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Pausa caffè con Nereo Trabacchi: Risveglio?

Nereo Trabacchi ci regala un nuovo racconto, l’ideale per una pausa caffè (o aperitivo) in questa giornata estiva. 

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Risveglio?
 
Cimitero di Piacenza, 1890. 
La storia di oggi è una storia strana. Il fatto che lui, Enrico Armelloni, fosse stato seppellito, non gli sembrava prova sufficiente che fosse morto; era stato sempre uno difficile da convincere. 
Che fosse seppellito sul serio doveva per forza ammetterlo in virtù della testimonianza dei suoi stessi sensi….
La posizione in cui si trovava, disteso sul dorso, le mani incrociate sul petto e legate con qualcosa che poté rompere con facilità, il senso di costrizione che provava su tutta la persona, il buio fitto e il silenzio profondo, rendevano impossibile contestare tutto un complesso di prove che egli quindi accettò…
Ma morto no. Era semplicemente ammalato, molto ammalato. 
Avvertiva, oltre tutto, la tipica apatia dell’invalido, per cui non si preoccupava granché dell’inusitato destino che gli era stato riservato. 
Non era un filosofo lui, era solamente una persona normale, comune, che, in quel momento per lo meno, era stata sopraffatta da una indifferenza patologica: l’organo con cui, di regola, avrebbe potuto temere eventuali conseguenze, era ora intorpidito. 
Onde, senza particolare apprensione per il suo immediato futuro, si addormentò e tutto fu pace per Enrico Armelloni. 
Sopra la sua testa però, qualcosa stava accadendo.
A Piacenza quella era un’oscura notte d’estate, trafitta da rari bagliori di lampi che andavano a colpire silenziosamente una nuvola bassa a occidente, presaga di temporali.
Quei brevi, incerti momenti di luce rivelavano con spettrale chiarezza i monumenti e le pietre tombali del cimitero e sembravano farle danzare. Non era una notte in cui verosimilmente un testimone si potesse aggirare in un camposanto, per cui i tre uomini che si trovavano là a scavare intorno alla tomba di Enrico Armelloni, si sentivano relativamente tranquilli.
Due di loro erano studenti della facoltà di medicina di Parma; il terzo era un uomo gigantesco noto con il nome di Ugo. 
Per parecchi anni Ugo aveva lavorato al cimitero come uomo di fatica, facendo, quindi un po’ tutti i mestieri, e la sua battuta preferita era che “conosceva ogni anima del posto”…
A giudicare da quel che stava facendo in quel momento si poteva arguire che il luogo non era poi così popoloso come i registri davano a vedere.
Fuori del muro di cinta, nella parte più distante della pubblica via, c’era una carrozza funebre in attesa.
Il lavoro di scavo non era difficile: la terra con la quale la fossa era stata riempita sommariamente qualche ora prima, non offriva molta resistenza e ben presto fu tutta ammucchiata fuori. 
La rimozione della cassa fu cosa meno semplice, ma in tutti i modi riuscirono a tirarla fuori poiché quello era compito di Ugo; questi tolse accuratamente le viti dal coperchio e lo appoggiò da un lato mettendo in luce la salma in pantaloni neri e camicia bianca…
In quello stesso momento l’aria si accese di fiamme, un rombo crepitante di tuono scosse l’universo sbigottito, e Enrico Armelloni, in tutta tranquillità si mise a sedere. 
Con grida inarticolate gli uomini fuggirono in preda al terrore, ciascuno in una direzione diversa. 
E nulla al mondo avrebbe indotto, per lo meno due di loro, a ritornare. Ugo, però, era di un’altra pasta.
Nel grigio del mattino i due studenti, pallidi e scavati in volto dall’emozione e della paura della loro avventura e con il sangue ancora in subbuglio, s’incontrarono alla facoltà di medicina.
gridò uno.
Uscirono, girarono intorno al fabbricato, e sul retro scorsero la carrozza funebre davanti alla porta del laboratorio di dissezione. Entrarono meccanicamente nella sala. Su una panca, nel buio, era seduto Ugo. Si alzò, con un sorriso fisso, tutto occhi e denti.
disse.
Disteso nudo su una lunga tavola giaceva il cadavere di Enrico Armelloni, argilla e sangue sul capo sfigurato da un gran colpo di pala.
 
Fine
 
 
Nereo Trabacchi
 

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