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Le Rubriche di PiacenzaSera - Tal dig in piasintein

T’al dig in piasintein con Nereo Trabacchi: tinello foto

Settima puntata della rubrica "T’al dig in piasinten": lo scrittore piacentino Nereo Trabacchi presenterà di volta in volta un detto, una parola pescate dal mitico dizionario "Piacentino - Italiano" di Lorenzo Foresti (edito nel 1855). Per fare cultura pop(olare) in senso buono. 

La mia idea di questa rubrica, non ha certo velleità di voler scoprire qualcosa di nuovo, o qualcosa che già non sia stato detto da altri prima di me, ma quella di far “ragionare”, chi ne è interessato, su come sia di uso comune per noi piacentini italianizzare alcuni termini dialettali e assorbirli nel linguaggio quotidiano di tutti i giorni. Soprattutto le nuove generazioni che sempre meno si interrogano sulle origini delle cose. 
 
Grazie per tutte le vostre mail di complimenti, segnalazioni e richieste. Grazie soprattutto a piacenzasera.it che ha accettato di ospitarmi tra le sue pagine.
La parola di oggi, come ogni preda che si rispetti, è davvero stata avversario ostico ai miei tentativi di spaccarla per guardare che cosa c’era dentro e capire come funzionava. E ancora adesso che scrivo, dopo aver fatto diverse ricerche, e rincorso quanti più anziani possibile all’interno delle osterie per sentire la loro, sono presenti velature che invito ad aiutarmi a scoprire. 
Chiaramente nelle osterie dove consultavo le mie fonti, ho sempre pagato il vino che offrivo per aprire le menti e non ho mai lasciato nessun “Tinello.”
A differenza delle parole sviscerate ad oggi, “tinello”, non è citato dal Foresti (vocabolario Piacentino – Italiano 1855, che usiamo per il nostro gioco), mentre monsignor Guido Tammi, nel suo vocabolario (Banca di Pc, 1988 stampato da TEP), riferisce come etimo: tinu(m) “tino”.
 
In poche parole, non ho trovato indizi che “al tinèll”, nasca dalla lingua popolare. Ma, essendo molto usato, mi affascinava comprenderne le origini e cercherò di sinterizzare il più chiaramente possibile quanto ho scoperto. “Quello ha lasciato un tinello da pagare”, “Tutti lo conoscono, è un tinellaro”, “Hey, se vuoi ancora della merce, prima paga i tuoi tinelli.”
La prima importante traccia che ho notato è stata che i dizionari nazionali, come prima spiegazione di tinello danno: Stanza da pranzo modesta, per lo più arredata in stile rustico dove mangiavano i servitori nelle case dei signori e nei palazzi dei principi. Mentre i vocabolari dialettali, come prima spiegazione dicono: tinella, mastella, vaso di legno per la raccolta del vino, poi portato anche a identificare la cantina.
 
Come siamo arrivati dunque, anche unendo questi elementi, al significato di debito?
Mi sono qui, fortunatamente imbattuto in un libro: “Della suppellettile, degli avvertimenti politici, morali et cristiani. Volume III Bolgona MDCXIII”, (di cui allego pagina), che forse in un suo passo, può rispondere alla domanda che mi arrovellava e correva il rischio di rovinarmi le vacanze estive.
Infatti, racconta come in Roma in quei tempi per far vivere le famiglie che lavoravano per i principi, per i signori, per i feudatari, quando non era possibile dare loro denari, venivano portati nel tinello del palazzo, e nutriti con quello che avanzava alla tavola del padrone. Persino alcuni prelati sono stato così retribuiti.
Quindi, i ricchi pagavano nel loro “tinello”, il debito che avevano con i poveri o prestatori di servizi alla famiglia. Da lì probabilmente: pagare il debito nel tinello ? pagare il tinello…
Questo è quanto sono riuscito a spremere dalle mie ricerche, in attesa di commenti, correzioni e interessanti osservazioni. 
Grazie e alla prossima.
 
Nereo Trabacchi
 
Per info, insulti e saldo dei tinelli: info@nereotrabacchi.it
 

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