I commercianti dal prefetto. “In nove mesi oltre 400 negozi chiusi” foto

Nella giornata di mobilitazione a livello nazionale. Una delegazione ha incontrato il prefetto Antonino Puglisi al quale sono state consegnate simboliche chiavi in nome delle oltre 400 imprese che da gennaio a settembre 2012 hanno cessato la propria attività. 

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Chiavi come simbolo delle imprese che hanno dovuto chiudere i battenti. Le ha consegnate una delegazione di commercianti piacentini al Prefetto Antonino Puglisi nella giornata di mobilitazione a livello nazionale promossa da Confcommercio: l’obiettivo era quello di mettere in risalto le problematiche sui temi di fisco, lavoro, burocrazia, infrastrutture credito.

“Il 2012 rappresenta uno degli anni in assoluto più negativi per il terziario – ha affermato il direttore dell’Unione commercianti Giovanni Struzzola – e la manifestazione che abbiamo organizzato vuole sensibilizzare il Governo su un fenomeno che colpisce tutto il Paese. Una serranda che non si alza più fa meno effetto di una fabbrica, ma il danno c’è lo stesso. Nei primi nove mesi sono state chiuse oltre 400 attività commerciali: siamo molto preoccupati perché con il ventilato aumento dell’Iva nel luglio 2013 i consumi si abbasseranno ulteriormente”. (Nella foto il Prefetto mentre riceve i commercianti). Come segnale di adesione alla iniziativa, i commercianti piacentini hanno spento le luci delle loro vetrine dieci minuti prima della chiusura serale dei negozi.

LA MOBILITAZIONE – “L’iniziativa – ha spiegato Antonio Resmini, vice-presidente dell’Unione commercianti – nasce dalla preoccupazione per le politiche che sono state messe in atto e per la situazione odierna. Ci sono tanti problemi a cui il futuro governo dovrà mettere mano, dal cuneo fiscale, alla ripartizione delle tasse e prendere seriamente in considerazione i temi di supporto alla piccola e media impresa”.  “A differenza dei commercianti – ha proseguito – la speculazione finanziaria, grande male dell’economia, non viene quasi tassata. Anche le banche hanno avuto le loro colpe, dovevano usare i finanziamenti per agevolare mutui e di conseguenza l’edilizia liberando allo stesso tempo i consumi, e agevolare le imprese con tassi convenienti”.

In mattinata un momento di incontro con parlamentari e personalità politiche in collegamento streaming con il presidente Sangalli, prima dell’incontro con il Prefetto. Come è stato precisato non si tratterà di una forma di protesta ma di un tentativo di sensibilizzazione verso il mondo della politica a temi che devono essere finalmente affrontati. Come segnale di adesione alla iniziativa, i commercianti piacentini spegneranno le luci delle loro vetrine dieci minuti prima della chiusura serale dei negozi. Proprio il presidente Sangalli dovrebbe essere a Piacenza il 4 febbraio. 


L’intervento di Alfredo Parietti: “Commercio e servizi, oltre 400 imprese chiuse nel 2012”
“E’ significativamente opportuno rilevare – osserva il Presidente dell’Unione Commercianti di Piacenza – Confcommercio Imprese per l’Italia, Alfredo Parietti – come a livello nazionale nei primi nove mesi dell’anno 2012 hanno chiuso i battenti oltre 216.000 imprese nel comparto dell’artigianato e nei servizi, mentre le nuove nate sono risultate poco meno di 150.000, un saldo a livello nazionale che registra un preoccupante meno settantamila unità.

