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Musica, arriva il pagellone di fine anno di PiacenzaSera.it

La top 25 del 2012 per Giovanni Battista Menzani. 

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Ecco i venticinque migliori dischi del 2012 per Giovanni Battista Menzani. 

25
BEACH HOUSE – Bloom

I trionfatori del pagellone 2010 tornano con un album tirato a lucido, senza sbavature. All’epoca l’avevamo un po’ schifato, bollandolo come noioso.
Smarrita la vena dark che aveva tanto impressionato in passato, avevamo scritto, i due abbracciano un dream-pop etereo e immaginifico. E tuttavia, fatta la tara dei difetti, nel contesto di un’annata tutt’altro che straordinaria possiamo anche ripescarli, senza troppi scrupoli.
E sia.

24
SPIRITUALIZED – Sweet Heart Sweet Light

Un flashback sulla stagione irripetibile del noise dei primi anni ’90.
I britannici Spiritualized di Jason Pierce, pur senza tradire la loro ispirazione space, abbassano il volume degli amplificatori e danno alle stampe un disco di delicate ballate (Freedom, Life Is A Problem) e di quei caratteristici loop ripetitivi e ossessivi che da sempre li contraddistinguono (che poi bisognerebbe scriverla la storia di questi loop, da Sister Ray al kraut di Can – ascoltare Mary – e Faust, dai Feelies agli Stereolab).

23
TINDERSTICKS – The Something Rain

Un’altra grande band, i Tindersticks, da Nottingham, sembra da qualche tempo aver ritrovato lo smalto degli esordi. Anche questo The Something Rain – bel titolo, splendida cover – non delude le aspettative. La voce cavernosa e rauca di Stuart Staples, ormai vecchio crooner imbottito di alcol e fumo, sa come valorizzare le eleganti e malinconiche canzoni d’amore (A Night to Still, Come Inside, la bellissima Medicine); e c’è anche spazio per l’elettronica (This Fire of Autumn e Frozen, l’altra perla della raccolta).

22
STAFF BENDA BILILI – Bouger Le Monde!
BALLAKE’ SISSOKO – Humbling Tides

Ho chiesto a J, il nostro esperto di musica dall’etnomondo, di darmi qualche consiglio per il pagellone. Subito un nome al volo: Staff Benda Bilili, la sua risposta. Con tanto di link a Osali Mabe. Poi il silenzio. Nuovamente sollecitato, l’espertone ha scritto: Il disco di Ballaké Sissoko è molto bello. Fantastico è un EP di una coppia pazzesca, Lansine Kouyate e David Neerman, si intitola Noirlac. Però sono indietro come la coda del gogno, sto per rilasciare la mia classifica 2011, fate voi.

21
ORBITAL – Wonky

Un altro fratello del pop, ovvero Gigi1972, sceglie in ordine sparso Bruce Springsteen, Neil Young, il redivivo Bob Mould (Husker Du e Sugar) e il ritorno – molto Marvin Gaye, dice lui (e noi ci fidiamo, perché non lo abbiamo ancora ascoltato) – di Cody Chestnutt.
Ma il disco più bello dell’anno, dice sempre lui, è l’ultimo Orbital, a livello delle migliori cose prodotte dal duo britannico nei ‘90, i tempi dell’epocale In Sides.
E noi ci fidiamo di nuovo.

20
PERFUME GENIUS – Put Your Back N 2 It

Perfume Genius è lo pseudonimo di Mike Hadreas, da Seattle.
Cantautore dalla vena intimista e tormentata, in questa sua seconda opera mostra maggiore maturità rispetto all’esordio, in bilico tra Antony e Rufus Wainwright.
Si è parlato di lui a causa del video di Hood, nel quale ha recitato un noto attore gay porno, ma merita maggiore considerazione per la sua musica e le sue canzoni, tra le quali Normal Song e Dark Pants, che narra delle violenze subite dalla nonna a opera del marito (I will take the dark parts of your heart into my heart).

