Quantcast

“Mal di test” Cronache piacentine dai test di medicina

Francesco Marini, giovane studente neo diplomato piacentino, racconta la propria esperienza come candidato ai test di Medicina all'Università Statale di Milano.

Più informazioni su

Francesco Marini, giovane studente neo diplomato piacentino, racconta la propria esperienza come candidato ai test di Medicina all’Università Statale di Milano.
 
Guardo la calca intorno a me e cerco di mettere a fuoco i volti. Improvviso un’azzardata analisi fisiognomica cercando di valutare le possibilità dei vari miei concorrenti, ma presto rinuncio nel mio proposito, sconfortato. I 3126 che quest’oggi prendono d’assalto l’università di Milano – Facoltà di Medicina sembrano tutti gente a posto. Gente che vuole passare a tutti i costi. Gente che magari ha studiato tutta estate per inseguire un sogno. Qui Cesare Lombroso non avrebbe pane per i suoi denti.
 
Sottopongo i risultati della mia affrettata indagine positivista al mio compare di sventura, il Ciccio, che bofonchiando alla sua maniera mi dà ragione:
 
“Qua non si passa manco per il c..”.
 
Facendoci largo nel carnaio con gomiti ed altri oggetti contundenti riusciamo a raggiungere alcuni amici vicino all’ingresso, poi lentamente veniamo sospinti verso l’enorme edificio. Qualcuno ha aperto le porte e finalmente la massa di aspiranti medici può (lentamente) andare incontro al proprio destino, dando nel frattempo una dimostrazione pratica del famoso fenomeno del Collo Di Bottiglia… ok, basta con l’erudizione.
 
Dopo una altrettanto estenuante coda (basta code!) posso finalmente entrare nell’aula dove farò l’esame. Prima mi viene assegnato un personalissimo codice a barre, con il mio nome scritto a caratteri minuscoli in un angolino, fatto che mi fa per un istante pensare alla meccanizzazione e all’economizzazione della società (post?)moderna, dove uno studente non è più uno studente in carne e ossa ma uno studente virtuale, un numero, un codice inserito nel sistema… ok, sto divagando ancora. Comunque sia prendo ‘sto codice a barre, me lo ficco in tasca e finalmente varco la soglia.
 
L’aula è veramente una figata, passatemi il termine, qualcosa di straordinario per uno studentello piacentino che ha visto al massimo l’aula Ovale del liceo Gioia. Luminosa, moderna, con un design all’avanguardia. E sospetto ci sia pure l’aria condizionata. Va bè, comunque… dentro c’è un manipolo di professori che inizia a spiegarci meticolosamente le regole del giuoco, ovvero tutto quello che dobbiamo fare affinché il test risulti valido.
 
Ci verrà data una busta che non dovremo aprire, pena fucilazione. Al segnale concordato, potremo aprire la fantomatica busta, e dovremo applicare il codice a barre precedentemente assegnatoci sopra ad un foglietto sul quale dovremo scrivere i nostri dati anagrafici (qual è l’etimologia di anagrafici?), poi dovremo mettere il foglietto in una busta piccola contenuta nella busta grande che ci hanno appena dato la quale contiene anche il famoso Test con relativi 2 (due) fogli delle risposte da crocettare (non annerire, a meno che non si voglia annullare la risposta ma ciò è un procedimento veramente complicato per il mio cervello ormai sovvraccaricato di stimoli e informazioni). Fatto ciò e finito il tempo regolamentare, consistente in 120 (centoventi) minuti salvo particolari tempi supplementari (tempi supplementari? Ho sentito bene?) dovremo consegnare la biro precedentemente consegnataci (peccato, fa sempre comodo una Bic) e recarci uno alla volta (e siamo 148 nella nostra aula, ho un breve attacco di sconforto) dalla Commissione (che non so perché mi fa sempre venire in mente un comitato del Kgb, o comunque qualcosa di molto sovietico… vabbè) la quale provvederà a…
 
A questo punto penso di essermi addormentato, perché sento una mano che mi scuote e cerca di infilarmi una biro nell’orecchio. Subito mi metto composto e cerco di riordinare le idee, capire perché sono qui, qual è il mio obiettivo, cosa devo fare…  Prendo la biro e, quando sento il famoso “segnale”, come se il mio corpo non fosse più controllato dall’encefalo ma da qualche oscura forza esterna, inizio ad eseguire come un automa tutte le difficili istruzioni che mi sono state impartite. Ore 11.00, inizia il test di ammissione per la Facoltà di Medicina dell’Università Statale di Milano. In bocca al lupo, ragazzi.
 