Anche nel territorio piacentino i dati in nostro possesso evidenziano la drammaticità, la profondità e la durata della crisi in cui si trova ancora il nostro Paese. Una crisi che viene da lontano e rispetto alla quale ancora non si riesce a scorgere l’uscita dal tunnel. “Anche Piacenza – continua il Presidente Parietti – a fronte di 6.997 imprese nel settore commercio, di 2.078 imprese nel servizio di alloggio e ristorazione e di 6.880 imprese nel settore altri servizi, da dati forniteci dall’Ufficio Studi di Confcommercio su dati di Movimprese, risulta che le cessazioni di imprese prevalgono, per il periodo gennaio – settembre 2012, sulle nuove nascite, in particolare si registrano – 247 aziende nel comparto del commercio, – 48 nei servizi di alloggio e ristorazione e – 108 negli altri servizi, segnale preoccupante perché ad esse vanno aggiunte quelle cessate nell’ultimo trimestre 2012”.

“Una crisi che si è abbattuta soprattutto su quella parte d’Italia produttiva dell’economia dei servizi di mercato, del Terziario e dell’impresa diffusa che, vivendo prevalentemente di domanda interna, sta pagando il conto più salato. Sottolineo con orgoglio che le imprese che rappresento in questo momento di richiamo e di attenzione sono le imprese che operano là dove si crea ricchezza e nuova occupazione anche nei tempi di crisi: se però questo luogo viene indebolito o distrutto, vengono meno anche le prospettive di crescita per il Paese Italia”.

“Occorre partire da ciò, per una seria analisi perché se cessano le nostre imprese insieme ad esse un pezzo di sana economia muore e quindi muore anche il Paese. Le nostre aziende oggi continuano a danzare sull’orlo del baratro “grazie” ad una pressione fiscale di oltre il 56% per i contribuenti in regola, una burocrazia che richiede ad ogni impresa 120 adempimenti fiscali ed amministrativi all’anno ed un sistema del credito che nell’ultimo anno ha ridotto di 32 miliardi l’erogazione di finanziamenti alle aziende”.

“Detto ciò è importante reagire per evitare di continuare ad avvitarci in questa perniciosa spirale recessiva e muovere le opportune leve per tornare a crescere velocemente e da subito. E’ per questo che le imprese del terziario hanno deciso una mobilitazione con l’obiettivo di “invitare, persuadere ed obbligare la politica a fare una seria e reale riflessione, sul ruolo che le imprese del terziario possono avere per la ripartenza della nostra economia. Il nostro mondo, il mondo del commercio, turismo e dei servizi non ci sta ad essere considerato marginale”.

“Quello di oggi è, e vuole essere, un messaggio forte alla politica ed alla prossima legislatura, un messaggio da quel tessuto produttivo che, nonostante tutto, non si rassegna, non vuole tirare i remi in barca, lanciato dai comparti che hanno saputo mettersi in discussione ed hanno saputo innovare. Chiediamo perciò più attenzione non solo quando si parla di evasione ed elusione, chiediamo di aprire una nuova stagione di dialogo che metta al centro della politica economica, a prescindere dal Governo che si insedierà, le istanze di questo sistema di impresa. Chiediamo di essere ascoltati e siamo convinti che se vogliamo far rientrare l’allarme rosso del 2013 non possiamo aspettare che la crescita che cali dal cielo, ma dobbiamo costruirla da subito tutti insieme”.

“Per questo – conclude il Presidente Parietti nel pomeriggio di oggi verremo ricevuti in delegazione da S.E. Dott. Antonino Puglisi per esternare a lui, quale rappresentante del Governo, questo malessere che il territorio sta vivendo e per consegnargli una chiave quale simbolo e ricordo di tante, troppe imprese che hanno cessato la propria attività, impoverendo la città e la provincia di negozi non solo validi per l’aspetto commerciale ma altresì importanti per l’aspetto di servizio sociale e di presidio del territorio. Ai Colleghi commercianti, invece, chiediamo di dimostrare la loro adesione alle iniziative spegnendo le luci delle vetrine per 10 minuti dalle 18.50 alle 19.00. Noi non demordiamo e continueremo a fare la nostra parte e vorremmo veramente, questa volta dare un segnale di unità”.


