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Pausa caffè con Nereo Trabacchi: L’ultimo piacentino

Nereo Trabacchi ci regala un nuovo racconto, l’ideale per una pausa caffè (o aperitivo) in questa giornata estiva. 

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L’ultimo piacentino
 
Piacenza, 24 dicembre. Questa è una storia incredibile… è una storia vera. E’ la storia di un piacentino…
E’ la storia di un uomo semplice, ordinario, che la mattina della vigilia di Natale si è svegliato nel suo letto, si è alzato, lavato, fatto barba e doccia e dopo aver indossato il solito sgualcito piumino è uscito in strada per recarsi al lavoro.
Ebbene sì, il poverino lavora anche il 24 di dicembre; ma come in tanti, d’altronde. Per guadagnarsi la moderna “pagnotta”, oggi fatta di cibi surgelati, guida il muletto di un grande centro commerciale. Sposta scatole di dolci, giocattoli, profumi e televisori. Tutte cose che gli passano tra le mani ogni giorno, ma che sa di non poter comprare con il suo magro stipendio. Quando ci pensa bene però, cosa che gli capita raramente di fare, si rende conto che il suo stipendio non è poi così misero. Solo sembra non bastargli mai per via dei suoi numerosi vizi. Uno su tutti è l’abitudine di piazzare qualche scommessa sulla sua squadra del cuore, ma negli ultimi mesi gli ha detto male…
Sono le 5,30 e come da tabella cammina lungo il corso, variegata anima commerciale della città, che lo porta verso la piazza. Questa sarà una giornata campale per i bottegai. Tra pochi “quarti d’ora” le serrande si alzeranno e la consueta corsa agli ultimi regali avrà inizio. E’ sempre stata abitudine per lui, sin da piccolo, calcolare il tempo in quarti d’ora. A dirla tutta non è mai stato in grado di farlo in altro modo. Alle elementari la maestra aveva cominciato a insegnare alla classe la lettura dell’orologio usando una grossa riproduzione del campanile della chiesa di Santa Brigida. Era partita dai giorni, per poi passare alle ore, alle mezz’ore, ai quarti di ora e infine ai minuti e ai secondi. Lui si era fermato ai quarti. Non era più riuscito ad andare avanti e… non aveva più voluto andare avanti.
Gli riusciva facile così, rimanere sul grosso senza addentrarsi nel dettaglio.
«Ciao Tonto, tra quanto finisce la scuola?» gli domandavano i compagni per farsi quattro risate.
Lui lanciava un’occhiata al grande orologio di carta, faceva un rapido conto e poi rispondeva: «Tra ben sette quarti d’ora…» e gli altri si scompisciavano.
La maestra di sostegno che gli avevano affiancato provò di tutto, ma i successi furono pochini.
Anche adesso, arrivato in Piazza Cavalli e alzato lo sguardo ha calcolato che mancano due quarti prima di dover timbrare; ha tutto il tempo per fare colazione.
Mentre infila il mento congelato nel colletto ruvido del piumino, si accorge che c’è qualcosa di insolito. Osserva attorno, ma non mette subito a fuoco di cosa si possa trattare. Riprende il passo e si dirige verso il “Barino”. Con un piede sulla soglia e la mano sulla maniglia si blocca e si volta. Fissa ancora la strada, la piccola chiesa, l’edicola. Non c’è un’anima.
Da anni è abituato a passare per questa zona, sempre al medesimo quarto, ma quel ticchettio ben distinto non lo hai mai sentito. Clic… clic… clic… Poi capisce: è la luce arancione intermittente del semaforo. Non l’aveva mai sentita, e a lui piace collezionare rumori nella testa. Catalogarli in un angolo della memoria e custodirli lì. Quando poi ne trova di simili, li ripesca e li confronta. Quanta gente al mondo è in grado di riconoscere il rumore dei freni dei bus di quattro, forse cinque, differenti città? Ha cercato su internet, ma non ha trovato nessuno. Infastidito dall’attimo di immodestia, scaccia il pensiero ed entra nel bar. Il locale è deserto. Sul bancone troneggiano brioches, focacce e dolci. Avanza di qualche passo verso la piccola cucina dove solitamente il gestore indaffarato a preparare e sperimentare, ma anche lì non trova nessuno.
Controlla l’orologio appeso alla parete: il tempo corre e lui vuole mangiare.
Con un colpo di tosse, tanto secco quanto finto, spera di richiamare l’attenzione almeno di una cameriera, ma non ottiene risposta. Aspetta altri due quindicesimi di quarto, ma nessuno si fa vivo. A mali estremi, estremi rimedi. Afferra la fetta di una torta, lancia un euro sul bancone ed esce. Un volta tornato al gelo, addenta la preda e una nuvoletta di zucchero gli imbratta la giacca depositandosi su una macchia del giorno prima. 
