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Vaciago: "Piacenza poco attrattiva, si riavvicini ai suoi universitari" 

La crisi e Il momento di grande turbamento delle borse mondiali e dell’Europa. Le difficoltà dell’Italia e la situazione di Piacenza.grande Ne abbiamo parlato con Giacomo Vaciago, ex sindaco di Piacenza e professore di Economia Politica all’università cattolica di Milano.

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La crisi e Il momento di grande turbamento delle borse mondiali e dell’Europa. Le difficoltà dell’Italia e la situazione di Piacenza. Ne abbiamo parlato con Giacomo Vaciago, ex sindaco di Piacenza e professore di Economia Politica all’università cattolica di Milano.

La Grecia sembra essere sull’orlo della bancarotta. Quali conseguenze ci potrebbero essere per l’Italia ?
Il Default greco è ormai ovvio a tutti, basta vedere a quanto sono quotati i suoi titoli sul mercato. Ma per quello che ci riguarda, gli investitori italiani non hanno investito massicciamente in titoli come fu il caso invece dell’Argentina. Il debito greco è nelle mani soprattutto di banche francesi e tedesche. L’Italia rischia perché il suo rapporto deficit/Pil è ritornato al 120%.  A Maastricht si era parlato di un rapporto al 60 %, ma nel corso degli anni il paese era riuscito a diminuire il suo debito pubblico grazie alla riduzione dei tassi di interesse ed “i criteri di Maastricht” sono stati interpretati in modo più flessibile. Oggi, le cose sono  cambiate. Recentemente le istituzioni europee si sono messe d’accordo per un ritorno al tetto del 60 % per cui ci sono solo due possibili alternative, o si ritorna a crescere o bisogna abbassare il debito.

Si parla anche di crisi bancarie. E Credit Agricole, che ha in mano la Cassa di Risparmio, è tra le più esposte.
Certamente. Ma bisogna anche tenere in considerazione, che la Banca Centrale Europea ha acquistato con costanza i titoli greci. Se salta la Grecia, anche la BCE ne pagherà il prezzo ed andrà in parte ricapitalizzata. Ma si tratta comunque di un paese piccolo, di cui le
conseguenze non dovrebbero essere catastrofiche. E’ ovvio che però, dopo il caso greco, la speculazione aumenterà e si sposterà verso i “pesci più grandi” e ben più ricchi.

Cosa ne pensa della politiche che sta adottando la Grecia ?
A mio avviso, non si dovrebbero “punire i popoli” come si sta facendo ora. La politica del “lacrime e sangue” non è giusta, perché porta i
creditori a sorridere ed a farne pagare il prezzo alla gente comune. La strada per uscire dal problema, non è solo l’austerity, ma il ritorno alla crescita economica.

Ma è possibile per la Grecia crescere nell’ambito dell’Euro ?
Bisogna pensare all’idea che i paesi si possano specializzare in un ambito ben specifico, all’interno dell’Europa. La Grecia dovrebbe diventare come la Florida negli Stati Uniti e pensare di attrarre gli abitanti del Nord Europa nel paese per il turismo e le risorse connesse che sa offrire. Le virtù specifiche di un paese devono essere il modo per uscire dalla crisi, non si può pensare che ad esempio la Sicilia si sviluppi esattamente come la Lombardia.

Ha senso, secondo lei, parlare ancora di Europa nel mondo di oggi ?
E’ evidente che il progetto europeo è in crisi. Lo abbiamo visto nel caso libico, purtroppo l’Ue non funziona. Bisognerebbe far si che si
arrivasse ad un esercito europeo ed ad una politica estera comune ed ad una maggiore integrazione anche economica. E’ evidente però che senza il supporto degli Stati Uniti, che sembrano molto più interessati all’Asia, anche il progetto dell’Ue non ha molte possibilità.

Qual è la sua ricetta per far ritornare l’Italia a crescere ?
L’Italia cresce dovunque meno che in Italia. Una delle nostre migliori aziende, come la Brevini di Reggio Emilia, ha solamente il 24 % dei suoi impiegati qui da noi e si sviluppa soprattutto all’estero. Il meglio di questo paese si sviluppa fuori dai suoi confini. L’Italia deve perciò tornare ad essere un paese attraente per gli investimenti esteri, come è stato ben fatto a Piacenza con l’Ikea. Serve poi una buona amministrazione pubblica, una maggiore legalità e che si paghino le tasse. I difetti di questo paese tengono lontani i migliori dall’Italia, come capita con le scuole, dove le nostre eccellenze se ne vanno e non arriva nessuno a sostituirli.

Ci sono quindi anche degli esempi  di buona amministrazione ?
La politica parmense ha lavorato molto bene ottenendo l’autorità europea per la sicurezza alimentare. Trentino Sviluppo è poi riuscita
a far arrivare importanti investimenti, come quello di Microsoft o della Rolls Royce in una provincia di piccole dimensioni come quella di
Trento.

Piacenza, invece, cosa dovrebbe fare ?
La sensazione è che gli enti pubblici, il comune, la regione non abbiano ancora capito la strada da seguire. La logica è sempre quella
dell’attrattività. La città, così come la provincia deve pensare all’idea di creare le condizioni perché arrivino nuove imprese e di saper essere interessante per chi viene da fuori. Ci sono state delle buone idee, ma ci vorrebbero cento iniziative come quelle di Muti ai Teatini. E’ evidente poi che la nostra provincia ha dei vantaggi dal punto di vista strategico ma in passato è stato perso il treno del polo logistico. Piacenza è al cuore della pianura padana e deve sfruttare la sua posizione geografica.

Per quello che riguarda i giovani ?
La città è diventata “universitaria” a sua insaputa. La Cattolica ed il politecnico sono arrivate ma  sappiamo ben poco di questi ragazzi e
delle loro iniziative. La vita dei giovani universitari si deve riavvicinare a quella della città ed entrarne a farne parte in modo sempre più incisivo. Si pensino a dei modelli di sviluppo come quello della Silicon Valley, dove lo “stare insieme” dei giovani più brillanti ha portato al miracolo economico della new economy.

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