Crisi all’italiana. Dall’Acuto a PcSera

Siamo stanchi. Sì, siamo. Perchè questo articolo lo stiamo scrivendo in due; siamo due ragazzi di diciassette anni e siamo veramente stufi di sentirci dire che questa crisi è colpa nostra

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Prosegue con questo articolo la collaborazione tra L’Acuto online (http://acuto.wordpress.com) e PiacenzaSera.it. L’Acuto è il giornale del liceo Gioia di Piacenza che da qualche tempo ha un’appendice telematica, un po’ blog e un po’ giornale. Noi abbiamo deciso di aprirgli uno spazio… leggere per credere l’articolo qui sotto.  

Crisi all’italiana di Marcello Sbordi e Riccardo Bassi

Siamo stanchi. Sì, siamo. Perchè questo articolo lo stiamo scrivendo in due; siamo due ragazzi di diciassette anni e siamo veramente stufi di sentirci dire che questa crisi è colpa nostra. Accendete la televisione, a qualsiasi ora, e troverete sicuramente su un canale qualsiasi politici impomatati o economi ghignanti, sprofondati in poltrone ormai polverose, pronti a rimproverare noi giovani, ad accusarci, ad additarci come maggiori colpevoli di questa crisi. Basta, smettetela!

Non è vero! Qualche anno fa, quando la crisi è iniziata (perchè è iniziata qualche anno fa, nonostante quello che ci hanno propinato per evidentemente troppo tempo), noi avevamo undici anni, giocavamo con i Pokemon, ci scambiavamo le figurine e come unità di misura monetaria avevamo i dieci centesimi con cui ci pagavamo le Goleador. Come potevamo noi salvare il mondo dall’imminente baratro in cui stava sprofondando? Rigiriamo la faccenda per una volta, facciamo qualcosa che di solito noi giovani non facciamo mai: puntiamo noi, una volta tanto, il dito contro qualcuno.

Lasciatevi per pochi minuti accusare senza pudore da noi colpevoli, giovani “untori” di questi anni Zero. Dunque su chi scarichiamo, anche se per poco, questo barile della discordia? Facile: accusiamo quella generazione nata nel primo dopoguerra, la generazione alla quale appartengono i più giovani dei nostri nonni e i più anzianotti dei nostri genitori, la classe dirigente degli anni del boom economico, la generazione che ballava Raffaella Carrà e se ne fregava. Sì, se ne fregava; spendevano e spandevano, loro, senza pensare che magari, in futuro, le cose sarebbero potute andare peggio, senza avere nell’inconscio quel fondamentale principio secondo il quale ad ogni azione corrisponde una reazione.

Dopotutto erano ricchi e giovani: un po’ li capiamo, soprattutto li invidiamo. Che bisogno c’era di domandarsi se fosse conveniente acquistare una casa con quattro stanze inutili, chilometri di portici inutilizzabili e infinite rampe di inconcludenti scale? Che senso avrebbe avuto chiedersi se nel giro di qualche decennio si sarebbe stati in grado di coprire tutte le spese di manutenzione di questi infruttuosi optional? Perchè comprare un’ auto economica quando la si può avere bella e veloce?

L’importante era avere il prodotto migliore possibile, più alla moda, senza badare alle conseguenze che l’acquisto di esso avrebbe portato. Fino a qualche mese fa questa linea di pensiero andava bene; i nostri ormai ex giovincelli si erano persino eletti un presidente perfettamente in linea con loro:, specializzato nell’agire senza riflettere sui probabili e, visto l’esito, inevitabili effetti di anni di oggettivo governo scadente.

Ora che la musica è cambiata, con l’avvento di SuperMario Monti, uomo obbligato per deformazione professionale a ragionare sulle sue mosse, costoro si trovano leggermente spiazzati, e quindi criticano il prossimo, per autodifesa. In questi giorni ne abbiamo un chiaro esempio: con il suo secco “no” alla candidatura di Roma come città ospite delle Olimpiadi del 2020 il Presidente del Consiglio ci ha dato prova della sua già citata capacità di ragionare e prevedere le conseguenze delle sue azioni: ospitare un’ Olimpiade comporta costi, costi molto elevati, che la nostra nazione in questo momento non può permettersi. Subito si è alzato il coro di protesta dei mercanti nel tempio, che avevano già pronte t-shirt e gadget.

È curioso notare come a protestare maggiormente, ad alzare di più la voce, non siano stati i giovani, quelli a cui le Olimpiadi avrebbero potuto portare opportunità di lavoro, occasioni per mettere in mostra se stessi e le proprie capacità; no, sono stati sempre loro, i superstiti del boom economico, che impomatati e ghignanti gridano allo scandalo sprofondati nelle polverose poltrone di qualche studio televisivo. E che impomatati e ghignanti, sprofondati nelle polverose poltrone di qualche studio televisivo, danno la colpa di tutto questo a noi.

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