19
DAMON ALBARN – Dr. Dee

Dai tempi della guerra mediatica Blur vs Oasis, Damon è cresciuto assai.
Questo Dr. Dee è un’Opera di pop contemporaneo, ispirata alla vita di John Dee (1527-1608), matematico, filosofo ed enigmatico consigliere di Elisabetta I d’Inghilterra.
Nelle diciotto tracce troverete di tutto e di più: citazioni di musiche classiche e reminiscenze folk-prog, bozzetti sixties e arrangiamenti orchestrali, arie da musical e strumentali pomposi, ballate delicate e cori medievali.
Forse a tratti stucchevole, certamente ambizioso, nel complesso un ascolto intelligente.

18
MOSS – Ornaments

Quanta buona musica dall’Olanda…
I Moss, da Amsterdam, al terzo album, sono autori di un pop-rock sofisticato e assai gradevole. Poco più di quaranta minuti per undici brani scritti bene, davvero bene, tra i quali spiccano l’opener I’m Human, eterea e sfuggente, Tiny Love, che è stata accostata ai Beach House e ai Fleet Foxes, poi The Hunter, tra i primi Placebo e il krautrock anni ‘70, e infine Almost a Year e What You Want, che sfodera un riff di chitarra semplice e tuttavia irresistibile, un singolo che avrebbe anche potuto sfondare.
Anche.

17
SWANS – The Seer
GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR – ‘Allelujah! Don’t Bend! Ascend!

Al numero 17 un duo gothic-dark di lunga militanza.
Ci sono infatti quelli che tornano – dopo anni o dopo decenni – anche se nessuno ne sentiva la mancanza. Quante inutili reunion di bands stanche e imbolsite.
E ci sono quelli che tornano e, invece, tanto di cappello.
Una straordinaria band degli anni Ottanta (i newyorchesi Swans) ci incanta di nuovo con le sue atmosfere cupe e tenebrose, pur sdrammatizzate da una vena folk; grande anche il doppio album dei canadesi Godspeed You! Black Emperor, tra i principali protagonisti della scena post-rock.

16
CLOUD NOTHINGS – Attack On Memory

Prodotti dal celebre Steve Albini (Rapeman, Big Black, Shellac), propongono in avvio – con l’inquietante nichilismo di No Future No Past – un revival della stagione del post-rock americano (Slint, Codeine) e con lo strumentale Wasted Day dell’epopea dell’etichetta Dischord di Chicago (Fugazi), per poi orientarsi verso un power-pop raffinato, in particolare con tre-quattro pezzi molto belli, in territorio hardcore Usa anni ’80-‘90: Our Plans, Fall In e Cut You.
Una delle sorprese più piacevoli dell’anno.

15
FIRST AID KIT – The Lion’s Roar

Due giovanissime sorelle svedesi – Johanna è del ’90, Klara addirittura del ’93 – dal look hippy e stravagante (vedi i vestiti floreali e svolazzanti della bucolica copertina) e apprezzate da star come Jack White e Patti Smith. Il loro è un folk classico, con venature roots, blues e country; le stelle polari sembrano essere Johnny Cash, Joni Mitchell e Joan Baez. E Neil Young. Oppure Nick Drake.
Malinconia sottile e irresistibile.

14
ALT J – An Anesome Wave

Il folk-pop che propongono gli Alt-J – il nome deriva dal comando Mac per ottenere la lettera greca delta, ma non su tastiera italiana – è destrutturato e contaminato. Non hanno raccolto solo consensi: li hanno definiti sbadati, impazienti e complessi; oppure troppo pieni, confusi ed elaborati. Eppure, lo sguardo è ampio e disincantato: si va dall’elettronica (Tessellate) al soul, ci sono Stop & Go e cori a cappella, Fleet Foxes e Radiohead, Wild Beasts e Django Django.
Post-tutto.

13
FLYNG LOTUS – Until The Quiet Comes

Tanta buona elettronica anche nel 2013 (Redshape, John Talabot, Grimes – questi ultimi forse un tantino sopravvalutati), noi andiamo sul sicuro con l’ennesimo capolavoro di Flying Lotus.
Etereo e rarefatto, anche se questa volta più terreno.
Cameo di Thom Yorke.

