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Il sindaco Dosi: “Ok alla Provincia del gusto con Parma e Reggio”

Sì alla creazione di una Provincia del Gusto che comprenda Piacenza, Parma e Reggio Emilia ed estendibile anche a Modena. A vedere di buon occhio questa soluzione è il sindaco Paolo Dosi, intervistato dalla "Gazzetta di Parma" in merito alle ipotesi di accorpamento delle Province. "No al referendum"

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Sì alla creazione di una Provincia del gusto che comprenda Piacenza, Parma e Reggio Emilia ed estendibile anche a Modena. A vedere di buon occhio questa soluzione è il sindaco Paolo Dosi, intervistato dalla “Gazzetta di Parma” in merito alle ipotesi di accorpamento delle Province, visto che, come noto, quella di Piacenza è destinata a scomparire. Una Provincia del Gusto, sostiene il primo cittadino, “dove la filiera agroalimentare sarebbe l’elemento unificante e caratterizzante”. Dosi invece dice no al passaggio di Piacenza in Lombardia: “Il modello emiliano romagnolo, sotto l’aspetto sanitario, dei servizi alla persona e della gestione dell’emergenza, è da preferire a quello lombardo”.

Il sindaco si dice scettico anche sull’utilizzo di una soluzione come quella del referendum che “darebbe vita ad una serie di forze centrifughe che porterebbe chi confina con Genova, ad esempio, a guardare al versante ligure, mentre chi è più vicino a Parma a rivolgersi verso una soluzione interna alla nostra regione”.

Fli: “Le Province vanno abolite tutte”

Intervento di Fabio Callegari e Alessandro Massa di Fli Piacenza sul dibattito “Provincia qui, Provincia là”.

Il governo Monti con il decreto “Salva Italia” ha deciso, dopo decenni di inerzia da parte dei suoi predecessori, di affrontare la questione relativa ai costi di gestione degli enti locali. Fli aveva già avuto modo di esprimersi a favore dell’abolizione totale delle Province più di un anno fa, con una ben riuscita raccolta firme, promossa anche a Piacenza.

Come dimostrato da illustri economisti dell’Istituto Bruno Leoni, l’eliminazione integrale delle Province avrebbe comportato un risparmio per lo Stato di almeno 2 miliardi di euro, nei quali non vengono considerati i costi delle “poltrone” pari a più di 140 milioni di euro.

Per lo meno il Premier Monti ha avuto il coraggio di farsi carico di un problema ignorato per decenni da tutti i suoi predecessori ma auspichiamo che, al massimo nella prossima legislatura, possa esser approvata dal Parlamento una legge Costituzionale volta alla soppressione di tutti gli enti provinciali che rappresentano enti intermedi tra Comuni e Regioni, ormai utili soltanto a sprecare risorse e garantire poltrone sulle quali adagiare politicanti trombati altrove. Certe Province esistono infatti unicamente allo scopo di mantenere le proprie stesse strutture.

Il tema della soppressione delle province non è nuovo, anzi è vecchio come la Costituzione. Anche un gruppo, sebbene minoritario, di Costituenti, nel 1947 si era fermamente opposto all’istituzione delle Province. Questa compagine era composta, dagli onorevoli Lussu, De Vita e Persico. Specialmente il primo sottolineava il rischio che con le Province vi fosse una quadruplicazione dei livelli burocratici (Stato, Regioni, Province e Comuni), nonché il pericolo che, conservando gli enti provinciali, si venisse a sabotare – come poi è accaduto – l’istituenda Regione. “La Provincia è niente”, egli diceva, trovando sponda nei rilievi di De Vita: “La Provincia, espressione dello Stato accentratore, è una creazione artificiale che non corrisponde né ai criteri geografici, né a esigenze umane […]. Credo che nessuno possa seriamente sostenere che la Provincia eserciti funzioni che non possano essere efficacemente esercitate o dal Comune o dalla Regione”.

Forse era meglio ascoltarli.

La crisi economica ci ha mostrato i tanti sprechi che questo nostro bel paese ha continuato a fare nella pubblica amministrazione: se solo Monti e Bondi centrassero l’obbiettivo di eliminare questi sprechi, eviteremmo la cd. macelleria sociale e potremmo cominciare a pensare ad abbassare le imposte. Ma c’è bisogno di partiti che non pongano ostacoli all’azione riformatrice del Governo.

Quella dell’accorpamento è la classica soluzione a metà, all’italiana, che rischia di non dare alcun beneficio al Paese. I mercati hanno ormai imparato a nasare i bluff italiani, e infatti intanto lo spread sale.

Bisogna spostare le competenze (poche) delle province ai comuni, obbligandoli a formare unioni di comuni, trasferire i dipendenti alle Regioni o ai Tribunali.

Quindi né Piacenza, né Parma, né Lodi, né Cremona: la soluzione è abolire, non accorpare.

Forse siamo ancora in tempo.

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