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Le interviste di TonyFace: Paolo Apollo Negri foto

Paolo “Apollo” Negri è tra i tastieristi di Hammond più apprezzati e importanti attualmente in circolazione. E non parliamo di Italia ma del mondo intero. Un giudizio unanimente condiviso da chi ne segue le gesta dagli esordi a metà degli anni 90, quando calcò il palco delle prime edizioni di “Tendenze” con i Nice Price.

Paolo “Apollo” Negri è tra i tastieristi di Hammond più apprezzati e importanti attualmente in circolazione. E non parliamo di Italia ma del mondo intero. Un giudizio unanimente condiviso da chi ne segue le gesta dagli esordi a metà degli anni 90, quando calcò il palco delle prime edizioni di “Tendenze” con i Nice Price. Da lì una lunghissima serie di altre esperienze, dal Link Quartet ai Wicked Minds. attraverso decine di collaborazioni, tre album solisti, l’ultimo dei quali, “Cobol”, in uscita in questi giorni e una monumentale produzione discografica. 
Ne parliamo direttamente con lui.
 
Abitualmente si scelgono chitarra o batteria quando si inizia a suonare.Cosa ti ha fatto propendere per l’organo Hammond (nemmeno una più generica “tastiera”)
strumento che ha una sua specificità e un carattere bene definito.
 
Da bambino suonavo la tromba, poi mio padre ha avuto la bella idea di farmi sentire alcuni dei suoi LP… quando ho sentito i dischi di Brian Auger ho capito che cosa volevo fare da grande! 
Ho imparato a suonare su quei dischi perché mi piacevano ed è stato naturale innamorarsi del suono dell’Hammond… non ho mai preso in considerazione altri strumenti!
 
Di professione hai a che fare esclusivamente con la musica, sia come musicista che come fonico. Quanto è difficile farlo in Italia ?
 
Credo sia difficile farlo in Italia come all’estero. Ho la fortuna di collaborare spesso con musicisti e produttori stranieri e ho alcuni amici sparsi per il mondo che fanno le stesse cose che faccio io e hanno le stesse difficoltà e gli stessi problemi. Ogni paese ha le sue caratteristiche e particolarità ma sotto sotto non credo ci siano grandissime differenze. Oggi la musica è una realtà totalmente internazionale. Le etichette indipendenti controllano una grande fetta di mercato e si è creata una rete di collaborazione e sviluppo tra musicisti, produttori, arrangiatori, etichette e studi di registrazione che supera i confini delle singole nazioni. Questo è sicuramente uno degli aspetti più stimolanti di questo lavoro ed è anche per questo che credo che oggi il luogo in cui si produce musica abbia meno importanza rispetto al passato. 
 
 
La tua attività artistica non è solo nel Link Quartet e Wicked Minds ma abitualmente collabori con decine di altri progetti più o meno estemporanei.
Cosa ci riservano però i due gruppi “madre” nell’immediato futuro ?
 
Gli ultimi due anni con il Link Quartet sono stati davvero intensi ed emozionanti! Abbiamo pubblicato un disco a marzo e abbiamo continuato a fare date per tutto l’anno. Adesso ci siamo presi un paio di mesi di pausa e abbiamo iniziato a sviluppare le prime idee per il disco nuovo. Sarà qualcosa di diverso dal precedente, con molti ospiti internazionali ad allargare il nostro sound. Poi da novembre riprenderemo l’attività live. Come Wicked Minds abbiamo pubblicato un disco a giugno (un tributo al prog italiano con molti ospiti delle formazioni originali, è uscito quest’anno dopo più di tre anni di lavoro!) e abbiamo in programma diverse date per promuoverlo nei prossimi mesi.
 

Suonare in pianta stabile con vari gruppi non ti ha impedito un’attività solista.Quanto è importante esprimersi al 100%, senza compromessi o mediazioni con altre componenti artistiche?

 
Lavorare con i gruppi è molto divertente e per certi versi facile. Si collabora e si trova sempre una soluzione. Ovviamente ogni gruppo ha il suo sound e questo rappresenta sia un punto di forza che un limite. Un progetto solista è una dimensione completamente diversa, è come il pittore davanti alla tela bianca! È estremamente stimolante perché è una specie di sfida, per vedere fin dove si può arrivare, ma allo stesso tempo fa anche un po’ paura. Da questo punto di vista ho la grande fortuna di lavorare per un’etichetta (la Hammondbeat Records) che non mi ha mai posto dei paletti e che mi ha sempre supportato nelle mie scelte. Mi sono così trovato nella situazione di potermi mettere alla prova senza nessun condizionamento e penso che “Cobol” sia un bell’esempio di libertà espressiva. Ci ho lavorato un anno ma sono molto soddisfatto del risultato!
 
Ci dici due parole sul tuo nuovo album “Cobol” ?
 
