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L’Antonino d’Oro ai coniugi Chiappini. “La migliore eredità che potessimo lasciare” foto

A ritirare il premio Giulia Chiappini anche a nome del marito Umberto, scomparso pochi giorni dopo l’assegnazione del premio. Il vescovo Gianni: "Hanno portato in alto il valore della vita"

“La migliore eredità che potessimo lasciare ai nostri nipoti”. Queste le parole di Giulia Chiappini, che ha ricevuto dalle mani del vescovo Gianni Ambrosio l’Antonino d’Oro 2012. Un riconoscimento ritirato anche a nome del marito Umberto, scomparso pochi giorni dopo l’assegnazione del premio. “Voglio ringraziare tutti i canonici della chiesa di S. Antonino per aver dato questa grande gioia a mio marito: mi ha detto che questa era la migliore eredità che potessimo lasciare ai nostri nipoti”. Umberto Chiappini, una vita passata tra l’insegnamento ed il volontariato, è stato docente nella facoltà di Agraria dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza e poi a Bologna nella sede distaccata di Reggio Emilia. I coniugi sono rimasti uniti in matrimonio per 56 anni, hanno 4 figlie e undici nipoti.

La consegna dell’Antonino d’Oro è avvenuta nel corso della celebrazione in S. Antonino dedicata al patrono cittadino e presieduta dall’arcivescovo di Sarajevo Puljic: “Il premio è un atto di stima nei confronti di una coppia di cristiani, che attraverso la famiglia hanno portato in alto il valore della vita – ha sottolineato il vescovo Gianni – Bisogna tenere il cuore aperto alla vita, è il valore decisivo, se no il nostro Paese rischia di essere malinconico e il nostro futuro sempre più incerto”.

“Il patrono della nostra comunità diocesana e della nostra città di Piacenza – ha detto durante l’omelia – è un giovane: diremmo oggi, un giovane laico che, nella sua testimonianza, mostra che la nuova fede, la fede cristiana, è trasparenza di umanità, è libertà dagli idoli, è forza che cambia il modo di pensare e di vivere”.

“Abbiamo bisogno di questa fede per far emergere un’umanità che stiamo perdendo, per vincere i tanti i idoli di turno, per trasformare la vita. Dalla fede deriva la fiducia nella vita, l’impegno di vivere le relazioni nella loro bellezza, il coraggio di guardare avanti e di imboccare strade nuove senza fermarsi davanti ai vitelli d’oro”.

“Soprattutto oggi, con la crisi generale che non lascia ancora intravvedere la sua fine, con un mondo che è crollato a causa del terremoto avvenuto qui vicino a noi, abbiamo bisogno di rivolgere lo sguardo a Dio per imparare di nuovo il senso dell’esistenza, dell’amare, del costruire, del soffrire e del gioire. Abbiamo bisogno di ritrovare parole, virtù e stili di vita che abbiamo trascurato: sobrietà, solidarietà, condivisione, responsabilità, sacrificio, gratuità. Possiamo come cristiani, come cristiani laici che vivono ed operano nel quotidiano, sfidare la crisi evangelizzandola, portando la parola, la luce, la libertà, la forza del Vangelo dentro i problemi e le situazioni per aiutarci a uscire dal tunnel? È la grazia che chiediamo festeggiando il nostro giovane martire Antonino”. 

Gran folla sulla fiera. Tutti i colori e i sapori nel FOTOSERVIZIO
Da Sarajevo a Piacenza, la testimonianza di pace del vescovo Puljic


L’omelia del vescovo Gianni

Carissimi fratelli e carissime sorelle

È una grazia avere qui con noi il cardinale Vinko Puljic che presiede questa solenne celebrazione in onore del nostro santo patrono e insieme a noi prega il Signore per la nostra Chiesa e per la nostra città, così come noi preghiamo per la sua Chiesa e per la pace e la fratellanza in Bosnia-Erzegovina. 

