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Il Boss a San Siro: 3 ore e mezza di musica senza soste

Sono le 20,30 quando il Boss accende la miccia con “We take care of our own”, l’orologio segna invece le 00,10 quando Bruce e la E-Street band staccano la spina, salutando le quasi 60.000 persone accorse a San Siro con la cover di “Twest And Shout”, nel mezzo 3 ore e 40 di musica senza soste.

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Sono le 20,30 quando il Boss accende la miccia con “We take care of our own”, l’orologio segna invece le 00,10 quando Bruce e la E-Street band staccano la spina, salutando le quasi 60.000 persone accorse a San Siro con la cover di “Twest And Shout”, nel mezzo 3 ore e 40 di musica senza soste.
La set list è fatta per far ballare la gente, per farla sudare e cantare, poco spazio per la parte più riflessiva del repertorio del rocker americano. Dopo l’attacco con 2 brani dell’ultimo apprezzabile album (la già citata We Take care.. e Wrecking Ball) lo spettacolo decolla con Badlands, energica e travolgente come sempre. Non c’è più “Big Man” al suo posto il nipotino Jake, che proprio su questo brano si presenta al pubblico col primo solo, non ha certo il carisma dello zio, ma i polmoni non gli mancano e strappa a San Siro la prima ovazione.
Si prosegue con un altro brano del nuovo disco (Deth To My Home Town) e si arriva a My City Of Ruins, introdotto in italiano (una canzone che parla di saluti e delle cose che rimangono con noi per sempre) e usato per presentare la band e per un primo ricordo di Clarence Clemons e Danny Federici. Dopo Spirit in the Night e E Street Shuffle, arriva Jack of all Trades (a mio parere il brano migliore dell’ultimo lavoro) dedicata a chi lotta tra mille difficoltà.
Da questo momento lo show decolla. Una infuocata versione di Candy’s Room trascina il pubblico che non smette di cantare e ballare con le successive, Darkness on the Edge of Town, con il rock and roll di Johnny 99, con Out in the Street, No Surrender, Working on the Highway la “black” Shackled and Drawn con Waiting on a Sunny Day e The Promised Land.
Si spengono i riflettori e Springsteen rimane solo sul palco, al pianoforte; parte “The Promise” e Bruce riesce ad emozionare tutti i presenti, emozione che prosegue con la struggente “the River”,  il momento più intenso dell’intero concerto.
Con un altra corsa senza fiato (The Rising, Radio Nowhere, We Are Alive, Land of Hope and Dreams) si arriva al primo intervallo.
Il concerto riparte con lo strano (per il Boss) mix di rock e rap di Rocky Ground. Born in the Usa scalda ancor di più un pubblico già in visibilio, pubblico che si lascia trascinare sulle note di Born To Run, di Cadillac Ranch, di Hungry Heart, di Bobby Jean, Dancing in the Dark.
Su 10Th Avenue Freeze Out si sarebbe probabilmente dovuto concludere lo show, con un lungo minuto di applausi per “Big Man” con le immagini del sassofonista che girano sui mega schermi del palco. Invece il boss regala ancora un’infocata Glory Days e la cover finale. Un concerto energico, con forti connotazioni “black” (la sezione fiati ha lavorato moltissimo in tutto il concerto) emozionate e trascinante. Springsteen sul palco ha pochi rivali, ce ne fosse stato bisogno questo spettacolo è un’ulteriore conferma.

Gigi Fiorentina 

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