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Ospedale San Raffaele, “un affare per Ior e Malacalza”

“Il San Raffaele diventa un affare per Ior e Malacalza”. Secondo "Repubblica" di questa mattina a trarre maggior profitto dal fallimento dell’ospedale San Raffaele di Milano sarebbe l’imprenditore di origine bobbiese Vittorio Malacalza e lo Ior, il braccio finanziario del Vaticano guidato dal piacentino Ettore Gotti Tedeschi, che si sono uniti nella nuova società Newco.

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“Il San Raffaele diventa un affare per Ior e Malacalza”. Secondo quanto riporta “Repubblica” a trarre maggior profitto dal fallimento dell’ospedale San Raffaele di Milano sarebbe l’imprenditore di origine bobbiese Vittorio Malacalza e lo Ior, il braccio finanziario del Vaticano guidato dal piacentino Ettore Gotti Tedeschi, che si sono uniti nella nuova società Newco.

Lo scorso luglio le due società avevano messo sul piatto 250 milioni per rilevare le attività cliniche dell’ospedale San Raffaele, coinvolto da un crac da 1.5 miliardi di euro. A comunicarlo era stata la stessa casa di cura fondata da Don Luigi Verze’ al termine della riunione del consiglio di amministrazione.

“E’ scritto su due colonne a pagina 18 del documento presentato dalla Vitale & Associati, chi farà l’affare con il San Raffaele – scrive Walter Galbiati di Repubblica – In quel foglio del documento presentato nei giorni scorsi al consiglio d’amministrazione della Fondazione presieduta ancora da Don Verzè, ma presidiato dagli uomini del Vaticano e dall’ingegnere Vittorio Malacalza, è tracciata la ripartizione dell’attivo e del passivo del San Raffaele”.

E secondo il quotidiano a trarre i maggiori benefici dalla ripartizione sarebbe proprio la Newco: “La nuova società, chiamata più elegantemente Newco, […] si vedrà attribuire un attivo di circa 500 milioni di euro e un passivo di pari importo. Ma nel suo stato passivo compaiono solo 11,3 milioni di euro di debiti verso i fornitori e i migliori debiti verso il sistema bancario. Se è vero infatti che si tratta della fetta più rilevante di quanto vantano gli istituti di credito, è pur vero che quei 165,8 milioni di euro relativi al finanziamento Bei sono garantiti da ipoteche di primo grado su una serie di immobili”.

“Dall’altra parte, invece, la Fondazione post-ristrutturazione si accollerà oltre 150 milioni di euro di debiti verso i fornitori, la vera e spinosa eredità lasciata da Don Verzé, ai quali va sommato il denaro bancario più difficile da sanare, costituito da semplici scoperti di conto corrente per 26,6 milioni di euro”.

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