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Il teatro politico va “Giù” con “L’altra scena” foto

"Mi sono trovato qui grazie a te, papà" - dice il Figlio -"non devo più trovarmi un posto, crearmi un futuro, grazie a te, papà, perché questo cesso è tuo, lo hai costruito tu, con tanti sacrifici".

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L’allestimento non lascia molti dubbi nell’interpretazione, con un enorme water che domina il palcoscenico. Anzi, un “cesso”, come viene definito dello spettacolo “Giù” , della compagnia Scimone Sframeli, che ha aperto ieri sera la rassegna di teatro contemporaneo “L’altra scena” di Teatro Gioco Vita. Ad abitare questo luogo sui generis sono un Padre e un figlio, che dialogano tra di loro, il primo intento a farsi la barba, il secondo imprigionato nella grande tazza. Le battute che si scambiano sono frasi brevi, ripetitive, quasi ipnotiche, scatenando una comicità che non ne mitiga l’amarezza.  “Mi sono trovato qui grazie a te, papà” – dice il Figlio -“non devo più trovarmi un posto, crearmi un futuro, grazie a te, papà, perché questo cesso è tuo, lo hai costruito tu, con tanti sacrifici”. 

Ma il Figlio non è l’unico ad essere obbligato a questa vita sotterranea, con lui ci sono anche don Bruno, il prete scomodo che non vuole essere comodo perché solo così riesce a pregare, e il sacrestano, vittima da bambino delle attenzioni di un prete pedofilo. Sugge a questo circolo vizioso “il povero Ugo”, che vive con due figli sotto un ponte mentre la moglie “lavora” sopra il ponte per mantenerlo. Di lui si avverte solo la voce, potente e struggente, e insieme alla melodia una luce calda illumina la scena. ma è un poveraccio, perché “quante brave persone si sono rovinate perché non hanno voluto frequentare i cessi, ed è una cosa normale: solo chi frequenta molti cessi va avanti”. L’unico modo che ha per non perdere la dignità è “cantare”. 

Ma anche il Figlio, don Bruno e il Sacrestano non vogliono perdere la dignità: l’unico modo di conservarla è di consentire agli “altri di poter respirare”, facendo a turno per tornare “su”. “L’aria non c’è più, se la sono comprata gli ignoranti e i furbi” dice il Figlio che chiede al padre di mandarlo “giù”, tirando lo sciacquone. Richiesta accolta, e a sua volta si infila nella tazza “per far respirare gli altri”. 

Un ritratto amaro della nostra società, che rimanda a Beckett e rappresenta un esempio di teatro politico, in attesa del prossimo appuntamento con la rassegna, “La donna di Porto Pim”, in programma da domani sera al Teatro Gioia. 

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