1. La nostra Chiesa, scegliendo il martire Antonino come suo patrono, ha riconosciuto in lui Cristo stesso. Come scrisse Tertulliano: “Cristo è nel martire” (De Pudicitia, 22) e la passione e morte redentrice di Cristo è come ‘ripresentata’ dalla fedeltà del testimone della fede. Questa intima unione tra Cristo e il martire Sant’Antonino ci invita a celebrare con rinnovato stupore le festa che tiene viva la memoria del nostro patrono e ravviva la nostra fede cristiana.

La prima lettura tratta dal libro dell’Apocalisse conferma l’insegnamento di questo padre della Chiesa: Cristo è nel martire, Cristo è il re dei martiri. Proprio questo legame tra Cristo e i suoi discepoli che arrivano alla testimonianza del martirio ci conduce al cuore dell’Apocalisse, cioè della rivelazione di Gesù Cristo. L’annuncio della sua definitiva vittoria sul male è anche l’annuncio che i suoi discepoli partecipano della sua vittoria: Cristo non è solo, insieme a lui vi sono i “nostri fratelli”. È un annuncio pieno di speranza: se siamo uniti a Cristo, anche noi vinciamo ogni forma di scoraggiamento, soprattutto dinanzi alle avversità, al potere così forte e così oscuro del male.

Questa è la fede cristiana, ricolma di grazia perché è rivolta a Cristo salvatore ed è sempre tesa al compimento definitivo della salvezza: non può mai essere dimenticata la meta finale, pena il venir meno della fiducia, dello slancio. Il libro dell’Apocalisse chi assicura che chi ha fede nel Signore Gesù, l’Agnello che ha versato il suo sangue, non ha paura neppure della potenza dell’impero romano che esige che tutti gli uomini rendano onori divini all’imperatore.

2. Risuoni per noi, cari fratelli, la voce che viene dal cielo:  “Udii una gran voce nel cielo”. La fede in Dio che misteriosamente dirige la storia verso il suo traguardo ci rende consapevoli che, nonostante le oscurità e le tribolazioni, il nostro cammino su questa terra è accompagnato e indirizzato verso la meta finale, verso il compimento della salvezza. I versetti proclamati sono un inno di lode che celebra “la salvezza e la forza del nostro Dio e la potenza del suo Cristo”. Perché la vittoria è già avvenuta: “l’accusatore dei nostri fratelli” – è il ruolo che Giobbe assegna a satana (Gb 1,6 ss.) – è stato precipitato e le sue accuse sono cadute nel vuoto (cf  Rom 8, 33). La vittoria è avvenuta grazie al sangue dell’Agnello, al sacrificio di Cristo che i discepoli lo hanno seguito fino in fondo, fino al dono di sé.  

La vittoria è già avvenuta ed è motivo di esultanza: “esultate, dunque, o cieli”. Ma la vittoria definitiva deve continuare ad essere attesa ed invocata, perché tutti siamo chiamati al dono di noi stessi: “se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo (…), chi ama la sua vita la perde (…)”. È la logica del Vangelo, la logica dell’amore, del servizio: “se uno mi vuol servire mi segua”. Tutti noi, battezzati in Cristo e incorporati nella sua Chiesa, siamo chiamati a seguire l’Agnello. Anche nelle difficoltà, anche nella prova, anche se siamo “vasi di creta”, fragili, abbiamo in noi “un tesoro” che è la nostra forza e la nostra speranza: nella fede siamo uniti a Cristo e grazie a Lui siamo resi capaci di essere anche noi ‘testimoni’ per partecipare della beatitudine dei martiri di Cristo che non si piegano ad adorare la bestia e la sua statua.

3. Il patrono della nostra comunità diocesana e della nostra città di Piacenza è un giovane: così vuole tradizione. E, non dimentichiamolo, Antonino è un laico, diremmo oggi, un giovane laico che, nella sua testimonianza, mostra che la nuova fede, la fede cristiana, è trasparenza di umanità, è libertà dagli idoli, è forza che cambia il modo di pensare e di vivere.

