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Il fotogiornalismo è morto. La riflessione di Prospero Cravedi

Una riflessione di Prospero Cravedi, fotografo e prestigioso collaboratore di PiacenzaSera.it, sull’evoluzione del mestiere di fotoreporter

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Una riflessione di Prospero Cravedi, maestro di fotografia e prestigioso collaboratore di PiacenzaSera.it, sull’evoluzione del mestiere di fotoreporter.

Il fotogiornalismo è morto

Lo scorso 9 giugno, presso la Fondazione di Palazzo Magnani a Reggio Emilia, in occassione della mostra del fotografo di guerra Don Mc Cullin, dal titolo “La pace impossibile”, si è discusso su dove va oggi il fotogiornalismo.

Alcuni mesi fa avevo scritto una mia riflessione, dopo avere visto l’uccisione di Gheddafi, ripresa in tutta la sua crudezza dai telefonini dei ribelli che l’avevano appena catturato. Immagini inviate in rete in tutto il mondo in tempo reale, in barba alle decine di fotoreporter di guerra presenti in Libia, che erano pronti a fotografare la cattura o l’uccisione del dittatore libico, ma che erano stati superati nel riprendere l’immagine storica proprio da chi ha avuto ovviamente il vantaggio decisivo di esserci immediatamente, perchè protagonista. Ecco allora, che è stato evidente come dietro l’obbiettivo non c’erano famosi fotoreporter, ma semplici persone armate anche di sofisticati telefonini e non neccesariamente di alta qualità.

Poi venne l’alluvione di Genova, anche questa documentata, dai balconi dei palazzi nei momenti piu drammatici, da improvvisati reporter e testimoni, che probabilmente sul momento non intuivano l’importanza delle immagini che stavano riprendendo. Altro esempio ancora, appena qualche mese prima, è stato quello dei gravi incidenti nella manifestazione antiglobalizzazione di Roma, anche questi documentati nei minimi particolari da decine di telefonini e tramessi sui siti web di tutto il mondo.

Se pensiamo che le uniche e drammatiche immagini dello tsunami che colpì Sumatra nel 2004, causando più di trecentomila vittime, sono anche queste opera di improvvisati reporter, che a differenza di quelli veri probabilmente non si rendevono neppure conto della gravità complessiva di quello che stavano riprendendo.

Il cambiamento certamente iniziò nel 2001, al G8 di Genova, dove migliaia di manifestanti, armati di piccole telecamere, ripresero i momenti più drammatici della giornata, che finì con l’uccisione del povero Carlo Giuliani. Immagini che furono trasmesse sulle tv di tutto il mondo e sui siti web, e usate succesivamente anche nei vari processi giudiziari.

Al convegno di Reggio si è discusso di foto e di fotogiornalismo.

Sandro Parmigiani,critico e curatore della mostra, ha affermato che non sono mai state prodotte tante immagini come oggi, e che la fotografia non è solo lo strumento attraverso il quale mostrare cose ed eventi, ma è diventato uno strumento creativo che ci permette di leggere la realtà di oggi. Ma considerato che oggi ci sono altri strumenti, come videocamere, telefonini, internet, siti web, che ci innondano di immagini, alla fine bisogna domandarsi cosa resterà di questa alluvione digitale. Una domanda che mi faccio di continuo e mi chiedo se esistono ancora i fotoreporter e che ruolo hanno ancora in questa epoca di comunicazione globale digitale.

Sicuramente il grande reportage nato con Robert Capa o Henri Cartier Bresson, fondatori della famosa Agenzia Magnum Photos, e più avanti con i fotografi Italiani Gianni Barengo Gardin, Uliano Lucas, Mario De Biasi, Ugo Mulas ed i piacentini Carlo Bavagnoli e Tino Petrelli, non morirà mai, anche se prestigiose riviste come Life ed Epoca, che hanno fatto la storia del fotogiornalismo, oggi non esistono più.

I quotidiani oggi, anche per una questione economica, non fanno più grande uso delle foto, anche perchè inevitabilmente anticipati dalle tv e dai siti web. Purtroppo ora si tende di più ad avere il fatto immediato, piuttosto che la qualità della foto.

Prospero Cravedi

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