Quantcast

Le Rubriche di PiacenzaSera - Cinema

E la chiamano estate, breve analisi di un film “non scandalo”

E finalmente anche Bobbio ha visto “E La Chiamano Estate” di Paolo Franchi, film preceduto da una fanfara mediatica abbastanza difficile da ignorare. Fischiata e premiata a Roma nel 2012

Più informazioni su

E LA CHIAMANO ESTATE – BREVE ANALISI DI UN NON-SCANDALO

E finalmente anche Bobbio ha visto “E La Chiamano Estate” di Paolo Franchi (LEGGI L’INCONTRO CON LA STAMPA), film preceduto da una fanfara mediatica abbastanza difficile da ignorare. Fischiata e premiata a Roma nel 2012, la pellicola ha scandalizzato e irritato buona parte del pubblico e della critica, raccogliendo qua e là qualche coraggiosa difesa editoriale (Aldo Fittante sull’ultimo numero di Rolling Stone, ad esempio).
In questi casi gli anglosassoni si chiedono: perché tutto questo rumore?

Al Festival di Bobbio il film è stato accolto, guarda che scherzi ti tirano l’incolta provincia e la scafata metropoli, come forse avrebbe sempre dovuto: con applausi di timido assenso e qualche legittimo dubbio. Il dibattito post-proiezione che ai Chiostri di San Colombano ha visto protagonisti il regista Franchi, il giornalista Enrico Magrelli e Marco Bellocchio, ha evidenziato, più ancora che le qualità del film, la difficoltà di questo progetto nell’arrivare ad un pubblico di destinazione. Dopo la seconda visione di questo terzo lavoro di Franchi, ancora vien da chiedersi a chi fosse realmente destinato.

Durante il dibattito, del tutto legittimamente, Franchi respinge qualche ipotesi dei vivaci neo-critici in sala (“Ti ha infuenzato “Shame”? “No, perché mentre giravo, “Shame” non era ancora uscito”; “C’è qualcosa di Fassbinder nel tuo film?” “Credo di no, ho visto poche cose di Fassbinder”), poi il pubblico lo prende per mano e lo conduce in una selva oscura di interpretazioni più o meno urgenti e necessarie. Nel frattempo a Franchi preme solo dire che se quest’opera è figlia di qualcosa di già detto e scritto, ebbene è il caso di pensare a “La Noia” di Moravia e alla sua prima trasposizione cinematografica, quella firmata da Damiano Damiani nel 1963.

Tutti fanno finta che le scene di sesso spinto non siano neppure passate sullo schermo (da un opposto all’altro, insomma: un anno fa si parlava solo delle zone erogene di Isabella Ferrari, ora le medesime paiono “non pervenute”) e si concentrano sull’analisi psicanalitica di un film che, ahimé, andrebbe forse più sviscerato da un punto di vista squisitamente cinematografico (i colori, ad esempio: o sono di un bianco luminoso e totale o di una cupezza senza scampo) che da un punto di vista del messaggio-senso. In quest’ottica ritenere che “E La Chiamano Estate” sia un film addirittura “avanti” (“troppo avanti per il pubblico medio”, osserva un signore del pubblico) è forse ingenuo. Il tema dell’eros scisso dal sentimento è cosa che circola da decenni e decenni, declinato ovviamente in vari ambiti e con distinte modalità (se n’è occupata la psicanalisi, in primis, quindi la letteratura, svariate volte il cinema, talvolta anche la canzone pop).

Non si confonda il modo di veicolare il senso, che può essere più o meno alto e austero, dal senso medesimo. “Terapia e Pallottole”, tanto per dire, con Robert De Niro e Billy Crystal, ha già 14 anni sulle spalle e già nel 1999 non era il primo film a portare sullo schermo la depressione come fonte di scissioni e ossessioni, solo che lo fece da commedia. E allora? Cosa cambia? Solo il tono, ovviamente, ma il tema della divergenza fra sesso e amore, pur non essendo cardine dell’intero film, era lì, nelle parole del boss Paul Vitti, che a domanda precisa del suo psicanalista (“Perché a letto certe cose non le fai con tua moglie?”), rispondeva: “Ma sei scemo? Con la donna che bacia ogni giorno i miei bambini?”.

Paolo Franchi ha girato un film da vedere, non c’è dubbio, ma forse è cascato in una trappola che egli stesso ha contribuito ad architettare. Per chi è, realmente, questo film? Non per i cinefili più smagati, quelli che consumano tonnellate di cinema con infaticabile costanza e una punta di bulimia. Difficile che “E La Chiamano Estate” li impressioni. Difficile anche che questo film possa ammaliare il pubblico medio che tanto ama la convenzionalità di alcuni autori italiani degli ultimi 10-20 anni. Per questo pubblico si tratta di un film addirittura “avanti” (ma davanti a “Inland Empire” di Lynch o ai lavori del primo Jarmusch o di Jarman, che farebbe ‘sto pubblico? Forse darebbe una testata contro il vetro come Dino, protagonista maschile della pellicola di Franchi).
“E La Chiamano Estate” resta quindi un film ben girato, non stupido (affatto), ma solitario. Solitario nella sua lentezza un po’ supponente, nel suo crederesi più profondo di quel che è. Ah, e soprattutto, non è scandaloso. E’ solo un film da vedere e al quale dedicare qualche ben assestata e circostanziata riflessione.

Emiliano Raffo

Più informazioni su

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di PiacenzaSera, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.