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L’alta Val Nure

I monti che coronano la testata della Val Nure presentano evidenti testimonianze del modellamento glaciale loro impresso circa 100.000 anni fa, durante la glaciazione wurmiana

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I monti che coronano la testata della Val Nure presentano evidenti testimonianze del modellamento glaciale loro impresso circa 100.000 anni fa, durante la glaciazione wurmiana.
Oltre che dal clima estremamente rigido, questi fenomeni furono provocati anche dall’innalzamento della catena appenninica, che raggiunse quote sufficienti a permettere lo sviluppo di ghiacciai.
Due ampi circhi glaciali sono presenti sul versante nord del monte Ragola: da qui la massa di ghiaccio iniziava la sua discesa verso Prato Grande, vasto pianoro ora occupato da una torbiera, dove si divideva in due lingue.

La più orientale scendeva nella valle del torrente Lardana, dove incontrava un ghiacciaio minore proveniente dal monte Camulara, che ancora oggi porta la denominazione “l’Arco”; la corsa del ghiaccio si arrestava nei pressi dell’abitato odierno di Cassimoreno. La porzione occidentale scendeva al Pramollo, dove si divideva ulteriormente: una lingua calava al lago Bino, l’altra al lago Moo. Nella fase di maggiore espansione il ghiacciaio terminava la sua corsa poco sopra al borgo di Rocca di Ferriere.

Anche il versante settentrionale del gruppo montuoso costituito dai m. Nero, Bue e Groppo delle Ali alimentò, nella medesima epoca, un ghiacciaio, che si estendeva fino al Campo del Lago, a quota 1200 m., sotto la strada che congiunge Ferriere e Selva a Santo Stefano d’Aveto attraverso i passi dello Zovallo e del Tomarlo. A perenne ricordo di quei fenomeni, il circo glaciale che si trova proprio sotto il ripido versante nord del monte Nero, ancora oggi occupato dall’omonimo laghetto.

Nell’ultima fase glaciale, numerose specie botaniche tipiche dei climi freddi, alpini e prealpini, erano presenti anche sull’Appennino. Il successivo riscaldamento del clima portò alla drastica riduzione della diffusione di queste specie, definiti “relitti glaciali”, costringendo questi alberi a rifugiarsi nei pressi delle vette montuose, dove trovano ancora oggi le condizioni per sopravvivere.
Il monte Nero rappresenta l’unica stazione dell’Appennino settentrionale del pino mugo, nonché l’unico massiccio della nostra provincia in cui è possibile osservare l’abete bianco.

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