L’intervento integrale di Carlo Sangalli 


Cari Amici,
prima di tutto, desidero, anzi desideriamo, esprimere il più sincero ringraziamento ai Presidenti, ai Direttori, e, in generale, a tutti coloro che, operando all’interno di Casartigiani, CNA, Confartigianato, Confesercenti e Confcommercio, si sono impegnati, con grande passione, per la riuscita di questa giornata di mobilitazione.
Grazie davvero, ad uno ad uno, a tutti Voi. Oggi si alza in Italia la voce di centinaia di migliaia di imprese per chiedere una svolta nella politica economica del Paese.
E’ la voce delle imprese e delle professioni del commercio, dell’artigianato, dei trasporti, del turismo e dei servizi di mercato che oggi, per la prima volta insieme, si mobilitano in tutta Italia per chiedere alle forze politiche di puntare sulla ripresa e di investire sullo sviluppo.

E’ una voce forte, determinata, responsabile, di gente abituata da generazioni a pagare di persona con il proprio lavoro, ad investire le proprie risorse, a costruire e gestire attività a servizio delle persone, delle famiglie, del territorio. E’ la voce di migliaia di imprenditrici ed imprenditori, che oggi, in ogni parte del Paese, hanno deciso di condividere, una volta di più, le ragioni profonde del nostro stare insieme.

Condividere, cioè, il convincimento che – come annotavamo fin dall’esordio del nostro manifesto fondativo – “il futuro del Paese è inscindibilmente legato alle piccole e medie imprese ed all’impresa diffusa, struttura portante della nostra economia reale”. Dunque, la nostra richiesta è, anzitutto, una richiesta di futuro.  Moltissimi dati statistici ci raccontano la durezza della crisi con cui l’Italia si sta confrontando. Ma vi è un “cronometro” che, a mio avviso, scandisce con particolare efficacia il tempo della più lunga ed aspra recessione dal dopoguerra: è il cronometro che segnala che, nel 2012, nel nostro Paese, ha chiuso un’impresa ogni minuto. Ecco, in fondo, basta questo dato a spiegare le ragioni della nostra giornata di  mobilitazione. Guardate, è vero, crisi e recessione non ci hanno fatto sconti e, in questi anni tante donne e tanti uomini del “popolo del fare impresa” hanno visto franare progetti di vita e possibilità di futuro. Ma noi siamo gente tosta: gente che lotta ogni giorno, gente che non demorde e che non tira i remi in barca. E siamo qui per dirlo tutti insieme ed a gran voce: senza impresa, non c’è futuro; senza impresa, non c’è salvezza dell’Italia!

Tutti insieme ed a gran voce: perché ce ne è bisogno nel tempo della campagna elettorale ed alla vigilia di una legislatura davvero decisiva. Decisiva per rispondere ai costi economici e sociali della grande crisi e per le scelte e le riforme utili a rimettere in moto crescita ed occupazione. Decisiva per le riforme istituzionali e per una rinnovata credibilità della politica.

Chiediamo futuro. E proponiamo di costruirlo muovendo dalle ragioni dell’economia reale: dalle ragioni, insieme, delle nostre imprese e del lavoro. Bene quindi aver messo in sicurezza i conti pubblici. Come un bene è stata la riduzione del costo del finanziamento del debito pubblico. Muovere da queste ragioni significa riconoscere che l’Italia e l’Europa tutta hanno anzitutto necessità di reagire all’avvitamento nella spirale tra disciplina fiscale ed aggravamento della recessione. Certo, mettere in sicurezza i conti pubblici e rafforzare la fiducia nei confronti dei nostri titoli di Stato era, ed ancora è, necessario. Ma le manovre correttive degli andamenti della nostra finanza pubblica – pari a circa 100 miliardi di euro e per circa due terzi fondate sul ricorso a maggiori entrate – concorrono alla caduta complessiva del Pil, secondo le stime di Banca d’Italia, per circa un punto tanto nel 2012, quanto nel 2013.