12
FRANK OCEAN – Channel Orange

Immerso nel torpore tipico della stagione autunnale, il recensore ha passato un paio di settimane ad ascoltare solo questo album: pensava fosse una cosa grave, poi ha scoperto che la Next Big Thing della scena dubstep americana – che in questo momento è molto cool, e di fatti è in cima a tutte le classifiche di fine anno – ha fatto un duetto con Bon Iver, e un po’ si è rassicurato.
Pyramids, glam ed ecletticamente kitsch, è uno dei pezzi dell’anno.

11
THE MOUNTAIN GOATS – Transcendental Youth

Le capre di montagna di John Darnielle sono sulla breccia da ormai 20 anni e 14 album.
In questo Transcendental Youth c’è spazio per arie più solari e gaudiose, complice una sezione fiati in primo piano nel bel singolo Cry for Judas e in brani come Night Light, The Diaz Brothers o nella opener track dedicata a Amy Winehouse, ovvero Amy aka Spent Gladiator 1. Anche se non mancano malinconiche ballate pianistiche come White Cedar e In Menory Of Satan.

10
FRANCESCO GUCCINI – L’Ultima Thule

Un epitaffio. Una sorta di testamento artistico e spirituale. Un addio alla musica che è, si può dire, un commiato da un mondo non è più il suo mondo, da un mondo che lui non ha mai amato troppo, così lontano dai quei suoi clichè (per usare parole sue).
Che magnifiche, le sue rime. Lievi e profonde, colte e raffinate. Così dentro alla vita. Con qualche ansia, ma senza amarezze o veleni. Ingeneroso è confrontare le sue parole con quelle, sciatte e senza forza, di gran parte del pop nostrano: chi userebbe periodi come “il fiume muglia laggiù in fondo”, “figurano un presepio di maniera” oppure “prendendo a gabbo ipocriti e bigotti”?

9
LEONARD COHEN – Old Ideas
BOB DYLAN – Tempest

E invece questi sono come il nonno della famosa barzelletta, quello che non moriva mai, cazzo, quello che “abbiamo dovuto finirlo a fucilate”.
“Vecchie idee” alle nostre orecchie suonano come l’ennesima dimostrazione dell’innata classe del cantautore canadese, della sua scrittura raffinata, del suo senso della misura e infine del suo humour nero e malinconico. Lasciati da parti gli arrangiamenti orchestrali (pomposi), Cohen (age:77) ritorna alla scarna e tenebrosa semplicità degli esordi.
E poi c’è Dylan.
Dylan è Dylan, non si discute: il più grande di tutti. Un autentico monumento nazionale.
Blues, folk e country suonati in modo impeccabile, senza sbavature o eccessi o forzature; persino la sua voce rauca e spigolosa risulta più accessibile. Qualche ben informato sostiene che questo sarà il suo canto del cigno – come per Guccini, l’allievo tra la via Emilia e il West…. – e il vecchio Zimmerman (age:71) sembra rendergli la vita facile spargendo in tutti i pezzi riferimenti alla vecchiaia e alla morte. Le canzoni sono permeate da una grande intensità, quasi religiosa, e un’atmosfera dark e spettrale pervade l’intera opera.
Nudi alla meta.

8
JAPANDROIDS – Celebration Rock
THE MEN – Open Your Heart

Due album di rock duro e puro, immediato e veemente: come Dio comanda.
Il duo di Vancouver esegue una lettura neppure troppo complicata di Replacements, Gun Club (dei quali rifanno For the Love of Ivy) e Husker Du. E dici poco.
I Men suonano come potrebbero suonare i Foo Fighters, se questi ultimi fossero più bravi. La band di Brooklyn propone un grande garage-punk, tinto con venature acide e psichedeliche e vaghi accenni surf. Ai riferimenti di cui sopra, noi aggiungiamo Meat Puppets, Violent Femmes e Buzzcocks.
Per noi, meglio dei più celebrati Metz.

7
MARK LANEGAN BAND – Blues Funeral
Un altro grande maestro del blues del nuovo millennio.
Blues Funeral è un grande disco, opera di una fantastica voce rock. Al livello, eccezionale, dei suoi primi, indimenticabili, lavori solisti – post Screaming Trees.

