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Pausa caffè con Nereo Trabacchi: L’essere

Nereo Trabacchi ci regala un nuovo racconto, l’ideale per una pausa caffè (o aperitivo) in questa giornata estiva. 

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L’essere
 

L’Essere

 

Castell’Arquato,  Anno Domini 1350

 

La piccola Babete, al suo dodicesimi anno di vita, aveva già visto più orrori di quanti ne potesse sopportare la popolazione di un intero villaggio nell’arco di generazioni. La fame e le sue conseguenze su menti e corpi, le malattie che portavano via uomini e animali, le violenze che spesso venivano inflitte alle donne di casa e a quelle della comunità. Ma quella mattina dell’anno 1350 a Castell’Arquato, nel piacentino, gli occhi accesi come braci della piccola Babete avrebbero visto qualcosa che prima di quel giorno nessun altro aveva mai osservato.

O meglio, nessuno aveva più osservato da migliaia di anni…

 

La pancia di Babete emetteva come sempre strani suoni. Non era tanto la fame, alla quale ormai era riuscita ad abituarsi come alle grida degli adulti, quanto qualcosa che sentiva venire dal respiro, dal petto. Non lo capiva… Mentre risaliva le rocce della parete che cadeva a strapiombo alle spalle del villaggio, nella sua testa c’erano come sempre i pensieri più fantasiosi nati dalla sua immaginazione ma che avevano un’origine ben radicata nei racconti dei vecchi.

Ma la tenacia del suo carattere non le avrebbe dato tregua fin quando non avesse portato i suoi occhi fin dentro quelle grotte umide e ben poco ospitali.

Decise di procedere con saggezza, così a metà della scalata si fermò per risposarsi ed estrasse dalla piccola tasca interna della sua veste ricavata da alcuni avanzi di sotto sella, un boccone di pane raffermo. Lo mangiò imponendosi di farlo con quanta più lentezza le era possibile e poi proseguì. Quando arrivò sul picco più esteso si voltò e per un istante rimase incantata ad osservare il castrum e la parte più elevata della torre del castello. Casa sua era sul lato opposto della collina e la sua fervida immaginazione era in grado si disegnare con la mente quanto stava accadendo in quel momento… Le gambe veloci dei lavoranti piegate sotto i pesi da spostare velocemente prima dell’arrivo dei venti gelidi. I fumi provenienti dalle grandi pentole in cui le donne cucinavano le acque con patate, aglio e ossa di carni animali… 

Osservando la sua terra da così in alto, si accorse per la prima volta quanto ci fosse legata; una cosa che Placentìo, il padre di sua madre, le aveva sempre detto ma che non aveva mai compreso appieno.

Fece sparire quei pensieri e riprese il suo cammino; doveva arrivare prima che finisse la prima mezza di quella giornata…

Il caldo si faceva sentire sempre più, quanto la voglia di ritornare sui suoi passi… ma Babete doveva vedere…

Improvvisamente l’ingresso della bocca del mondo fu davanti a lei quasi gli si volesse presentare con ingannevole gentilezza prima di farne un sol boccone. Come a voler dimostrare il proprio coraggio, di colei che non abbassa lo sguardo per rifuggire alla sfida, la giovane donna trangugiò l’ultimo tozzo di pane ed entrò. Per i primi passi la luce dell’esterno le fece strada tra sassi, serpi innocue e topi dai lunghi peli. Poi fu solo il buio… Poi fu solo paura… Poi fu solo il rumore di quello che pareva da sempre batterle dall’interno per voler uscire.

Come i protagonisti nelle storie degli anziani, si portò sul lato della caverna e usando la sensibilità delle sue mani si fece accompagnare dalla fredda roccia che le feriva e scaldava la carne delle dita, ma poco dopo si bloccò. Le lacrime iniziarono a scorrere sulle scarne guance e l’aria, l’unica cosa che ha sempre creduto di poter possedere, per la prima volta in vita sua le venne a mancare. I pensieri più terribili e i pentimenti più lancinanti si impossessarono di lei: perché era lì? Era per cercare quella cosa o per fuggire da un’altra? Arrivata a quel punto sarebbe stato meglio proseguire o tornare? Aprì gli occhi, che non si era neppure accorta di aver chiuso, e là in fondo lo vide; era minuscolo e lontano ma era di certo un puntino di luce. Raccolse tutto quanto aveva dentro di lei e riprese a camminare con i nervi che si tendevano nelle gambe e nei piedi. Provò a ignorare il dolore e marciò come aveva sentito dire facevano i combattenti per mestiere. Il puntino diventava sempre più grande e il respirare tornava a essere il compito facile e appagante di sempre. La vista ora le andava a calare non per il buio, ma per la troppa luce che pareva volerle entrare sin dentro la  stanca ma ancora lucida mente. Capì di essere tornata all’aria ma ci mise un po’ per riconquistare il controllo degli occhi. Quando questo avvenne riconobbe l’ambiente delle storie tante volte udite…

Si trovava in una specie di stanza grossa come tutta la sua capanna, ma le pareti erano di erbe lunghe e umide, mentre per soffitto c’era il cielo azzurro. Non aveva mai visto un posto come quello; non avrebbe mai creduto potesse esistere un luogo diverso dal mondo che era abituata a vivere. Finalmente anche lei poteva stare in uno di quei punti incantati che aveva sentito narrare dai suoi amati cantastorie viaggiatori. Tornò dentro se stessa e si ricordò perché era lì.

Doveva vedere l’Essere!

Osservò con attenzione tutto attorno fino a quando non riconobbe il punto esatto e si avvicinò con le braccia e le mani ferite stese in avanti. La punta delle dita con le unghie rotte e sanguinanti per il duro lavoro tolsero la vegetazione tirando e strappando… L’ultimo pezzo era talmente duro che dovette usare tutto il peso del corpo fino a capitolare all’indietro… Quando si rialzò e lo vide si trasformò in una statua senza pensieri e sensazioni. In quel momento i suoi occhi non riuscivano a chiudersi e il suo corpo a trattenere l’aria… Era bellissimo e tremendo. Era enorme. Una creatura come quella doveva arrivare dal cielo oppure da una lunga distanza sotto la terra che calpestavano gli uomini. Si avvicinò e provò a toccare quello che sembrava un dente aguzzo lungo quanto il suo braccio. Era tiepido…

Babete scoppiò a ridere e piangere in una volta sola come solo a certe donne possedute dal demonio aveva visto fare.

E se ciò che ora stava davanti a lei non era frutto del demonio, da altri non poteva essere mandato…

 

Per l’epilogo, e per vedere la stessa cosa che ha visto Babete, guardate questo video:

 

Fine 

Nereo Trabacchi

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