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La finestra tettonica di Bobbio

Nella valle del fiume Trebbia l'erosione ha scavato profondamente mettendo a nudo lungo i suoi fianchi la struttura interna dell'Appennino

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Nella valle del fiume Trebbia l’erosione ha scavato profondamente, mettendo a nudo lungo i suoi fianchi la struttura interna dell’Appennino. Partendo dai rilievi che sovrastano Bobbio e scendendo verso valle è possibile osservare direttamente le varie unità tettoniche che costituiscono la struttura dell’Appennino Settentrionale.

Strutture come queste sono conosciute in geologia con il termine di “finestre tettoniche”, una definizione quanto mai indovinata per indicare situazioni che ci permettono di osservare la composizione interna di una catena montuosa, come se fossimo affacciati a una vera e propria finestra.

Quella di Bobbio, assieme a quella delle Alpi Apuane, è forse la finestra tettonica più ampia e profonda dell’Appennino Settentrionale, e ci permette, quindi, di osservare molti dei livelli strutturali di questa catena: essa risulta costituita da enormi volumi di rocce, chiamati Unità Tettoniche, che si sono staccati dal luogo in cui si erano originariamente formate, e sono stati trasferiti a centinaia di chilometri di distanza, per effetto della convergenza tra placche che ha originato l’Appennino stesso.

Al livello più superficiale si trovano le Unità Liguri, più antiche (100 milioni di anni fa), formatesi nel bacino oceanico ligure-piemontese e caratterizzate dalla presenza delle ofioliti, che costituiscono gran parte dei rilievi che circondano il paese di Bobbio, come ad esempio il monte Sant’Agostino: sono rocce magmatiche dal caratteristico colore nero-verdastro, formatesi nel profondo dell’oceano, e del tutto simili a quelle che tuttora si trovano sui fondali dell’Atlantico; queste rocce sono costituite soprattutto da serpentino, il materiale originario del mantello, la porzione viscosa del nostro pianeta che si trova immediatamente al di sotto della crosta terrestre.

Al di sotto delle Unità Liguri troviamo le Unità SubLiguri, e quindi, al livello più profondo, le Unità Toscane che si sono originate in tempi più recenti sui margini continentali della placca adriatica (20 milioni di anni), e che quindi dovrebbero trovarsi in superficie, ma che sono state spinte al di sotto delle Unità Liguri, per sottoscorrimento, dalla convergenza delle due grosse placche di crosta terrestre, quella europea e quella adriatica, la cui collisione ha determinato il sollevamento della catena appenninica.

Uno degli elementi più significativi di queste unità è rappresentato dalle arenarie di San Salvatore, che affiorano estesamente lungo i meandri del fondovalle del fiume Trebbia.
Si tratta di alternanze di strati di arenarie e di altre rocce, sempre sedimentarie ma di granulometria più fine, depositatesi circa 20 milioni di anni fa in ambiente marino profondo mediante le correnti di torbida.
Queste correnti ad alta densità hanno avuto origine da eventi catastrofici, come sismi e alluvioni, e hanno prelevato sui margini dei bacini marini grosse quantità di sedimenti, trasportandole sott’acqua anche a grandissime distanze; ogni volta che si sono arrestate, hanno depositato i sedimenti sul fondo del mare, in ordine di dimensione, cioè prima i granuli più grossi e pesanti, e poi via via quelli più fini e più leggeri, creando quindi strati “gradati” di granuli, più grossi in basso e più fini in alto.

Questi meccanismi sono all’origine della Formazione di Bobbio, che risulta costituita appunto da più strati gradati di arenarie e di sedimenti più fini, ed ogni strato è rappresentativo di una diversa corrente di torbida.
L’analisi dei granuli ha permesso di stabilire che gli stessi sono costituiti in maggioranza da rocce metamorfiche che oggi ritroviamo nelle Alpi: il che sta a significare che, quando ancora la zona di Bobbio giaceva sul fondo del mare, le Alpi erano già emerse e sottoposte ad un’erosione significativa.

Questi materiali si sono sedimentati e cementati in rocce durissime: oggi li vediamo, stratificati ed emersi, scavati dai meandri del Trebbia. Il fiume ha inciso gli strati rocciosi mantenendo versanti strapiombanti, ed il suo andamento sinuoso, con meandri incassati in ampie anse, che è solitamente osservabile nei corsi d’acqua di pianura, si è conservato perfettamente proprio perché le sue acque, nel corso dei millenni, hanno scavato un substrato durissimo e resistente. Se avessero incontrato solo argille, marne e calcari, la morfologia così caratteristica non si sarebbe formata, o comunque sarebbe andata persa.

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