6
TOY – Toy
Stavamo ormai scrivendo che la scena britannica è inesorabilmente in crisi (male, malissimo Muse e Vaccines, malino Bloc Party), quando Paulette – il nostro esperto da London Town – ci segnala questo strepitoso debutto dei Toy. Dei nuovi confesso un debole per i Maccabees, dice infatti, una segnalazione forse la meritano. Ma la roba più fucking english è però quella dei Toy, tra gli Smiths e lo shoegaze.
E in effetti è una collezione impeccabile di canzoni dalla struttura semplice, ma irresistibili.

5
GRIZZLY BEAR – Shields

Da New York city, una delle migliori bands in circolazione.
Dopo l’osannato Veckatimest, ecco Shields, altra raccolta di brani magnifici, sospesi tra un romanticismo leggero e un’anima inequivocabilmente indie.
Arduo stabilire una gerarchia nella scaletta: costretti, scegliamo il singolo Yet Again, poi A Single Answer, Speak in Rounds, Half Gate, The Hunt.

4
AFTERHOURS – Padania

Le recenti polemiche su una presunta svolta pop e di cedimento al mainstream, come anche le accuse di tradimento da parte dei fan della prima ora, paiono qui lontane anni luce: Padania è infatti un disco di rock ruvido, urgente e ispirato come agli esordi. Tutt’altro che di facile ascolto.
Un panorama desolante e spietato, quello della loro (nostra) Padania. Una landa desolatamente in declino, disillusa e incattivita, disorientata e senza prospettive. Triste e gelida come la cover dell’album, con un cancello solitario e arrugginito nella neve fradicia.
Un grande disco, che fa arrossire alcune band italiane recentemente sponsorizzate dalla critica specializzata.
Per ribadire chi sono, qui da noi, i fuoriclasse autentici.

3
JACK WHITE – Blunderbuss
La metà maschile degli White Stripes, reduce dalle esperienze con Dead Weather e Raconteurs, tenta la carta solista ed è davvero un bel regalo. Jack, al secolo John Anthony Gillis, suona una musica semplice e diretta, quella che meglio conosce, figlia del blues del Delta. E lo fa da Dio.
Con una voce che sembra Robert Plant, e un sound sporco e spigoloso.
E’ proprio un gran bel figlio di puttana.

2
TAME IMPALA – Lonerism

Questa strepitosa band di Perth, Australia, irrompe tra gli alfieri della nuova psichedelia. Una miscela entusiasmante di Flaming Lips, space-rock, Cream, Jefferson Airplane; e poi Lennon, i Beatles di Sergent Pepper e di Tomorrow Never Knows; testi claustrofobici e introspettivi, sul tema della solitudine. Ecco come si presentano loro stessi: Rock band hypno-groove dal continuo fluire psichedelico che enfatizza una melodia onirica.
Molti i brani da ricordare: Feels Like We Only Go Backwards, la ballata Sun’s Coming Up, Nothing That Has Happened So Far Has Been Anything We Could Control, i singoli Apocalypse Dreams ed Elephant; soprattutto quest’ultimo, con un riff hard-blues stile Black Sabbath, è assolutamente contagioso.

1
FIONA APPLE – The Idler Wheel Is Wiser Than the Driver of the Screw and Whipping Cords Will Serve You More Than Ropes Will Ever Do

Sul gradino più alto del podio ci troviamo questa bella e tormentata fanciulla, ex enfant prodige della scena newyorchese, che torna dopo un lungo silenzio – quasi sette anni – con un album dal titolo al solito impronunciabile, e di fatto anche intraducibile.
Opera tormentata e fragile, tesa, scarna ed emozionante.
Assolutamente senza compromessi, lontanissima dal mainstream e dalla pressione dei media, che pure all’epoca del suo esordio si erano parecchio occupati di lei, non fosse altro per il drammatico stupro subito all’età di dodici anni che ha ovviamente influenzato – e non poco – la sua arte.
The Idler Wheel… è la conferma della sua bravura e del suo innato talento.
E, per noi, disco dell’anno per il 2012.

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