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Pausa caffé con Nereo Trabacchi: il Killer

Un racconto scritto in esclusiva per PiacenzaSera.it da Nereo Trabacchi. 

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Il killer
(braccio destro della morte)
di Nereo Trabacchi
 
Riuscire a sintetizzare tutta questa storiaccia in poche righe sul sito di Piacenzasera non è facile, ma è doveroso tentare. Quello che la polizia da settimane cercava, non era un assassino qualunque, non era un serial killer da telefilm americano o da libro di Camilleri: era un vero a proprio missionario della morte. Solo grazie al certosino lavoro dei RIS di Parma, con la collaborazione di Rox Jenson, profiler dell’FBI arrivato a Piacenza per collaborare, si è potuto tracciare una prima bozza sul modus operandi di “Lapide”, come è stato ribattezzato l’assassino.
Infatti, era dal ritrovamento della prima delle quattro vittime, che ogni tentativo di dare una logica (per quanto ce ne possa essere nel lavoro di un privatore di vite), ai moventi di tali efferati e macabri gesti, era stato del tutto vano.
 
Erano le ore 9,30 di un nebbioso e freddo mattino dicembrino, quando Emma Scala si recò al cimitero per una visita al marito deceduto da poche settimane. Prima di varcare la soglia del grande cancello in ferro battuto, si era fermata da acquistare un mazzo di ranuncoli da adagiare sotto la foto del coniuge. Giunta alla cappella di famiglia, si accorse immediatamente che c’era qualcosa di diverso; qualcosa che non “quadrava”. Uno dei loculi ancora disponibili, ancora senza ospiti, sembrava fosse stato recentemente aperto. La signora Scala si avvicinò, senza distogliere gli occhi da quel coperchio leggermente spostato dalla sede, e prima di perdere i sensi, ebbe solo pochi istanti per memorizzare quanto gli occhi facevano fatica a comunicare al cervello: sul coperchio era stata incollata la fotografia della sua giovane nipote Elisa.

Sotto il volto sorridente, con un gesso giallo, la data di nascita e quella di morte risalente soltanto al giorno prima. Dopo solo un’ora, la polizia scientifica aprì il loculo ed effettivamente trovò la salma della ragazza, adagiata in una bara artigianale di legno. Il suo collo era spezzato e indossava gli stessi vestiti dell’ultima volta che era stata vista uscire da casa. La seconda vittima fu trovata due settimane dopo dal custode del cimitero di Bobbio, il quale era certo che in quella fossa ricoperta di terra fresca, la sera prima non vi fosse nessuno. Sulla croce piantata nella terra invece c’era la fotografia di Carmine Burano, sessantaseienne impiegato di banca, che da poco si era comprato quel posto accanto alla figlia morta anni prima. Burano, era scomparso da venti ore, ma non avendo parenti in vita, ancora nessuno aveva dato l’allarme.

Il suo corpo aveva subìto una pugnalata all’altezza del fegato ed era morto per relativo dissanguamento. La polizia non aveva dubbi che questo omicidio fosse collegato a quello della giovane Scala. L’assassino uccideva le sue vittime e poi le andava a tumulare direttamente nei loro precisi loculi, dove sarebbero comunque stati seppelliti dalla rispettive famiglie in caso di normale decesso. Questo comportava una certa conoscenza, o un profondo studio, dell’assassino sulle vittime che a questo punto era chiaro non scegliere a caso. Ma come anticipato a inizio articolo: quale era il movente? Perché tutta questa “scenografia”? Era solo il folle e insensato disegno di una mente malata, oppure c’era un senso preciso, nella seppur incontrollata mente del killer? Una prima risposta arrivò con il ritrovamento della terza vittima.

Un addetto alla manutenzione, capì subito che quella lastra era stata toccata da una mano non professionale. Infatti, le quattro rose in bronzo che dovevano chiudere il coperchio, erano state forse volutamente mal fissate per attirare l’attenzione. La fotografia, fatta con la solita Polaroid, era quella di Francesca Maiani, una modella piacentina trentenne che la famiglia credeva a Milano per motivi di lavoro. “Lapide”, l’aveva trucidata infierendo colpi con un martello sulla scatola cranica, che dopo essersi rotta aveva, in parte perso materia cerebrale. Poi, chiusa in una delle casse da lui fabbricate, l’aveva inserita nella cappella di famiglia tra il padre morto di cancro l’anno prima e il fratello suicida. Francesca era esattamente nel suo posto. Ma, questa volta, oltre la data di nascita e di morte, con il gesso giallo era stato scritto anche “Sono il braccio destro della morte”. 
 

E qui, gli esperti cominciarono a comprendere come Lapide si fosse immedesimato in una specie di aiutante della signora vestita di nero, scegliendo vittime sole o che avevano quasi completamente perso la famiglia. Rox Jenson, il profiler dell’ FBI, azzardò l’ipotesi che questi omicidi venissero compiuti dall’assassino per esorcizzare la propria di morte. Come a voler codardamente offrire in sacrificio delle vittime belle che impacchettate, al fine che la morte non andasse a prendere proprio lui, o lei. Ma sarà solo con la scoperta della quarta ed ultima vittima, che almeno in parte certi punti saranno chiariti. Questo per il semplice fatto che la quarta vittima è l’autore delle parole che state leggendo.

Ebbene sì, in questo momento mi trovo a scrivere con una pistola puntata alla testa e all’estremità di quella pistola c’è Lapide, il serial killer aiutante della morte. Le sue parole sono state tanto incisive, quanto chiare. Dopo aver letto alcuni miei e racconti pubblicati da Piaenzasera durante l’estate, mi ha scelto come biografo ufficiale. Quando ritroveranno il mio corpo, nella cappella di famiglia tra nonni e parenti vari, ci sarà questa lettera/articolo in una delle mie tasche che spiegherà in parte l’accaduto. Qui, ora, desidera che citi testualmente le sue parole: “Non è come dicono i giornali… Non è per paura di morire, ma solo per facilitare il percorso dell’evoluzione generazionale. Persone fondamentalmente sole, senza una vera aspirazione concreta nella vita. La prima vittima faceva uso di droga sporcando con la sua presenza le strade della mia città. L’uomo si alzava dal letto solo per sopravvivere, non per vivere, consumando così l’aria della mia città. La giovane modella prestava il suo corpo perché gli fosse permesso ostentarlo poi su una passerella; lordava il nome della mia città. E Trabacchi, con le sue stupide storie inventate, dava una immagine sbagliata di tutto… E io, ho semplicemente fatto un po’ di pulizia, facendo trovare i loro corpi là dove era comunque previsto che andassero. Anticipare l’inevitabile non è un male, ma una soluzione sociale.”

 
Nereo Trabacchi
 

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