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Le Rubriche di PiacenzaSera - Le Recensioni CJ

Fleet Foxes e Okkervil River, le recensioni di PiacenzaSera.it

Fleet Foxes e Okkervil River sono – insieme agli attesissimi Bon Iver - tra le bands piu’ interessanti del variegato panorama folk-rock americano, ed escono quasi in contemporanea con un nuovo album.

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FLEET FOXES
Helplessness Blues (2011)
OKKERVIL RIVER
I An Very Far (2011)
 
Dopo la piacevole ospitata di Big, che ringraziamo per la sua bellissima recensione dell’ultimo lavoro di Vinicio Capossela, torna il vostro recensore con un uno-due da knock out.
Fleet Foxes e Okkervil River sono infatti – insieme agli attesissimi Bon Iver – tra le bands piu’ interessanti del variegato panorama folk-rock americano, ed escono quasi in contemporanea con un nuovo album.
 
I primi vengono da Seattle, incidono per Sub Pop/Bella Union e provano a bissare lo straordinario successo di pubblico e di critica ottenuto con il loro disco omonimo di debutto del 2008 (c’è chi giurò che sarebbero diventati “il grande classico dell’Americana del nuovo decennio”).
Questo “Helplessness Blues” (il blues della vulnerabilità) ripropone un folk barocco e allo stesso tempo leggero, morbido e flautato, fatto di cori e melodie ariose; solidamente ispirato al mondo hippy degli anni ’70 (Crosby, Stills & Nash, Byrds, Beach Boys, Tim Buckley) e con sfumature di prog inglese da battaglia (Roy Harper, Fairport Convention).  
Tra le perle del disco, la title-track, quasi gospel, l’arrangiatissima The Shrine / An Argument, Blue Spotted Tail e The Plains/Bitter Dancer.
 
Sempre bravi anche i secondi, da Austin Texas, assai piu’ esperti e navigati – questo I Am Very Far è il loro sesto lavoro sulla lunga distanza – ma anch’essi alla ricerca di suoni magici e fuori dal tempo, lontani dalle mode e dalle esigenze del mercato discografico.
L’incedere marziale di The Valley/Rider (meglio la seconda) e il soul languido della brutta Piratess introducono un’opera contraddittoria, disorientante e coraggiosa, anche se a volte sovraccarica: davvero quello che non ti aspettavi da un gruppo che ci aveva abituato a un sound minimalista, asciutto e scarno.
Lay Of The Survivor ci riporta in territori conosciuti, ma è solo un trucco, e le successive White Shadow Waltz e We Need A Mith sono cavalcate che esplodono solo nel finale. Per fortuna c’è Mermaid, la classica ballata in stile Sheff. L’album si chiude con la straordinaria Wake And Be Fine, psichedelica anni ’70, e l’ostica e altalenante The Rise.
E’ un ascolto difficile, probabilmente influenzato dalla musica degli Arcade Fire.
Merita tempo per essere capito.
E noi il tempo lo abbiamo.
 
Giovanni Battista Menzani
www.cjmoleskine.blogspot.com
 

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