Ma, con il solo rigore al passo di carica non si va lontano. E senza crescita è, del resto, assai difficile far quadrare gli stessi conti pubblici. Dunque, è ora di portare alla ribalta delle decisioni politiche proprio le ragioni della crescita e dell’equità. Tenendo insieme – in Europa ed in Italia – dinamicità dell’export e tonicità della domanda interna,  politica industriale e politica per i servizi. Crescita ed equità in Europa: con l’avanzamento del progetto di una compiuta Unione economica e politica, che sospinga investimenti in infrastrutture ed innovazione, in capitale umano e sociale. Crescita ed equità in Italia: attraverso l’avanzamento celere dell’intero cantiere delle riforme economiche e sociali per affrontare la crisi di produttività e di competitività del nostro Paese. Nel corso degli ultimi dieci anni, si è troppo spesso rinviata la soluzione di questi nodi.

E il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’Italia è oggi un Paese  più povero, in cui il PIL ed i consumi pro capite hanno fatto un balzo all’indietro di circa quindici anni. Per questo, chiediamo alla politica di non mettere “in liquidazione” le imprese. Guardate, sappiamo benissimo che molto dipende anche dalla capacità e dalla responsabilità del mondo delle imprese e del lavoro di cooperare per generare cambiamento ed innovazione. Ma – diciamocelo chiaramente – è altrettanto evidente che il ruolo della politica resta determinante: tanto per la risposta alle emergenze, quanto per la costruzione di un futuro diverso e migliore.

Che poi è il ruolo – voglio dire – di una  buona politica, che sceglie di misurarsi sul terreno dell’etica pubblica, della sobrietà dei costi, della credibilità: il terreno cioè di una comune responsabilità repubblicana. E’ una responsabilità preziosa, questa della buona politica, per fare dell’Italia un Paese normale. Un Paese normale in cui, ad esempio, fare impresa non significhi né la quotidiana odissea dello scontro con una burocrazia barocca e miope, né l’estenuante ricerca di un credito bancario sempre più difficile da ottenere.

Un Paese normale: in cui fare impresa non significhi dover scontare i tempi biblici di pagamento delle pubbliche amministrazioni, facendo comunque    puntualmente fronte ad una mole di tasse, che, per il contribuente in regola, sono arrivate oggi al 56 per cento circa di pressione fiscale complessiva. Un Paese normale: dove fare impresa significhi, invece, avere certezza del diritto, cioè legalità e una giustizia civile tempestiva; significhi disporre di infrastrutture e servizi pubblici efficienti; significhi costi energetici secondo standard europei.

Un Paese normale: un Paese, quindi, che consideri le sue piccole e medie imprese e l’impresa diffusa una risorsa da accompagnare lungo il percorso del cambiamento, dell’innovazione e della crescita e non come una “marginalità” da superare. E’ questo il Paese che chiediamo e per cui lavoriamo: un’Italia che scelga di valorizzare la sua cultura ed il suo turismo, il suo territorio e le sue città, le filiere del made in Italy e la green-economy,  il suo Mezzogiorno per costruire occupazione. In particolare, lo voglio dire con forza, occupazione per le donne ed i giovani. La nostra richiesta – la richiesta di un Paese normale – si rivolge, dunque, alla politica.

Ed è una richiesta esigente e severa. Esigente, perché vogliamo vedere i programmi elettorali e misurarli sulle esigenze tanto delle imprese che rappresentiamo, quanto degli interessi generali dell’Italia.  

Ma è anche una richiesta severa, perché non ci accontentiamo né di promesse, né di sogni e diffidiamo di ogni scorciatoia. Ed a chi ci chiede cosa siamo disponibili a dare in cambio di questa politica rispondiamo che noi ogni giorno diamo all’Italia lavoro, occupazione, stabilità economica e coesione sociale, prodotti e servizi che ampliano ed arricchiscono il mercato, investendo e pagando di persona. E diciamo anche che noi non chiediamo privilegi ma opportunità e strumenti per tornare a crescere. Alla politica chiediamo, perciò, parole di verità sui tempi ancora difficili che ci attendono. Chiediamo impegni  puntuali e  coerenza di azione. Siamo gente concreta: sapremo valutare e distinguere. E, se anche siamo ancora in periodo di saldi, su questo di sconti non ne faremo a nessuno!

