diventata un laboratorio permanente di produzione musicale di qualità, unica e universale, perché frutto del confronto tra sensibilità artistiche diverse. Estonia, Perù, Cile, Ucraina, Burkina Faso, Marocco, Serbia, Italia, Cuba: questi i paesi di provenienza dei musicisti. Ognuno di loro ha portato con sé un po’ della propria tradizione musicale. Ed ognuno si è poi prestato alla sperimentazione e al confronto, realizzando un mélange sonoro inedito e travolgente. Nella musica dell’Orchestra di Via Padova si esprime un mix di culture e tradizioni musicali di ogni parte del mondo e di ogni epoca. Ci sono le percussioni africane e latinoamericane e gli archi della tradizione mitteleuropea. Il funky, il jazz e il blues di stampo afroamericano convivono con i travolgenti ritmi gitani e con le ballate dell’Europa dell’Est.

 

musicisti
• Massimo Latronico – direzione, chitarre, laud, bouzuki – Italia
• Stefano Corradi – clarinetto, cl. basso, sax soprano, sax tenore – Italia
• Helen Saarniit – sax contralto, cornamusa – Estonia
• Raffaele Kolher – tromba, flicorno – Italia
• Humberto Amesquita – trombone – Perù
• Oscar Yanez – basso tuba – Cile
• Tatiana Zazuliak – voce – Ucraina
• Kostantino Vornichu – fisarmonica – Ucraina
• Aziz Riachi – voce, oud, percussioni, violino – Marocco
• Abdullay Traorè Kadar – voce, balafòn ed arpa africana – Burkina Faso
• Yamil Castillo Otero – percussioni – Cuba
• Andrea Milgliarini – batteria – Italia
• Kristina Mircovic – violino – Serbia
• Marta Pistocchi – violino – Italia
• Andon Manushi – viola – Albania
• Walter Parisi – violoncello – Italia
• Marco Roverato – basso elettrico, contrabbasso – Italia
• 
A Piacenza…..25 Aprile 2011, Piazza Cavalli, dalle ore 21
In caso di pioggia, il concerto si terrà presso il salone della Cavallerizza (Stradone Farnese, Piacenza)

 

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