Con il guanto cerca di pulire, ma completa solo l’opera di spalmatura. Un silenzio quasi irreale gli trapana le orecchie. Solitamente a quest’ora del mattino le grandi macchine spazzolatici, con il loro fracasso, lo aiutano a passare inosservato, divorando ogni rifiuto presente in strada. Ma questa mattina non ci sono. Attraversa la strada inghiottendo l’ultimo boccone e arrivato all’edicola, estrae un altro euro. La gentile mano che solitamente afferra la moneta e consegna il giornale, non esce.
«Buongiorno.» Silenzio. Caccia la testa dentro l’apertura, ma l’angusto spazio è disabitato.
«Questa mattina nessuno lavora?» domanda cercando di imprimere una vena scherzosa al tono della sua voce rotta dal freddo.
Come poco prima, lascia i soldi, afferra il giornale e si dirige verso la fermata del bus.
Anche qui… nessuno. La piazza con le due grandi statue equestri si apre davanti a lui immersa in una sottile quanto silenziosa foschia. Il grande lastricato, solitamente affollato, anche nei giorni di festa, sembra aver inghiottito tutto e tutti. Le luci delle insegne, con il loro morbido ronzio, sembrano essere rimaste l’unica compagnia sulla faccia della terra. Dopo altri tre pezzi di quarto passati con la testa china sul giornale, riporta lo sguardo sulla città. Niuno… nulla… niente. Solo… zzzzzz… tic tic tic… sssssssssssss.
L’agitazione dentro di lui comincia ad arrampicare. Le domande nella sua buona quanto semplice mente, si rincorrono come in un vortice. “Dove sono finiti tutti? Che cosa ne sarà di me se sono rimasto solo? Mica sono capace di fare i dolci io…” Con le lacrime che poco a poco si congelano sulle guance, irrompe in tutti i bar e nei negozi che trova lungo il suo disperato cammino. Non trova nessuno. Prova a suonare i campanelli delle case, ma dalle fredde placche metalliche non escono voci, neanche per mandarlo a quel paese. A un passo dal primo da un attacco di panico, inforca una bicicletta abbandonata e inizia a pedalare velocemente verso la direzione da cui era arrivato. Tutte le case e i negozi sono privi di un qualsiasi segno di vita.
Arriva a Piazzale Genova, dove la strada si allarga leggermente e lasciando cadere a terra la bici, allarga le braccia e con tutto il fiato che gli è rimasto urla: «C’è nessunooooooooo?»
Solo i soliti rumori lo degnano di una risposta. Cade in ginocchio al centro della strada e scoppia in un pianto dirotto. Dopo una vita passata con semplicità, senza particolari ambizioni né velleità, è riuscito a diventare quasi trasparente, quasi un fantasma per gli altri. E’ sempre stato abituato all’indifferenza delle altre persone che a malapena lo notavano, ma questo è davvero troppo.
L’attenzione casca sul giornale che aveva arrotolato in tasca e nota che il titolo della prima pagina è cambiato. Adesso dice: “L’ultimo”. A fianco, la sua foto, quella con il berretto e il sorriso tirato che ha sul cartellino del lavoro. Stende il foglio a terra, si corica, ci appoggia la testa e lascia che il sonno e il freddo lo portino via di lì. 
 
Nello stesso momento in cui la sua anima lascia il suo corpo, in un bar del centro un cliente si siede, ordina un cappuccino e apre il giornale. Quando vede la foto, si volta verso il barista e domanda: «Ma questo non era il matto che tutte le mattine lanciava un euro sul bancone, afferrava qualcosa e usciva di corsa?».
Il barista si avvicina, osserva rapidamente foto e articolo e dopo un sussulto ritrova la voce per rispondere: «E’ proprio lui. Perché? Cosa gli è successo?»
«E’ morto. Qui dice che è stato trovato nel letto di casa sua, deceduto da tre giorni. Poveraccio, che brutta storia. Spero davvero che a me non tocchi la stessa fine. Morire da soli, nessuno lo sa, e ti trovano per caso o perché i vicini chiamano i vigili del fuoco per via dell’odore.»
Il barista appoggia una mano sulla spalla del cliente e nello stesso instante un suono metallico attira la loro attenzione. Si voltano di scatto. Non c’è nessuno, ma vedono qualcosa. Una moneta da un euro sta girando come una trottola sul bancone, vicino a una torta coperta di zucchero a velo.
Manca solo una fetta.
 
Fine
 
 
Nereo Trabacchi
 

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