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Kamlalaf, il racconto di Giorgio. “Ecco la nostra Bolivia” – LE FOTO foto

Volti, colori, sapori e un turbinio di immagini che si affollano nella mente stanca

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Riceviamo e pubblichiamo il racconto di uno dei viaggiatori del progetto Kamlalaf a cui a partecipato anche il Comune di Piacenza.
 
Bolivia…volti, colori, sapori e un turbinio di immagini che si affollano nella mente stanca ma viva del viaggiatore di ritorno. A due giorni dal rientro sul suolo caldo e rassicurante di casa, provo a tessere le fila del nostro percorso, iniziato ad aprile tra i colli di Denavolo di Travo, guidati nell’approccio a questa esperienza da Gianluca Sebastiani. Questo fondamentale cammino di formazione ci ha permesso di viaggiare nelle vesti di turisti responsabili, in piena sinergia con i processi di sostenibilità ambientale e di scambio culturale di cui si sono fatte promotrici e sostenitrici le varie Ong aderenti al progetto Kamlalaf del Comune di Piacenza. Nello specifico, per l’organizzazione del nostro itinerario sul suolo boliviano e per l’appassionato sostegno dimostrato, il ringraziamento va a ProgettoMondoMlal e a tutti i volontari (in primis a Vanni De Micheli, la nostra guida in loco, nonché a Danila Pancotti, che ci ha accompagnati). 
Ovviamente potrei dilungarmi in descrizioni di luoghi e paesaggi mozzafiato, ma ciò su cui oggi voglio focalizzare la mia attenzione, in piena sintonia con lo scambio culturale che abbiamo vissuto, sono le persone. Tanti sono stati gli incontri e questa predisposizione mentale ci ha permesso di toccare con mano la ricchezza umana e la varietà culturale di cui sono portatrici le varie comunità con cui siamo venuti a contatto. 
All’arrivo in Bolivia, l’impatto con il territorio è stato forte. Spossati dal viaggio e sferzati dalle raffiche gelide di Surraco (ciclone sudamericano) ci siamo sistemati nei pressi di Buenavista presso la comunità de La Chonta, ai margini della foresta tropicale. Qui siamo rimasti tutti colpiti dalla dedizione e dalla passione con cui Don Dalmiro e famiglia portano avanti il progetto di sensibilizzazione turistica e di preservazione dell’area protetta del parco Amboro. Ammirevoli gli sforzi con cui il responsabile comunitario resiste alle difficoltà che quotidianamente si trova ad affrontare, dovute al disinteresse dell’amministrazione locale e ad un’effettiva problematica di reclutamento volontari e raccolta fondi necessari. Promettendo di farci carico noi per primi di quest’opera di sensibilizzazione, perlomeno attraverso i nostri racconti, abbiamo a malincuore lasciato Don Dalmiro alle sue battaglie dirigendoci verso l’altopiano. 
A Livichuco, nel dipartimento di Oruro, abbiamo goduto dell’ospitalità di Don Andres e di Don Tiburtio, responsabili locali dell’attività turistica comunitaria. Oltre alla dura bellezza dell’ambiente circostante, spettacolare nella sua semplicità, ciò che più mi ha colpito di questo contatto con la sperduta comunità andina (sviluppatasi lungo il cammino coloniale che attraversa le montagne giungendo sino a Cuzco), è stato sicuramente il sorriso che ha incorniciato il volto dei comunitari durante la nostra permanenza. Sorriso perenne, di quelli che non dimentichi, sia nell’istruirci sul metodo di lavorazione e colorazione della lana di Alpaca quale primaria fonte di sostentamento, sia nell’accompagnarci lungo i percorsi impervi, resi aridi dall’altitudine (4500m. sul livello del mare). 
Stesso sorriso, malinconico e forse ancor più indimenticabile, che abbiamo poi ritrovato nell’incontro con Dona Betti a cui ci siamo sinceramente affezionati durante i tre giorni di soggiorno presso la struttura comunitaria di Alcaya, tanto effimera per l’effettivo numero di abitanti quanto infinitamente ricca di tradizioni, reperti storici e archeologici e straripante di spiritualità dal sapore antico e di leggende da narrare ai visitatori. Il tutto testimoniato dalla misteriosa presenza di scheletri umani perfettamente conservati all’ interno di cunicoli nella roccia, di cui non si conosce la reale provenienza storica, ma che la suggestione insita nel luogo induce a guardare con rispetto e sacralità. 
Infine, come stimolo ad una suggestione ancora più forte, le parole di Dona Betti, tanto indaffarata e laboriosa nei giorni dell’accoglienza quanto commossa e commovente nel giorno dell’addio. Ciò come dimostrazione dell’indiscussa e ansiosa felicità nel renderci partecipi della cultura, della spiritualità e delle tradizioni locali, quasi a trasformare anche noi in poveri ma vivi portatori di quanto, col tempo, è sempre più a rischio di estinzione nel mondo della globalizzazione: la valorizzazione del patrimonio culturale autoctono rurale e non. 
Un processo deleterio e passibile di un impoverimento globale in atto sia nei Paesi del “primo mondo” sia, ancor più, con riguardo ai Paesi del “terzo mondo” come la Bolivia. Un processo che noi, sensibilizzati da questa a dir poco pregnante esperienza, nel nostro piccolo ci siamo impegnati ad evitare con ogni mezzo.
 
Giorgio Vincenti
 

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