Abbiamo bisogno di questa fede per far emergere un’umanità che stiamo perdendo, per vincere i tanti i idoli di turno, per trasformare la vita. Dalla fede deriva la fiducia nella vita, l’impegno di vivere le relazioni nella loro bellezza, il coraggio di guardare avanti e di imboccare strade nuove senza fermarsi davanti ai vitelli d’oro.
Soprattutto oggi, con la crisi generale che non lascia ancora intravvedere la sua fine, con un mondo che è crollato a causa del terremoto avvenuto qui vicino a noi, abbiamo bisogno di rivolgere lo sguardo a Dio per imparare di nuovo il senso dell’esistenza, dell’amare, del costruire, del soffrire e del gioire. Abbiamo bisogno di ritrovare parole, virtù e stili di vita che abbiamo trascurato: sobrietà, solidarietà, condivisione, responsabilità, sacrificio, gratuità. Possiamo come cristiani, come cristiani laici che vivono ed operano nel quotidiano, sfidare la crisi evangelizzandola, portando la parola, la luce, la libertà, la forza del Vangelo dentro i problemi e le situazioni per aiutarci a uscire dal tunnel? È la grazia che chiediamo festeggiando il nostro giovane martire Antonino. 

4. È significativa la motivazione della scelta di insignire i coniugi Chiappini dell’Antonino d’oro: “il conferimento vuole essere un atto di stima e di gratitudine nei confronti di una coppia di coniugi cristiani che hanno fatto della generosa accoglienza della vita e del volontariato la loro scelta comune”. L’esempio di questa famiglia – Umberto ci ha lasciato da poco – ci aiuta comprendere il valore fondamentale di ogni famiglia che accoglie la vita. Se il cuore è aperto alla vita, allora si scopre la bontà della vita e si diffondono le ragioni del vivere. Oggi, come sappiamo, sembra regnare l’indifferenza verso quel valore decisivo che è la vita. Così il nostro presente rischia di essere melanconico e il nostro futuro di diventare sempre più incerto: vale per la nostra città e per il nostro Paese.   

Se si apre il cuore alla vita, si apre anche la porta della casa per accogliere i fratelli e vivere buone relazioni. Così la vita si rigenera e si cresce nella fiducia, così si offrono motivi di speranza. Questo è ciò che Umberto e Giulia hanno fatto, aiutati dal Signore ed educati secondo buoni principi in famiglia e a scuola. 
Questa è la vocazione di ogni famiglia. Ma questa vocazione, che pure è accolta ed è vissuta da molte famiglie, anche oggi, anche qui da noi, non è aiutata, non è favorita. Speriamo che la situazione possa cambiare in fretta. Perché i nostri ragazzi e i nostri giovani hanno bisogno di vedere concretamente la bellezza di una vita aperta all’amore e di trovare lì le ragioni del vivere. E poi perché nessun sviluppo è possibile in una società che non investe nella vita, nella relazione sociale, nella comunione coniugale.

Concludo accennando all’Incontro mondiale delle famiglie che si è tenuto a Milano: la partecipazione così ampia ha dimostrato quanta sia radicata l’idea di una famiglia fondata su un amore aperto alla vita e solidale con tutti. Benedetto XVI si è fatto interprete di questa consapevolezza che la famiglia è il nostro patrimonio più importante. “La vostra vocazione, ha detto il Santo Padre rivolgendosi alle famiglie, non è facile da vivere, specialmente oggi, ma quella dell’amore è una realtà meravigliosa, è l’unica forza che può veramente trasformare il mondo”. Accogliamo il messaggio che Benedetto XVI ha affidato a tutte le famiglie. Rendiamo lode a Dio per il dono di sant’Antonino e invochiamo su tutti la protezione del nostro patrono. Amen.

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