Le nostre richieste, del resto, sono chiare. E si ritrovano nel documento che abbiamo voluto titolare “Le nostre ragioni”. Sono le ragioni dell’avanzamento di una sorta di vera e propria “chirurgia ricostruttiva” della spesa pubblica e dell’azione di contrasto e recupero di evasione ed elusione come condizioni per la progressiva riduzione della pressione fiscale. Un livello record di pressione fiscale che fiacca, indebolisce drasticamente investimenti e consumi. E che ci fa chiedere la definitiva archiviazione di un ulteriore incremento dell’IVA. Sarebbe solo un’ennesima controproducente doccia gelata per la ripresa! Torno quindi alle “nostre ragioni”. Che sono poi le ragioni di decise dismissioni di patrimonio pubblico, a partire da quello immobiliare per abbattere il debito.

Sono, ancora, le ragioni di una complessiva razionalizzazione del perimetro della funzione pubblica. Sono le ragioni del migliore collegamento tra la scuola, l’Università ed il mondo del lavoro; del nuovo apprendistato e della formazione continua; della flessibilità governata e contrattata; del contrasto del lavoro nero e della riduzione del cuneo fiscale e contributivo sul costo del lavoro. Soprattutto, le nostre ragioni sono le ragioni della crescita qualitativa dell’impresa diffusa attraverso la crescita della produttività. Una crescita  che chiama in causa i percorsi di accesso al credito, all’innovazione, all’export ed alla   internazionalizzazione, nonché la costruzione delle aggregazioni di rete.

C’è tanto da fare. E tutto questo crea un importante spazio anche per Rete Imprese Italia per svolgere al meglio la sua missione associativa. Guai se veniamo meno a questo compito. Queste, in conclusione, sono le nostre ragioni, le nostre richieste, la nostra “visione” di quanto occorre per l’Italia. Ne faremo strumento di confronto con le forze politiche e con i candidati dei diversi schieramenti alla Presidenza del Consiglio. Diremo loro delle nostre ansie e delle nostre fatiche, ma anche della nostra fiducia in un’Italia operosa, che è abituata a lavorar duro, ogni giorno ed in ogni mercato, e che mantiene intatta la passione di fare impresa.

E’ l’Italia produttiva, è l’Italia che rappresentiamo, che non frequenta i salotti buoni e che non ha “santi in paradiso” e che dei “paradisi fiscali” neppure conosce l’indirizzo. E’ questa la nostra Italia: con solide radici e, proprio per questo, capace di resistere e di cambiare anche e soprattutto nei momenti più difficili. Al “popolo del fare impresa”, cioè a noi, è particolarmente cara l’esortazione del Presidente Napolitano a non limitarsi ad “invocare la crescita” e a riconoscere che, dice il Presidente,  “si può avere crescita soltanto attraverso una molteplicità di azioni pubbliche, di impegni di impresa, di forme di mobilitazione delle energie produttive, lavorative e sociali”. Noi, noi di Rete Imprese Italia, di una Italia produttiva che ogni giorno rischia e si confronta con le sfide del mercato, ne siamo convinti. E’ questa la comune responsabilità repubblicana che davvero vorremmo che orientasse  l’opera dei protagonisti della prossima legislatura, chiunque ci governerà.

Perché questa è in definitiva la scelta di campo che chiediamo: affrontare la sfida della crescita e del futuro dell’Europa e dell’Italia dalla parte delle ragioni dell’economia reale, delle ragioni delle imprese e del lavoro. Tutti insieme, forze politiche, mondo delle imprese, mondo del lavoro, tutti insieme ce la faremo a vincere questa sfida. Perché il declino non è ineluttabile e perché un’Italia migliore è possibile.
Vi saluto e Vi ringrazio.

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