Ad ogni modo, le domande di Cultura Generale (altra parola che mi evoca vagamente qualcosa di totalitaristico, che so, il Minculpop… va bè) non sono affatto impossibili. Qualche semplice calcolo di matematica (l’Imu, che allegria), tanta logica verbale e qualche domandina tipo Quando è stato costruito il muro di Berlino? oppure Che cos’è lo SPREAD?. 
 
Con la testa ancora ronzante di SPREAD, IMU e GRAZIA DELEDDA passo finalmente alla parte più temibile, quella di biologia chimica etc.etc. Alla prima lettura le domande di biologia suonano in una lingua strana ed incomprensibile, fatta di fonemi arcani ed orientaleggianti, simile forse all’antico persiano o all’ittita. Dopo circa quattro riletture capisco che è effettivamente biologia in italiano, ma di un livello così fottutamente complicato che trarrebbe in inganno persino l’oncologo Veronesi. Decido perciò di adottare la celebre tattica del “C.D.C”, sigla che non trascrivo per intero ma soltanto parzialmente (“… Di Cane”), lasciando a voi lettori la libertà di riempire a vostro piacimento i puntini di sospensione. In pratica questa antica tattica consiste nel chiudere gli occhi e, cercando di entrare in sintonia con il Divino o qualche altra entità metafisica a scelta, rispondere alla domanda in un modo che soltanto superficialmente potrebbe definirsi “a caso”.
 
Appena lette le domande di chimica, che stavolta rimandano a strani simboli cuneiformi, capisco con un sorriso che mi trovo costretto a sfoderare per la seconda volta la tattica del C.D.C., quindi passo rapidamente a fisica e matematica. Quest’ultima parte è forse più abbordabile, e mi ridà qualche speranza in vista dell’esito finale.
 
Alle 13.00, in condizioni psicofisiche ormai disperate, mi viene ritirata la biro (maledetti!) e così  ha termine il mio test di ammissione, dal quale, penso per un istante con un brivido, potrebbe dipendere il mio futuro. Termina per modo di dire, perché mi tocca aspettare altri 40 minuti nell’aula sigillata aspettando il mio turno per consegnare il plico alla Commissione. Nel frattempo, assediato dalla fame, dalla sete e da altri stimoli meno nobili, fraternizzo con le mie vicine e ci scambiamo qualche impressione sul test appena svolto: colgo con piacere che anche loro hanno utilizzato la tattica del C.D.C, dunque mi rincuoro un po’.
 
Sono ritornato a casa qualche ora dopo con la testa che ronzava e tanti pensieri. Mi sono sdraiato sul letto e ho cercato di dormire, ma nonostante la stanchezza non mi riusciva di prendere sonno. Ripensavo al test e a tutte le persone che lo avevano affrontato, volti preoccupati, ansiosi, sorridenti o concentrati. Pensavo a tutti quelli che si sarebbero ritrovati esclusi, magari per un punto. Pensavo alle speranze che sarebbero state premiate e a quelle che si sono infrante di fronte ad una domanda. E alla fine quello che ho capito, una consapevolezza triste e allo stesso tempo vera, è che non importa la tua motivazione, non importa quanto hai studiato, non importa se diventare un medico è il sogno della tua vita o se hai fatto il test “tanto per provare”. Alla fine quello che conta veramente è se hai risposto corretto ad una domanda, come se la tua vita, il tuo futuro la tua professione fossero ua specie di quiz televisivo. Cinque lettere, dalla A alla E.
 
E voi, che opzione avete scelto?

Più informazioni su

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di PiacenzaSera, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.