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Piacenza ricorda la Pertite: “Una tragedia che riguarda ciascuno di noi” foto

72 anni fa l’esplosione della fabbrica di caricamento proiettili che provocò 47 morti e il ferimento di cinquecento persone. Il vicesindaco Cacciatore: "Il lavoro è vita e senza quello esistono solo paura e insicurezza. Impegniamoci, a partire da qui, perché il lavoro di ognuno sia più sicuro"

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Una “tragedia dal duplice volto: al profilo strisciante, ma drammaticamente netto, di una guerra che non aveva ancora mostrato tutta la sua brutalità, si intrecciava quello di un gravissimo incidente sul lavoro”.  Così il vicesindaco di Piacenza Francesco Cacciatore, insieme alle autorità militari e civili ha voluto ricordare la tragedia della Pertite, l’esplosione della fabbrica di caricamento proiettili che, nell’estate di settantadue anni fa, provocò 47 morti e il ferimento di cinquecento persone.

Un tema quello della sicurezza sul lavoro ancora putroppo tristemente attuale, come lo stesso Cacciatore ha sottolineato nel corso della cerimonia di commemorazione nel cortile di Palazzo Gotico. “Il lavoro è vita – ha detto citando John Lennon – e senza quello esistono solo paura e insicurezza. Impegniamoci, a partire da qui, perché il lavoro di ognuno sia più sicuro. Perché non si possa più risparmiare sul valore delle persone. Perché non si debba più affermare, considerandola un’evoluzione positiva, che le morti bianche sono scese sotto la soglia delle mille unità”.

“La tragedia della Pertite – ha aggiunto – riguarda ciascuno di noi anche se non ne abbiamo vissuto direttamente il dramma. Perché questa cerimonia racchiude il senso partecipazione, del rifiuto morale di fronte a un sistema che calpesta il diritto della persona non solo alla sicurezza del lavoro ma alla realizzazione di sé attraverso il proprio mestiere”.

Al termine della cerimonia la benedizione della corona d’alloro da parte del cappellano militare Don Luigi Marchesi, con la deposizione di una corona di fiori da parte di Danilo Frati, vicepresidente dell’Associazione nazionale dei lavoratori mutilati ed invalidi.

Il discorso del vicesindaco Cacciatore

Sono trascorsi settantadue anni, da quell’estate del 1940 che, alle 14.42 di un pomeriggio d’agosto, aprì uno squarcio indelebile nella storia della nostra città. L’eco dell’esplosione che sventrò lo stabilimento della Pertite, provocando la morte di 47 operai e il ferimento di altri 500, fu troppo forte, violento, devastante, perché il tempo potesse cancellarne il fragore.

Quello che sino ad allora era stato un luogo produttivo tra i più importanti del territorio, dove un migliaio tra donne e uomini si guadagnava da vivere svolgendo un lavoro duro e mal pagato, divenne in pochi istanti il simbolo di una tragedia dal duplice volto: al profilo strisciante, ma drammaticamente netto, di una guerra che non aveva ancora mostrato tutta la sua brutalità, si intrecciava quello di un gravissimo incidente sul lavoro. Sebbene non sia mai stato appurato, infatti, se quella deflagrazione fu un evento accidentale o l’esito terribile di un atto premeditato, la fabbrica di caricamento proiettili di via Emilia Pavese resta ancora oggi il simbolo di una coscienza civile che non vuole piegarsi al fenomeno delle morti bianche, definite “autentici massacri” dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Mentre Piacenza rende, raccogliendosi intorno alla stele che porta i loro nomi, il proprio commosso e sincero tributo a quanti persero la vita quel giorno, l’attualità ci consegna il consueto, triste bilancio degli infortuni tra fabbriche e cantieri: 726 mila, nel 2011, di cui 930 vittime hanno pagato il prezzo più alto. Le statistiche registrano una flessione del 6.4% nel numero degli incidenti, segnalano che ci sono stati 43 decessi in meno, ma le cifre sono ancora troppo alte. Inaccettabili. Non basta stilare classifiche ed elaborare aridi dati: quasi mille morti gridano vendetta, suscitano rabbia e indignazione. Perché a queste considerazioni bisogna aggiungere il sensibile aumento delle malattie professionali, nonché il fatto che molti dei lavoratori coinvolti sono immigrati senza permesso (altro tema sul quale sarebbe opportuno dibattere), che spesso muoiono nel loro primo giorno di occupazione. Storie singole a comporre un mosaico collettivo che annichilisce.

Oggi come allora, quando sotto le macerie della Pertite rimasero i nostri concittadini che in quell’impiego cercavano, con dignità, di costruire un futuro per sé e per la propria famiglia. Gente che con onestà e dedizione affrontava la fatica come strumento di autonomia, di riscatto sociale. Per sé e per i propri cari, che anche l’8 agosto, come ogni sera, li avrebbero aspettati a casa alla chiusura del turno. Lo ha ricordato, tra le testimonianze riportate lo scorso anno a “Libertà”, la signora Maria Luisa Gabbiani, cui l’esplosione della fabbrica portò via, a soli quattro anni, la gioia di abbracciare suo padre: “Ho ancora bene in mente il fuoco che arrivava fino al cielo e l’intera città in preda al terrore. E poi le lacrime dei miei parenti quando giunse la notizia…”.

“All’improvviso tremava tutto, sembrava proprio un bombardamento aereo. La città era in preda al panico – rammenta chi è sopravvissuto – e tutti sono scappati nei rifugi sotto le proprie case”. Ritrovandoci qui, nell’anniversario di quella strage, proviamo a fare nostro il peso dei sentimenti che quel giorno attanagliarono non solo le strade dell’Infrangibile, ma si estesero ai quartieri limitrofi, spandendosi come il fumo nero e i detriti lasciati dall’esplosione. Questo, in fondo, è il senso autentico del ricordo, della nostra presenza qui oggi: rendere omaggio a chi c’era, a chi ha sofferto per quell’evento, a chi ne è rimasto schiacciato. Abbattere il muro del silenzio che fu eretto dal regime fascista su quanto accadde. E ribadire, nel contempo, che la tragedia della Pertite riguarda ciascuno di noi, a settantadue anni di distanza, anche se non ne abbiamo vissuto direttamente il dramma.

Perché questa cerimonia racchiude il senso profondo della solidarietà, della partecipazione, del rifiuto morale di fronte a un sistema che calpesta il diritto della persona non solo alla sicurezza del lavoro – che è un aspetto imprescindibile e fondamentale – ma alla realizzazione di sé attraverso il proprio mestiere. Oggi, nel ricordo e nella condivisione di un dolore, scriviamo il nostro appello per la pace, per il rispetto dell’umanità intesa come struttura portante – e non come mero ingranaggio tra tanti altri – dell’economia e della società.

Diceva John Lennon che il lavoro è vita, e che senza quello esistono solo paura e insicurezza. Impegniamoci, a partire da qui, perché il lavoro di ognuno sia più sicuro. Perché non si possa più risparmiare sul valore delle persone. Perché non si debba più affermare, considerandola un’evoluzione positiva, che le morti bianche sono scese sotto la soglia delle mille unità.
Grazie

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