Come dicevo, “Cobol” è un disco diverso dal solito, un disco dove, per la prima volta, ho cercato di maneggiare materiali musicali ai quali non mi ero mai avvicinato prima. Registrarlo è stata una scoperta anche per me ed è stata sicuramente una delle esperienze più stimolanti che mi siano mai capitate! È un disco complesso dove si fondono diversi mondi musicali. La radice è il funk elettrico mischiato con il jazz e la fusion degli anni settanta e contaminato con l’elettronica degli anni ottanta. Ho cercato di proseguire sulla strada aperta dal mio disco precedente “The great anything”, dando più spazio a quelle idee che in embrione erano già presenti. C’è molta più sperimentazione su questo album ma al tempo stesso è anche più accattivante! Questo risultato lo devo in gran parte all’ottimo lavoro fatto dai musicisti che mi hanno aiutato: Buck McKinney e Brad Bradburn (Flyjack), Lucio Calegari (Wicked Minds), Mario Percudani (Hungryheart), Edoardo Giovanelli (Electric Swan) e Craig Kristensen (Leslie Overdrive), tutti musicisti assolutamente eccezionali con una padronanza dello strumento e una carica espressiva davvero impressionante! E ovviamente le cantanti, Gizelle Smith, Sarah Kennedy (Modus) e Teresa Reeves-Gilmer, tre voci completamente diverse tra loro ma tutte a loro modo straordinarie. Tutti questi musicisti (e amici!) hanno aggiunto tantissimo al disco e senza di loro l’intero progetto non avrebbe visto la luce!
 
Quali sono i tastieristi (o anche altri strumentisti)  che più ti hanno influenzato sia in ambito artistico che più strettamente tecnico ?
 
Brian Auger è sempre stato per me un punto di riferimento, non perché cercassi di imitarne lo stile ma perché mi ha insegnato che l’organo Hammond è uno strumento diverso dagli altri e va suonato e fatto urlare in un certo modo! Poi Herbie Hancock, specialmente quello elettrico (ed elettronico!) degli anni settanta e ottanta e Billy Preston, che ha fatto album semplicemente strepitosi e che è capace di farmi ballare e di farmi piangere praticamente nello stesso momento! 
 

Hai suonato in tutta Italia, Europa e in USA. Siamo noi italiani, secondo te, a livello strutturale (parlo di locali, organizzazione, addetti ai lavori) e di ricezione da parte del pubblico alla pari o abbiamo ancora della strada da fare ? E se c’è ancora della strada ce la faremo mai o è una partita persa ?

Ho scritto e cancellato la risposta a questa domanda almeno dieci volte… ci sono troppe cose da dire e troppi aspetti da considerare, ci vorrebbe un libro per affrontare il tema! Senza andare troppo in profondità credo che per alcune cose l’Italia sia al passo con gli altri paesi (ci sono ottimi studi di registrazione, bravi musicisti,  etichette discografiche che lavorano bene e diversi bei posti dove suonare!) mentre per altre abbia ancora tantissima strada da fare! Credo che non sia una partita persa ma di sicuro sarà durissima uscire dai nostri preconcetti e dalla nostra pigrizia… 
 
Nella vastità della tua produzione discografica quali sono i lavori a cui sei più affezionato ?
 
Il primo disco del Link Quartet per Hammondbeat (“Beat it” del 2002) perché ha sancito l’inizio di una collaborazione con questa etichetta americana che dura ormai da quasi dieci anni e senza la quale molte delle cose che ho fatto non sarebbero state possibili. “Witchflower” (del 2005 per Black Widow Records) perché ha rappresentato il culmine di un periodo estremamente intenso e produttivo. Il disco fatto con Fred Leslie’s Missing Link (“Fat lip” del 2008 per Hammondbeat) perché mi ha messo in contatto con musicisti incredibili con i quali ho potuto poi collaborare nel corso di questi ultimi anni. L’album di Flyjack (“On the one” del 2009 per Hammondbeat) perché la collaborazione è iniziata in modo meraviglioso durante l’SxSW ad Austin ed è proseguita poi a distanza e mi ha permesso di fare un album con Jab’O Starks, batterista storico di James Brown. E ovviamente i miei tre dischi solisti che hanno rappresentato, ognuno in modo diverso, tappe importanti per la mia vita musicale e non solo.
 
I classici dieci dischi da portare sull’isola deserta
 
 … che è sempre la domanda più difficile!
1: Billy Preston – Encouraging words
2: Herbie Hancock – Man-child
3: Tower Of Power – East bay grease
4: Betty Davis – Betty Davis
5: Brian Auger – Oblivion express
6: Meters – Rejuvenation
7: Tom Scott – L.A. express
8: Buddy Miles – We got to live together
9: Funkadelic – Standing on the verge of getting it on
10: Billy Cobham – Spectrum
 
Antonio TonyFace Bacciocchi

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