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“Sogni infranti” Le storie dei ragazzi del Ferrhotel L’INTERVENTO

Pubblichiamo l’intervento di Sergio Ferri e Jacopo Aquino per l’Associazione Via Roma Citta’ Aperta sulla vicenda dei profughi ospitati al Ferrhotel di Piacenza

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Pubblichiamo l’intervento di Sergio Ferri e Jacopo Aquino per l’Associazione Via Roma Citta’ Aperta sulla vicenda dei profughi ospitati al Ferrhotel di Piacenza


C’é aria di rassegnazione in questa domenica di inizio marzo al Ferrhotel. Le ultime disposizioni del Governo italiano assegnano agli 80 profughi libici ospitati ormai da quasi due anni presso la struttura piacentina 500 euro a testa di buona uscita e un permesso di viaggio. Così la situazione si fa critica e le incognite si infittiscono.

Nonostante fosse ampiamente risaputo che il 28 febbraio si sarebbe chiuso il piano con cui l’Italia dal luglio 2011 ha accolto i circa 28mila profughi in fuga dalla Libia in guerra, tra gli ospiti del Ferrhotel serpeggia un certo nervosismo. Qualcuno voleva più soldi, qualche voce di protesta si è levata spingendosi fin nel cuore della nostra città, ma alla fine tutti hanno accettato i 500 euro loro assegnati.

Ma il problema non sono solo i soldi. Cinquecento euro non garantiscono nulla: qualche vestito e cibo per poche settimane. La domanda che ci si pone è essenzialmente una: perché in questi due anni le autorità non hanno fatto nulla per dare una prospettiva di vita a queste persone?

Il Governo ha infatti aspettato il 19 febbraio per rendere pubblica la propria strategia. E ora sono tutti qui a domandarsi cosa fare.

Quando li incontriamo sono tante le voci e le storie che si intrecciano. Abdulei, 24 anni, originario del Gambia, era in Libia per lavorare quando è scoppiata la rivolta. Portavoce degli ospiti del Ferrhotel, ha gestito in prima persona i rapporti con le istituzioni. Ha raccolto su una piccola agenda la professione, le propensioni e le competenze lavorative di ognuno: muratore, imbianchino, falegname, saldatore, cameriere, facchino… Dice che ci vorrebbe un programma di formazione, la possibilità di imparare un lavoro. Dice che sono stati due anni completamente persi, inutili, vissuti come fantasmi.

Dinislan, viene dal Bangadesh e non è più un ragazzo. Anche lui profugo per caso. Come ospite è anche l’addetto alle pulizie del Ferrhotel. Ha lasciato moglie e due figli piccoli. E’ il più critico nei confronti delle rivendicazioni economiche provenienti da un gruppo di altri profughi: non vuole i 500 euro; non li vorrebbe nemmeno se diventassero 5mila. Vuole un lavoro, e con il lavoro dignità, futuro.

Sissoko, giovanissimo nigeriano, spaesato ci chiede in inglese cosa sta succedendo, dove potrà andare dopo il Ferrhotel. Racconta la sua storia. Faceva l’apprendista saldatore. Chiede di poter continuare il suo apprendistato, “perché senza lavoro – dice – è chiaro che alla fine andremo a rubare e saremo inghiottiti dal business della droga. Ma piuttosto che fare questa fine preferirei morire”, dice congedandosi.

Gli occhi del piccolo Samuel contengono il mondo, la speranza, il futuro. Ha sette mesi ed è nato qui al Ferrhotel. Adele e Adam, i suoi genitori, sono della Costa d’Avorio. Loro non sono fuggiti dalla guerra libica: si trovavano lì quando è scoppiata, ma erano in transito, inseguendo già il sogno di venire in Europa. Ora temono di venire divisi. Adele e Samuel sono infatti “soggetti vulnerabili” e quindi, secondo le disposizioni, saranno accolti nella rete Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), mentre Adam sarà presto fuori, con i suoi 500euro ma senza un lavoro né una prospettiva.

Abbiamo raccolto piccole storie come tante. Ma di fronte a queste persone molte domande vengono spontanee. Innanzitutto, siamo ancora una volta di fronte alla dimostrazione come nel nostro Paese, pur esposto più di altri in Europa alle ondate migratorie, riesca a gestire queste situazioni molto malamente. Dalla Libia, sospinti da Gheddafi, sono arrivati 13mila profughi, che ora finita l’emergenza rischiano di finire in strada o in carico ai servizi sociali.

Non c’è stata alcuna programmazione ma in compenso è stato speso molto denaro pubblico. Per ogni migrante le strutture di accoglienza hanno incassato in media 25mila euro. Sarebbe forse stato più oculato e utile utilizzare parte di questi denari per costruire dei veri e propri percorsi di integrazione, attraverso la formazione professionale, accompagnamento al lavoro, l’apprendistato. Sono passati due anni senza che nulla o quasi sia stato fatto. Ora è urgente mettere in campo azioni concrete che non si riducano al mero assistenzialismo.

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