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Economix: Manager, meglio se sopra i 50 anni di età

Noi italiani, ormai “immersi” in ogni tipo di paradosso, viviamo in un Paese dove vige la gerontocrazia, ma siamo pronti a rottamare gli “almostfifthy”, al grido di un ipocrita “largo i giovani”, che rappresentano, infatti, la parte più soggetta alla disoccupazione di lungo periodo

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Nella società israeliana le persone overfifthy, tanto per usare un inglesismo, che in questi casi ci sta sempre bene, sono ritenute una risorsa. Da uno studio realizzato da tre ricercatori dell’Università di Haifa, emerge che per un manager la maggior “vitalità” nel lavoro, e per vitalità intendasi “capacità e competenza”, si ha tra i 50 e i 59 anni di età, con un picco a 57, quando l’energia mentale, il vigore fisico, e soprattutto l’esperienza, danno ancora – e riterrei doveroso omettere l’avverbio di tempo – il meglio di sé.

Il dato è la risultanza di una ricerca effettuata su un campione di 545 manager di diverse fasce di età e impiegati presso aziende pubbliche e private attive nel campo dell’high tech, dell’industria e delle infrastrutture.

Se devo essere sincero, e mi rendo conto di non essere in linea con le cosiddette “politiche aziendali” – e non solo – ritenevo, che non dovesse essere necessario realizzare una ricerca di questo tipo, per giungere a questa consapevolezza. Ma purtroppo commetterei un grave errore di valutazione.

Non dobbiamo dimenticare che noi italiani, ormai “immersi” in ogni tipo di paradosso, viviamo in un Paese dove vige la gerontocrazia (in ogni ambito e livello della vita pubblica e privata), ma siamo pronti a rottamare gli “almostfifthy” (perdonatemi l’improbabile inglesismo che starebbe per i quasi cinquantenni), al grido di un ipocrita “largo i giovani”, che rappresentano, infatti, la parte più soggetta alla disoccupazione di lungo periodo.

Per gli altri Paesi a capitalismo avanzato la questione è diversa. I ricercatori israeliani hanno in effetti rivoluzionato il concetto su cui si basano molte politiche aziendali, che vedono preferire dirigenti più giovani contando sulla loro freschezza fisica, sulla loro maggiore elasticità, e su un minor costo delle prestazioni.

Ma che cosa si evince dalla ricerca ? Che la “vitalità” nel lavoro aumenta in modo direttamente proporzionale alle risorse personali che si hanno a disposizione per il raggiungimento degli obiettivi. L’esperienza e le competenze acquisite ne sono la forza propulsiva.

“La nostra ricerca mostra che se ai manager si danno gli strumenti per migliorare, la vitalità lavorativa incrementerà il grado di soddisfazione, favorirà la nascita di creatività e aiuterà l’innovazione. Questa cosa dovrebbe essere una priorità per tutte le aziende”, hanno detto i tre ricercatori, sottolineando che per “vitalità professionale” si intende l’abilità che un manager ha nel dedicarsi al proprio lavoro con “passione, vigore e competenza”, e al tempo stesso – come detto – ottenerne una forte soddisfazione. E tale vitalità professionale, appunto, si registra in età matura, per poi calare anno dopo anno nel decennio successivo.

Che dire? Da quasi cinquantenne, io mi fiderei di quanto emerso dalla ricerca dell’Università di Haifa. D’altronde si sa che gli israeliani, hanno ottime imprese ed ottime università, che, tra l’altro, cosa che potrebbe sembrare molto strana a noi “italici”, riescono a collaborare creando innovazione ed eccellenze a livello globale.

Impariamo gente.
Andrea Lodi (economix@piacenzasera.it)

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