Libri, il pagellone 2012 di Gabriele Dadati 

Lo scrittore e editor piacentino Gabriele Dadati ha preparato per i lettori di PiacenzaSera.it il pagellone del 2012, i migliori 10 libri usciti in corso d’anno. Letture da recuperare o da ... regalare. 

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Lo scrittore e editor piacentino Gabriele Dadati ha preparato per i lettori di PiacenzaSera.it il pagellone del 2012, i migliori 10 libri usciti in corso d’anno. Letture da recuperare o da … regalare. 

10

Laura Pugno, La caccia (Ponte alle Grazie)
Il nuovo romanzo di Laura Pugno non è forse il suo migliore (continuiamo a preferire Sirene, Einaudi 2007 e Quando verrai, minimum fax 2009) e tuttavia, be’, è un romanzo di Laura Pugno, vale a dire la detentrice della prosa più cristallina della letteratura italiana d’oggidì. Il tema di questo libro (la scompara di un uomo tra i monti selvaggi, la ricerca condotta dal fratello che sa legarsi a lui telepaticamente) rimanda alla caccia metafisica che c’è nei versi de Il conte di Kevenhüller di Giorgio Caproni. La meta non è il ritrovamento, ma la caccia stessa.
 
9
William Faulkner, Poesie del Mississipi (Transeuropa)
Finora inedito in Italia, questo drappello di poesie compare nella traduzione – molto ben condotta – di Vanni Bianconi, con una nota solidale di Marco Missiroli in cima. Alla piccola Traseuropa di Massa il merito della riscoperta. Qui il grande romanziere è meno corrusco, e meno interessante, che nella sua prosa, ma va comunque letto e meditato. “Sei stata la primavera intera, e maggio e giugno / nella tua carne germogliavano più splendidi, ma oppresso / è l’anno di pioggia ora e morti sole e luna, / e l’intero mondo è buio, O bellissima”.
 
8
Alessandro Zaccuri, Dopo il miracolo (Mondadori)
Alessandro Zaccuri è uno scrittore colto ed elegante. Autore tra le altre cose de Il signor figlio (Mondadori, 2007), romanzo di materia leopardiana, col suo nuovo libro si fa carico di un tema grosso e inattuale e bellissimo: possono ancora avvenire, oggi, i miracoli? E se sì, come si fa ad accettare di essere il tramite di un miracolo? Quando questo ci spaventa o, al contrario, fanaticamente ci esalta? Una meditazione cristiana mai banale, che ci mostra come non c’è un prima e un dopo della fede, ma tutto continua a essere sempre.
 
7
Murakami Haruki, 1Q84 (Einaudi)
Pubblicato in due distinti volumi – il primo, 722 pagine, nel 2011 e il secondo, altre 395, quest’anno – 1Q84 è stato accolto, o volutamente segnalato, come il capolavoro di questo scrittore molto amato. Se un capolavoro è un libro di gran mole, articolato, coi suoi alti e i suoi bassi, che tocca le varie corde, come qualcuno sostiene, 1Q84 è il candidato ideale, all’interno della produzione di Murakami, al podio. Qualche smagliatura di troppo qua e là, ma che l’autore si sia sopportato così a lungo è già encomiabile.
 
6
Alessandra Sarchi, Violazione (Einaudi)
Violazione è la storia di un abuso edilizio, e di una malintesa volontà da parte dell’uomo di averla vinta sulla natura. All’apparenza va tutto bene, si tratta solo di affari di compravendita immobiliare, ma sotto lavora il morso della sopraffazione e della disonestà. Vincitore del Premio Volponi, il primo romanzo di Alessandra Sarchi gode di una bella prosa internazionale, che mostra come l’autrice abbia letto, e assimilato, e fatto propri, i migliori statunitensi.
 
5
Fausto Vitaliano, Era solo una promessa (Laurana Editore)
Ambientato negli anni di Tangentopoli, questo romanzo parla di un disgelo: quello della vita del trentenne Alex, fotografo per una rivista d’interni, che ha sempre vissuto appartato e che per lavoro si trova a fronteggiare i Neyroz, un’oscura e ricca famiglia provinciale. Tra affari, fantasmi e amori, Era solo una promessa è un esordio come ce ne sono pochi, scritto da un raccontatore di storie capace di architettare una partitura dolente e ironica, abissale e avvincente.
 
Matteo Galiazzo, Sinapsi (Indiana Editore)
Ci sono stati anni in cui Matteo Galiazzo, semplicemente, era “quello bravo”. Quello bravo tra quelli di Gioventù cannibale, perché aveva poi buttato fuori il romanzo Cargo (Einaudi 1999) notevolissimo in cui metteva in scena frattali e logaritmi e tensione all’infinito. Il tutto raccontando storie vere e proprie. Aveva prima fatto un libro di racconti, poi un altro romanzetto e infine aveva smesso di scrivere. Lasciando orfani tutti quanti di “quello bravo”. Sinapsi, nato dalla caparbietà di Matteo B. Bianchi, è la raccolta dei racconti dispersi negli anni d’oro su rivista. Siamo grati dell’impresa.
 
3
Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto (Ponte alle Grazie)
Arrivato secondo d’un soffio nella corsa al Premio Strega – con scorno e polemiche, e dichiarazioni e tutto quanto – questo nuovo libro di Trevi è un ibrido tra romanzo, saggio, memoriale e quant’altro, insomma: è un testo di prosa. Costruito attorno al centro nero di Petrolio di Pasolini, è portatore di un’onestà intellettuale difficile da sostenere a Roma: dice, per fortuna, che l’“io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno gli indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore” è qualcosa che ha a che fare più con lo sciamanesimo che non la costruzione intellettuale. E che la grandezza di Pier Paolo Pasolini, grazie a dio, sta da tutta un’altra parte.
 
2
Antoine Sénanque, L’uomo liquido (Barbès)
Ecco il caso di, be’, di un bel romanzo. Ben fatto, ben costruito, interessante per ambientazione ed esiti. Tutto quel che ci vuole, insomma, senza fronzoli e fuochi d’artificio. Il che è tantissimo, di questi tempi. Ambientato a Budapest nel 1938, parla di un impiegato di posta che comincia a sudare e suda sempre di più. E il suo sudore ha la stessa composizione dell’acqua di mare, contenendo inoltre frammenti d’alga. Com’è possibile? Le tappe con cui progredisce la sua strana patologia coincidono con tappe della storia d’Ungheria, con la connessione al Reich hitleriano e tutto quanto. Bello, bello.
 
1
Emmanuel Carrère, Limonov (Adelphi)
E poi arriva Carrère. Questo maestro della letteratura contemporanea è capace di un controllo raro sulla materia romanzesca, che è sempre fatta di vita vera e di vita fantastica, secondo strutture ed esiti mai banali. Inoltre, Carrère è il felice detentore di un’etica della narrazione, di un rispetto della vita e della materia, che ce lo fanno stimare al di là dell’esito estetico. Quindi, in fin dei conti, cosa sia e come sia fatto Limonov importa fin lì. Basta che sia un Carrère in splendida forma. 
 

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