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“Si può e si deve fare”. Una serata tra testimonianze e arte per la donazione degli organi foto

A Villa Raggio serata incentrata sulla donazione degli organi, fra momenti di arte e testimoninaze di vita

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“Quando mio figlio si è ammalato, e poi in seguito è subentrata l’insufficienza renale, la prospettiva del trapianto si è fatta concreta. A quel punto non ho avuto dubbi, mi sono offerta come donatrice. Per fortuna tutti i test hanno dato esito positivo e così ho donato il rene. Mio figlio oggi è guarito, al punto che mi ha regalato una nipotina, Giulia. Sul mio corpo non c’è alcun segno e la mia vita è ripresa come prima. Donare è una cosa molto bella, una risorsa che mi accompagnerà per tutta la vita”.

Mentre la mamma di Paolo ripercorre, emozionata e orgogliosa, la sua storia, il figlio è in sala, seduto ad ascoltare insieme a tanta gente, venuta a Villa Raggio, nel centro di Pontenure, giovedì sera per partecipare ad un incontro bello, intenso e vissuto in equilibrio tra lacrime e sorrisi.

Organizzato dal comitato “Una scelta consapevole”, che opera da 30 anni a Piacenza per promuovere e far conoscere l’importanza dei trapianti di organi, l’appuntamento ha visto alternarsi testimonianze di vita, letture, canzoni e sequenze di immagini tratte da film, tutte descrittive delle diverse situazioni che hanno al centro l’atto e il significato del donare.

Dopo il saluto del sindaco Angela Fagnoni, il dott. Franco Fontana ha introdotto il tema dell’incontro: “La serata ha lo scopo di parlare di donazione di organi. Vi sono malattie gravi, croniche, in presenza delle quali l’unica possibilità di guarigione è costituita dal trapianto. Ciò comporta la necessità di reperire l’organo da trapiantare al paziente, in sostituzione di quello malato. La disponibilità potenziale di tale organo, nella maggior parte dei casi, si manifesta in occasione della morte di una terza persona”.

Per il personale medico rivolgersi ai familiari del deceduto, che stanno provando dolore e sofferenza per la sua scomparsa, al fine di ottenere l’assenso all’espianto di un organo è un momento molto delicato, soprattutto perché effettuato nei momenti immediatamente successivi al decesso. “Il 33% della popolazione – continua Fontana – nega questa disponibilità. E’ un dato che fa riflettere e sul quale occorre intervenire attraverso un’opera di informazione e sensibilizzazione, soprattutto se si considera che il 30% delle persone che hanno necessità di un trapianto di cuore, polmone, fegato o altro organo vitale muore durante il periodo di attesa”.

Scorrono alcune immagini tratte dal film “Tutto su mia madre” di Pedro Almodovar e poi altre da “John Q” di Nick Cassavetes, che mostrano le condizioni drammatiche nelle quali si possono trovare i genitori di un bambino cardiopatico, privi di assicurazione medica, negli Stati Uniti. Poi imbraccia la chitarra proprio Paolo Stabellini, per regalare, a sua mamma e ai presenti, una toccante versione di “Imagine” di John Lennon.

E’ la volta di Alessandra Franchi, docente presso l’Istituto comprensorio di Cadeo e Pontenure, che racconta la sua esperienza personale: “Sono stata operata cinque anni fa. Ho sofferto sin dalla nascita di una malformazione al rene, che poi mi è stato asportato all’età di 28 anni. Quando poi anche l’altro rene si è ammalato ho iniziato il trattamento di dialisi, quella peritoneale, da farsi a casa tutte le sere. E’ così che mi sono guadagnata, tra i miei amici, il soprannome di “Cenerentola”, perché, ovunque fossi, ad una certa ora dovevo volare a casa. L’organo è arrivato dopo 4 anni e mezzo, la chiamata è arrivata l’antivigilia di Pasqua, dall’ospedale di Bologna. Panico, agitazione, ma anche tristezza e sofferenza al pensiero di chi, rimanendo vittima di un incidente, stava garantendo a me l’occasione di tornare a sperare e a vivere. Oggi sto bene, prendo un sacco di farmaci, che mi danno tremori e a volte malessere, però da allora non sono più legata ad una macchina”.

Chiosa Franco Fontana: “30 anni fa un paziente non parlava così, allora erano molto più frequenti le crisi di rigetto e altre conseguenze spiacevoli. I trapianti si fanno oggi nei paesi occidentali e in quelli dotati di strutture sanitarie con alti livelli di tecnologia avanzata. Nell’altra parte del mondo il trapianto, purtroppo, non si fa”. Maurizio Matrone e Mila Boeri danno poi voce ad alcuni passi tratti dal libro “Chiedo scusa” di Francesco Abate e dal diario di Maria C., sottoposta felicemente a trapianto a Bruxelles e oggi madre di Claudio, un sorridente ragazzone di nove anni

Un’altra testimonianza che emoziona i presenti è quella di Rossella Novello: “28 agosto 1997, tempo di vacanze, in un giorno così un ragazzo ha perso la vita in un incidente tragico e inspiegabile. Sono trascorsi 15 anni, da allora non sono più attaccata alla macchina per la dialisi, la mia vita è cambiata, senz’altro in meglio, ma non ho mai smesso di pensare a lui”.

Prima dei saluti da parte di Doriana Freghieri, rappresentante dell’Aido, c’è ancora tempo per un sorriso, con alcune delle sequenze dell’indimenticabile film di Mel Brooks “Frankenstein Junior”, introdotto da Piero Verani, presidente dell’associazione Cinemaniaci, che ha contribuito all’organizzazione delle serata. “Si può fare!”, grida Gene Wilder, quando si accorge che gli sforzi per ridare vita alla sua creatura hanno avuto successo, e la stessa esclamazione “si può e si deve fare” sale dai racconti e dalle testimonianze, anche dure e difficili, che hanno scandito la serata di Pontenure dedicata ai trapianti e che una platea molto attenta e partecipe ha senz’altro raccolto e condiviso.

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