Campi di caccia della Val Perino

Nel tratto centrale della Val Perino sono stati individuati sei antichi campi di caccia, e raccolte alcune migliaia di manufatti realizzati scheggiando la selce e il diaspro

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L’evoluzione dell’Appennino piacentino nel corso delle ultime centinaia di migliaia anni si è caratterizzata per l’alternarsi di fasi di relativa calma orogenetica e di fasi di sollevamento accentuato.
Durante le prime, il torrente Perino che ha scavato la valle omonima con andamento sud-nord, incastonandola tra la Val Trebbia e la Val Nure, ha poi colmato di detriti il proprio fondovalle, portando alla formazione di una stretta spianata nella quale scorreva sinuoso.

Il successivo sollevamento dell’area ha portato ad un ringiovanimento del paesaggio, l’acqua ha acquistato nuova capacità erosiva, e il torrente ha profondamente scavato al centro il proprio precedente letto, creando un profondo solco a V, fittamente boscato, dove ora scorre. Questo approfondirsi del Perino nel paesaggio ha lasciato sospesi due ripiani situati a mezza costa, le paleosuperfici di versante, cioè lembi dell’antica piana di fondovalle rimasti sospesi, a metà strada tra i crinali e il nuovo letto, più profondo. Questi pianori di versante, che ospitano tuttora le antiche borgate della valle, sia sul versante che scende dal monte Osero (Lèggio, San Boceto, Calenzano) sia su quello che i monti Concrena e Capra dividono dalla Val Trebbia (Costa Rodi, Villanova, Aglio), hanno assunto nell’ultima fase del Mesolitico, età di mezzo della pietra (circa 8000 anni fa) un’importanza strategica per le popolazioni che abitavano la pianura padana.

Il clima più caldo portò ad un innalzamento del limite superiore della foresta, e le mandrie di ungulati, soprattutto cervi, che popolavano la pianura, con l’arrivo della primavera si spostavano dalla foresta fitta del piano ai margini superiori del bosco. Sui ripiani di versante della Val Perino i branchi trovavano possibilità di pascolo ed antichi laghetti di origine glaciale per dissetarsi. Questa migrazione degli ungulati era ben nota alle comunità di cacciatori mesolitici, che posero i loro accampamenti lungo i tragitti che dal piano portavano verso la fascia delle praterie.

Nel tratto centrale della Val Perino sono stati individuati sei antichi campi di caccia, e raccolte alcune migliaia di manufatti realizzati scheggiando la selce e il diaspro, risalenti al VI millennio a.C., utili sia alla cattura degli animali che alle necessità dell’accampamento: raschiatoi e lame per tagliare, schegge triangolari usate come punte per le frecce, grattatoi per sgrassare, scarnificare e pulire le pelli, bulini per incidere ossa e corna.

E’ stato ritrovato anche quanto rimaneva dopo che selci e diaspri erano stati sfruttati, utilizzando un martello di osso ed un cuneo di legno, e ricavandone schegge e lame da trasformare in strumenti; segno che si lavoravano sul posto i materiali grezzi, il cui giacimento più importante era situato presso il passo della Caldarola, in comune di Bobbio, sullo spartiacque Trebbia-Luretta.
Uno di questi campi era posizionato ai Piani d’Aglio, antica conca lacustre ora totalmente interrata e ancora oggi utilizzata per il pascolo, in suggestiva posizione. Altri due erano posti lungo il crinale, in corrispondenza di valichi naturali (Sella dei Generali e passo Santa Barbara); tre sulle sponde di antichi laghi di origine glaciale (torbiere di monte Mangiapane e di Pianazze di Pradovera).

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